RIVISTA ITALIANA DI NVMISMATICA E SCIENZE AFFINI FONDATA NEL 1888 DA SOLONE AMBROSOU EDITA DALLA SOCIETÀ NVMISMATICA ITALIANA ANNO • XXXIII • SECONDA SERIE VOL • III • I e II TRIMESTRE 1920 MILANO REDAZIONE ED AMMINISTRAZIONI MAURI, 8 OCIKT^TNYMISMATICA ITALIANA Via Achille Mauri, 8 — MILANO S. M. IL RE, Presidente Onorano, v PAPADOPOLI conte sen. NICOLÒ, Vice-Presidente Onorario O STRADA MARCO, Presidente effettivo. MONNERET prof. UGO, Vice-Presidente effettivo. CORNAGGIA conte GIAN LUIGI, Segretario. JOHNSON STEFANO CARLO, Tesoriere. SOLA-CABIATI conte GIAN LODOVICO, Bihlioietmh. BONAZZrdott. POMPEO, Consigliere GAVAZZI dott. CARLO " GRILLO GUGLIELMO " LAFFRANCHI LODOVICO " l! o K(a La sede della Società è aperta il Sabato dalle ore 21 alle 22 '/. Rivista Italiana di Numismatica Redazione ed Amministrazione: Via A. Mauri, 8 - Milano COMITATO DI REDAZIONE: BqNAZZI dott. P. - CORNAGGIA conte G. L. - MoNNERET prof. U. Jlìybonamerìio annuo nel Regno L. 30 - all' Estero L. 35. A. SE GRE CIRCOLAZIONE TOLEMAICA E PRETOLEMAICA IN EGITTO Industrie Grafiche AMEDEO NICOl.A & C MlLANO-VAREbE Rivista Italiana di Numismatica e scienze aj^ini Anno XXXIII. Seconda Serie - Voi. Ili - I e II trim. 1920 CIRCOLAZIONE TOLEMAICA E PRETOLEMAICA IN EGITTO LA MONETA PRESSO I POPOLI PRIMITIVI IN GENERALE. I mezzi di scambio dei popoli primitivi quantunque com- pletamente subordinati alle loro occupazioni ed ai loro bi- sogni più o meno immediati, hanno in generale il carattere comune di merci fungibili, utili e così largamente diffuse da non presentare forti oscillazioni nella loro domanda ed offerta. Inoltre poiché per lo più i popoli più antichi sono in preva- lenza pastori e nomadi, poi si fissano e divengono agricoltori e solo in uno stadio di civiltà più avanzata rivolgono le loro attività ai commerci e alle industrie a ciascuna di queste oc- cupazioni corrispondono più o meno mezzi di scambio diversi. Il bestiame è la moneta dei pastori, i prodotti dei campi (in specie cereali) quella degli agricoltori; i metalli vili, greggi o lavorati sotto forma di oggetti utili o i metalli nobili fog- giati ad ornamento (^\ ed infine la moneta vera e propria fungono invece da intermediari degli scambi presso i popoli che hanno raggiunto uno stadio economico assai più avanzato. Questo schema che come s'intende è completamente ar- tificiale e come tale grossolanamente approssimativo deve (I) Negli ijoniiiii primitivi, forse più che in quelli civili, la passione per rahbigli.imento e la soddisfazione delle vanità legate in gran parte a questioni sessuali sono spesso non meno vive dei bisogni elementari. essere accettato per quel che vale, perchè come nelle scienze fisiche la sorgente di ogni progresso è l'osservazione diretta dei fatti e l'esperimento, così ed a maggior ragione nelle costruzioni storiche le teorie anche che abbiano un'apparenza logica, devono essere completamente subordinate alle poche conoscenze positive che ci restano delle età passate. Per dare un'idea dell'antica circolazione degli Egiziani dovrò passare rapidamente in rivista i mezzi di scambio usati dai popoli del Mediterraneo prima dell'introduzione delle monete coniate e ciò soltanto per mostrare come sotto questo aspetto l'Egitto non si diversifichi affatto dalle grandi mo- narchie dell'Oriente colle quali era in stretti rapporti d' in- teressi. Su questo argomento poco o nulla ho potuto ag- giungere di nuovo a quello che è stato scritto in questi ul- timi anni (i). E noto che nei poemi omerici, che si riferiscono ad un'epoca anteriore all'invenzione della moneta, il commercio si effettua in generale collo scambio di oggetti tipici che nelle parti più antiche dell'epopea sono rappresentati invece per lo più da capi di bestiame, buoi e vacche, quantunque sia da ritenere che l'uso della moneta-bestiame, comune ai popoli prevalentemente pastori (2), si mantenga come residuo anche in epoche relativamente recenti (3). Nei poemi omerici insieme al bestiame-moneta sono usati i metalli, ferro, rame e bronzo, per lo più foggiati sotto forma di utensili-monete, tripodi e lebeti (4) ed asce (5) la cui (i) Per una ricapitolazione dei dati relativi alla moneta primitiva vedi K. Reclino sotto Geld {Pauly Wissowa Real EncycL). (2) I latini con le parole pecunia da pecus: i Germani con l'inglese fee (tedesco Vieh), gli indiani rupia dal sanscrito riipa (gregge), ecc. (3) Leggi di Dracone (fine del VII secolo avanti Cristo). Polluce, IX, 61. (4) Tc,'liio8«(; e Xé^Y)xs<; compaiono ancora nei più antichi frammenti di leggi cretesi a Cnosso e Gortyna. (5) Hesych., Script. Metrol.y I, 318, 'HjxiuéXsxxov xpi}i.valùv r^ Kevtà]j.vouv xò 'fàp TCevtàp.voDv néXsxo xaXelxat napà Ilacp'loic ed Hesych., Script. Mctrol., \, 318. Il TtéXexD di Cipro probabilmente non era che uno di quegli uten- sili-moneta comuni in Grecia nell'ultimo periodo della civiltà micenea. Sul TcéXexu cipriota vedi anche Hill, BMC Cyprus, pag xxxiii. grandezza in generale non essendo uniforme, né regolata a quanto pare secondo principi razionali, deve essere indicata nei singoli casi (i): un sensibile progresso è rappresentato invece dal xé>.exu Cipriota al quale Esichio attribuisce una grandezza determinata (2) e più ancora dall'aystupa di Cipro e dagli òpzki 8Yjp.ooito. Forse non sarà troppo azzar- dato spingere le analogie fra i pesi moneta egiziani antichi e quelli bi- zantini sino a supporre l'esistenza di kite che si comportavano rispetto a quelle reali come solidi Ct>i'<ì> IS'.toxixcI) e C. 'A).84ov5p5Ìa- rispello al vò)jiiO}i.a C fiirjfiooia). {3) Le kite che conosciamo appartengono in generale alla XVIII di- nastia e sono ad essa posteriori. È probabile che se pure esistessero varie kiie quella tebana finisse col diventare la misura ufficiale, in ogni modo, secondo me la kite pesava in generale gr. 9,70 circa sino dalle prime dinastie. 14 mi sembra dimostrino abbastanza bene l'insussistenza dei due tipi di kite pesanti e leggere : N. Materiale Numero delie kite Pese unitario 4700 Calcare 150 (I) g'-- 9,88 7000 Granito grigio 150 w 8,92 7001 Calcare [100] ^ 10,108 7002 Bronzo [50] » 10,27 7003 Calcare 40 „ 9,72 7004 Basalto 40 i> 9,345 A 7005 Quarzo nero [25] 1» 9,51 4914 Alabastro 20 „ 9,56 7006 Basalto 10 »» 9,10 7007 Ematite 10 „ 9.04 7008 Bronzo [10] w 9,43 7009 Bronzo [lOJ ,, 9,76 7010 Sienite 9 l> 9,51 7011 Bronzo [•^1 » 9.15 7012 Bronzo [■>] » 9,98 7013 Rame [5] » 9,85 7014 Calcare 4 M 9,27 7015 Piombo 3 „ 9,072 7016 Ematite [-*] W 9,57 7017 Bronzo I-M »» 10,18 7018 Bronzo e piombo \A „ 9.95 7019 Ardesia 1? » '.mi 7020 Basalto 1? „ 10,18 7021 Bronzo Il] M 9,59 7022 Serpentino % •1 9.17 7023 Steatite % „ 9,09 7024 Cristallo di quarzo % n 9,99 7025 Bronzo % n 9.45 7026 Ematite V. n 9.15 7027 Ematite V.. n 9,91 7028 Serpentino ^. n 9,38 L'unità d'oro egiziana corrisponde ad un peso di gr. 13.90, 13.30 circa che è assai vicino a quello di molti sicli sacri delle città fenicie come appare dalla seguente tabella (cfr. Weigall, op. cit., pag. 392) : (i) I dati contrassegnati nella seconda colonna con parentesi quadra sono dedotti supponendo i pesi multipli della ki/e, gli altri dati invece risultano direttamente da iscrizioni dei catDpioni. A questa lista di dati si possono aggiungere alcuni inediti del museo di Torino pubblicati nel mio articolo: MetroL totem, e pretotemaica. Aegyptiis, 1920, fase. II. Non ritengo sicura la denominazione dei nn. 7001, 7002, 7017, 7018 e 7020. 1 J5 N. Materiale Numero delle unita 1 Peso unitario 4902 Calcare 60 13,01 7029 M 50 13,55 7942 » 40 13,84 7030 w 30 13,98 7031 Steatite 30 13,89 7032 Calcare 30 13,92 B 7033 Alabastro 19 13,02 C 7034 » 18 1 3,69 7035 Calcare 8 12,21 7036 Basalto 6 13,77 D 7037 Serpentino 5 13,00 7038 Calcare 4 13,68 7039 Basalto 2 13,49 7040 Steatite o 13,58 7041 Calcare >) 13,88 7042 Steatite 1% 13,95 7043 Arenaria 2 14,16 7044 Steatite 1 12,61 7045 Alabastro 1 13,02 7046 Malachite 1 13,32 7047 Ematite 1 13,92 7048 Steatite % 12,53 7049 Calcare V* 12,29 7050 Rame 'U 12,99 Il peso medio di questi pezzi dà una media di gr. 13,33 e poiché gli scarti dal valore medio nei pesi dei singoli cam- pioni sono dello stesso ordine di grandezza di quelli riscon- trati nelle kùe, si può supporre un peso delTunità d*oro di gr. 13,90 circa che non è facilmente commensurabile con quello delle unità fondamentali d'argento. Ne segue che al contrario di quanto accade in generale per la moneta per- siana e greca, non si può escludere che il piede dell'oro egiziano fosse di origine diversa di quello dell'argento e che non si può per ora stabilire se il rapporto fra il valore dei due metalli ha avuto un'influenza sul peso dell'unità aurea (i). (i) Se si ammettesse l'eguaglianza dell'unità d'oro a 2n kite d'ar- gento, rapporto simile a quello che si riscontra nel darico pcrsinno eguale a 20 sicli, si avrebbero i seguenti dati : Peso dell'unità d'oro Kit. 19,40 16.16 15,{,2 14,56 13,86 12,!)2 9,70 12 12 % 14 1:. i6 Insieme alle kite e alle unità d'oro sono stati trovati in Egitto pesi classificati come shekel fenici, il cui peso medio nei pezzi descritti da Weigall (op. cit., pag. 388-389 e 394) (i), è di gr. 14,56. Questi shekel possono considerarsi presso a poco come eguali a Vjooo ^i talento egiziano Kerker di gr. 29,11 mentre i pesi piìi alti parrebbero indicare piut- tosto uno shekel vicino ai 15,12 gr. e i piìi bassi invece, una unità egiziana eguale ad i V2 kite. 1 due multipli del doppio siclo n. 7072 e 7074 corrispondono probabilmente ad Viooo di talento egiziano e vanno riconnessi alla monetazione delle città fenicie (2). Le classificazioni degli shekel assiri di un peso medio di gr. 8,16 corrispondente a quello di due darici d'oro (gr. 8,37) sono in gran parte incerte perchè, ad eccezione dei nn. 7051, E 7053 e 7055, i campioni sono tutti anepigrafi; è però molto probabile che il n. 7051 indichi 30 unità di ferro ciascuna eguale a Vg ^^^^^^ babilonese di 502 gr. circa, che il n. E 7053 sia Vgo di mana e che il n. 7055 corrisponda ad Va» di mina o doppio (I) Shekel fenicio N. Materiale Numero delle unità Peso unitario 7072 Calcare 20 29,24 (doppio siclo) H7073 Bronzo 50 3,49 (V4 di siclo) 7074 Calcare 6 29,24 (doppio siclo) 7075 Basalto 6 14,92 7076 » 2 14,64 7077 Bronzo 2 13,608 7078 Ardesia 1 14,98 7079 Bronzo 1 14,97 7080 Calcare 1 14,60 7081 Sienite % 15.21 7082 Rame e Piombo 1 14.06 7088 Bronzo 1 14,32 7084 »> % 14,00 7085 w % 15,03 7086 » .'4 14,77 (2) Cfr. i dati dei talenti di Hagia Triada a pag. 8 e quel.i relativi alla monetazione delle città fenicie a pag. 51 e segg. darico (i). A queste unità si riconnettono probabilmente i sicli persiani corrispondenti a Vs di sialo assiro (Weigall, op. cit. pag. 389 e pag. 394) (2). Le unità di piede attico (Weigall, op. cit., pag. 387 e pag. 393) (3) possono essere riportate a frazioni di un'unità (i) I pesi dei sicli assiri riportati da Weigall (op. cit., pagg. 386-87 e pag. 393), sono i seguenti : N. Materiale Unità Peso Unitar. Annotazioni 7051 Sienite 10 8,19 — Unità di gr. 24,57 : il n. 7051 reca l'iscri- zione " 10 di ferro „. 7052 Calcare 30 8,36 E 7053 Basalto 10 8,44 — Unità di gr. 25,32: il n. 7053 reca l' iscri- zione « =30 „. 7054 Vetro Bleu l'I* 8,06 7055 Serpentino 8,14 — Unità di gr. 16,28: il n. 7055 reca 1' iscri- zione " 2* „. 7056 Bronzo 2 8,29 7057 » 1 8,10 7058 w V2 8,10 7059 Vetro Bianco V, 8,16 7060 Vetro Bleu V2 7,91 7061 Bronzo Va 7,78 7062 Quarzo Bianco Vs 8,41 (2) Il peso medio dei sicli persiani è di gr, 5,604. N Materiale Unità Peso Unit. Annotazioni 7087 Calcare 5 5,47 L'unità è di gr. 21,88 7088 4 5,65 7089 4 5,70 7090 Rame 4 5,65 7091 Bronzo 2 5,572 (3) 7063 F 7064 7065 7066 7067 7068 7069 7070 G 7071 Bronzo e piombo Ematite Bronzo e piombo Bronzo Sienite bruciata Ematite Bronzo 50 40 40 20 20 5 10 4 o 4,39 4,51 4,11 4,3") 4,37 4,33 4,32 4,34 4.3! L'unità e di gr. 17,66 i8 eguale ad i Va volte il talento egiziano (29,11 X i '/s = kg. 43,66) cioè al Kerker giudaico di 100 mine attiche (vedi pag. 55 e segg.); in ogni modo credo opportuno di rav- vicmare al Kerker egiziano e ai pesi fenici quelle unità elen- cate sotto il nome di piede della dramma attica. Anche assai incerto mi sembra il ravvicinamento di pesi di circa 6 gr. alle dramme eginetiche (Weigall, op. cit., pag. 390 e pag. 395) d). APPORTO FRA IL VALORE DELL'ORO E QUELLO DELL'ARGENTO IN EGITTO PRIMA DELLA CONQUISTA iMACEDONE. Ben poco sappiamo su questo argomento. 11 papiro di Bulaq II dove 5 pezzi d'argento equivalgono a 6 pezzi d'oro si riferisce evidentemente ad unità che dobbiamo presumere diverse fra loro, perchè i rapporti fra i due metalli usati in Egitto come misure dei valori non potevano differire molto da quelli che si riscontrano presso gli assiro-babilonesi e presso i greci; si potrebbe a mo' d'esempio supporre che l'argento fosse misurato in deben o kite e l'oro in un'unità che corrisponderebbe rispettivamente a qualcosa come ^"/^ od 7* di unità d'oro, in modo che il rapporto fra i due metalli si mantenesse vicino ad i : 14. Per questa ragione anche il P. Rhind, pi. XIX, n. 62 (2) di assai incerta interpretazione non può secondo me indicare un rapporto fra l'oro, l'argento, il piombo e il pezzo di shaii di 12:6:3:1; che se questo testo indicasse un vero (I) N. Materiele Unità Peso Unit. Annotazioni 7092 7093 7094 7095 Basalto Bronzo Ematite Bronzo 12 2 1 1 6,38 5,961 5,98 5,72 L'unità e di gr. 12,76 (2) Griffith, op. cit., pag. 436. 19 rapporto tra i valori dei metalli usati come mezzi di scambio si dovrebbe necessariamente supporre l'uso di unità ponde- rali diverse. In conclusione è presumibile che il rapporto fra l'argento e l'oro si aggirasse almeno dopo la XVIII dinastia approssimativamente fra i : io ed i : 15 e che sotto il do- minio persiano corrispondesse abbastanza bene a quello vi- gente in Grecia, in Sicilia e in Persia presso a poco nella medesima epoca U) e che di conseguenza in Egitto come nei dominii del gran re esistessero due piedi unitari, uno per l'oro, l'altro per l'argento, calcolati in modo che, dato il rap- porto fra i valori dei due metalli, si avesse un facile rag- guaglio fra le due unità monetarie (vedi pag. 32 e segg). VALORE DEL DANARO IN EGITTO PRIMA DELLA CONQUISTA MACEDONE. Le nostre conoscenze relative al potere acquisitivo della moneta egiziana sono assai scarse sia per 1' esiguo numero dei dati sia per le difficoltà che presenta V interpretazione dei testi. In un papiro di Kahun del regno di Amenhotep 111, dove le merci sono calcolate a " pezzi „, un bue corrisponde ad un pezzo d'argento che col Griffith ritengo eguale ad un uten (2). (1) Come è noto Erodoto III, 95, i calcola a j : 13 il valore dell'ar- gento in oro in Pei sia ai suoi tempi "tò /puoiov TpioxaiSBxaotóoiov Xo^t- Cóp.tvov, TÒ •j^'^lffia EÒptaxetai èòv Eòpoixv ?j'fhori%ovz'x xal é^a^ooitov xal Tetpaaj^'.Xituv „, ina il vero rapporto Iemale tra 1 ilue metalli eia certa- mente di 1 : 13 Vs perchè il darico che pesava gli ^/g dell'unità d'argento corrispondeva a 20 sicli. Un rapporto analogo troviamo nella stessa epoca (438-7 a. C.) ad Atene nel conto degli epistati incaricati di sor- veglianza alla fabbricazione dello statua crisolefantina d'Athena come si rileva dal CJA, IV, i, 3 (suppl. del tomo I) n. 298 bis, pag. 146 dal quale risulta un valore dell'oro in argento di 13,96-14,04, confermato dal CI8., I, 300-311 (434-433 a- ^'•)- (2) L'///'''" ••fini \/;ilc in lii<J (il-;iH1Plf to! (M 11 :i i l'iir. 20 In un conto della XX dinastia un medimno tolemaico o doppia artaba di grano è valutato 2 itteii, un bue 119 uten, un asino 40 uten. Durante la XXII dinastia un terreno di io arure ad Abido è affittato e venduto ad 1 uten; 370 hin di miele sono pagati 3 ^3 ^^i^^ d'argento, cioè circa una kite per io hin, mentre in un ostrakon più antico 5 uten della stessa sostanza sono valutati 4 uten di rame (i). E probabile che il rapporto fra il valore del rame e quello dell'argento non dovesse differire molto da i : 80— i : 100, quale presso a poco ci risulta dai dati dei testi dell'epoca bizantina e da congetture relative al corso dei metalli nella monetazione romana e siciliana primitiva. Supponendo un rapporto rame argento di circa i :8o— i : toc si viene ad assegnare ad i uten di rame il valore di Vs Vio kite d'argento e ad un'artaba di grano, durante la XX di- nastia il prezzo di circa due oboli d'argento tolemaici. Un bue costa circa 41-32 dramme tolemaiche durante il regno di Amenhotep III, un asino quattro o cinque dramme to- lemaiche, uno schiavo nero 65 dramme (2 deben e 4 kite) nei P. Ryl., Ili, pag. 15 della XXV dinastia. Per queiio che si può indurre di questi dati assai scarsi e poco sicuri il po- tere acquisitivo dell'argento poco prima e durante la con- quista persiana doveva essere qualcosa come 4 volte mag- giore di quello dell'epoca di Tolemeo Filadelfo, cosa del resto prevedibile perchè l'introduzione della moneta coniata aumenta ovunque di molto il medio circolante. La scarsezza di accenni a monete-pesi diversi dal deben e dalla kite nei documenti demotici del periodo persiano e la rarità di nomi- nali stranieri circolanti in Egitto prima della conquista mace- done fanno ritenere che nella valle del Nilo sino ai tempi di Alessandro il Grande si seguitasse ad usare come mezzi di scambio i metalli preziosi, il rame e Io stagno, pesati e che anche sotto il dominio persiano, quando l'uso della moneta era divenuto corrente presso quasi tutti i popoli del medi- terraneo, in Egitto la valuta dei singoli paesi doveva essere (l) Ponendo eguali i due prezzi del miele si ricaverebbe un rap- porto di 1 : 40 circa fra il rame e l'argento, ma è evidente che questo dato ha un valore quasi nullo. 21 accettata a peso e probabilmente ragguagliata in deben e kite dagli indigeni ed in unità ponderali nazionali dagli abi- tanti delle colonie greche e semitiche. Certo è che le monete introdotte in Egitto dai Greci presso a poco nel periodo persiano dal VI al I\' secolo a. C. risultano di pezzi di origine, di tipi e di pesi assai diversi. Così nel ritrovamento di Sokha e di Sog-el-Hager (Sais e Xois) descritto da Dressel (Z. /. A^., 22, 1900, pag. 231 e segg.) sono rappresentati nominali di Taso, Lete, Neapoli, traco- macedoni indeterminati, di Egina, Corinto, Nasso, Taso, Cla- zomene, Focea o Teo (?), Chio (?), Samo (?), Idime, Camiro, laliso, Licia, Sardi, Fenicia, Cirene e Cirenaica e da parec- chi pezzi di origine sconosciuta: in un altro ripostiglio tro- vato nel 1860 presso Memfi insieme ad un notevole numero di barre d'argento martellate, furono rinvenute 23 monete arcaiche, descritte da Longpérier {Rev. Ntim., 1861, pag. 414 e segg.) e attribuite da questo autore, alcune con certezza, a Lete, Egina, Corinto, Nasso, Focea, Chio, Cos, Cipro e Ci- renaica, altre con minore certezza a Maronea, Ege, Corinto, Eretria, Ceo, Calcedone, Samo e Faselis. Un altro ritrova- mento del 1887 nel Delta (W. Greenwell, A'^ Chr., 1890, pag. i e segg.), ha dato 24 monete di Taso, Lete, Mende, Neapoli, Corinto, Cizico, Mileto, Chio, Samo, Cos, Licia, Cipro, Tiro, Cirenaica, e 3 indeterminate ; contemporaneamente arrivarono al medagliere di Parigi dei pezzi di Dicea, Sermile e Atene. Negli scavi di Petrie a Naucrati insieme a barre d'argento tagliate furono rinvenute 15 monete di Siracusa, Atene (3 esemplari), Egina, Chio, Samo (3 esemplari), Mallos, Licia e Cirenaica. Le barre d'argento ritagliate nei ripostigli di monete, le tracce di forbici in alcuni pezzi arcaici e la coesistenza di nominali coniati in uno spazio di circa 250 anni su piedi dif- ferenti (1) dimostrano che la moneta greca in Egitto prima della conquista macedone, era accettata a peso. Si può dire inoltre (i) Nei ripostigli egiziani sono rappresentati in prevalenza gli sta- teri eginetici, i didraninii attici, i nominali niaceduni di circa 10 gr. che hanno spesso un peso eguale a quello della Kite (gr. 9,70) e i pezzi di Chio e delle città dell'Asia Minore di gr. 7,80-7,40. 22 che in questi ritrovamenti* egiziani siano rappresentate le principali città greche che coniavano monete fra il VI ed il IV secolo, eccezione fatta per l'isola di Creta, forse più che per il caso, per l'epoca tarda nella quale comincia la conia- zione dell'argento nell'isola; è invece assai più notevole l'as- senza in Egitto di sicli d'argento medici (i). PIEDE MONETARIO TOLEMAICO. L'assenza di monete coniate in Egitto nel periodo per- siano non meraviglia; quando si pensi che paesi civili ave- vano fatto a meno per secoli di una moneta coniata e che il commercio internazionale dei greci e dei romani era fatto per lo più per mezzo di metalli preziosi in barre o in pani pesati e spesso anche saggiati, quindi la mancanza della mo- neta coniata in Egitto non poteva costituire che un piccolo inciampo nelle sue relazioni commerciali cogli altri popoli. E opinione comune di tutti gli studiosi che la conquista macedone introducesse in Egitto una moneta di piede e. d. attico di gr. 4,30 circa (2), e che la differenza di peso fra la dramma primitiva tolemaica e quella attica di gr. 4,366 fosse cosa di poco rilievo, tanto più che i nominali dei primi To- lemei per la loro affinità coi pezzi attici dovevano finire col circolare alla pari con essi (3). Il peso di gr. 4,2854 per la dramma tolemaica risulta : i.° dall'esame dei nominali più elevati in migliore stato di (i) La storia di Aryandes (Herod., IV, 166) che preposto da Cambise alla satrapia dell'Egitto offese mortalmente Dario di Hystaspes coniando monete d'argento che rivaleggiavano in purezza coi darici d'oro, quan- tunque non abbia sinora una conferma nei ritrovamenti di monete egiziane rende verosimile l'ipotesi di una circolazione sia pure ristretta di sicli nell'epoca saitica. Però i sicli circolanti in Egitto dal VI al IV secolo a. C. non sono in ogni modo medici, ma fenicio-giudaici, come accennerò dove tratto dei rapporti della moneta fenicia con quella ales- sandrina. (2) I pezzi coniati sotto Cleomene e sotto la satrapia di Tolemeo Soter non superano mai i gr. 4,30. (3) Pare che in Egitto sotto il dominio persiano fossero alquanto diffuse le imitazioni della moneta ateniese del " Vecchio stile „. Cfr. Head, Hisf. Num., pag. 377. 23 conservazione; 2.° da considerazioni di carattere metrologico che esporrò in questo saggio. Un attento esame dei pezzi di Cleomene e della Satrapia di Tolemeo Soter permette di assegnare alla dramma tole- maica della fine del IV sec. a. C. il peso normale di gr. 4,2854 eguale a quello della moneta dei Seleucidi (v. pag. 62 e segg. e a quello della moneta persiana degli Arsacidi e dei Sassa- nidi U) la cui identità con quella tolemaica è confermata nella maniera piii brillante dal peso normale di gr. 4,285 (21 del dinar arabo dei Califfi d'Oriente. Questa dramma che si riscontra in Siria, sotto i Seleucidi, in Egitto sotto i Tolemei, in Persia sotto gli Arsacidi e i Sassanidi e in tutto l'Oriente sotto forma di dinar arabo deriva probabilmente dal cubito usato in Egitto nel periodo saitico e sotto i Tolemei: infatti dal cubito reale eguale in lunghezza al meh suten di 524,96 mill. si ricava un piede di mill. 349,87 il cui cubo corrisponde a Kg. 42,854 cioè esat- tamente a loooo dramme dei primissimi Tolemei 13). Il sistema monetario tolemaico presenta quindi i seguenti rapporti col piede cubico reale : Cubo del piede di un cubito reale di mill. 524,91 kg. 42,854 i Mina di dramma tolemaica (4) gr. 428,54 100 i Mina di dramma tolemaica ridotta „ 357,1 120 1 Vs i Dramma tolemaica gr. 4,2854 loooo 100 83 Vs ^ Dramma tolemaica ridotta gr. 3,571 120000 120 100 i Vs i. (i) Per la moneta degli Arsacidi e dei Sassanidi cfr. Vasquez QuEiPO, Syst. métr.. III. (2> CtV. A. Segrè, Moneta bizantina. Rendiconto dell'Istituto Lom- bardo, 1920, pag. 329. (3) Un cubito di un piede cubico eguale a loooo dramme attiche do- veva essere di mm. 528,1. Non so se il cubito fiietereo raggiungesse quella lunghezza, ma è probabile che se non era identico con esso doveva essere equiparato al meh sitteii (vedi A. Segre, Misure totem, e pretoleiiiaiche. Aegyptus, 1920, fase. II). Il cubito tolemaico dovrebbe es- sere secondo me eguale a quello reale quantunque il nxoXtixatxòi; w'vix'^ del Museo di Torino sia assai vicino a 526 mill., credo che la sua lun- ghezza teorica fosse quella di mill. 524,91 che lo renderebbe facil- mente commensurabile colla dramma monetaria. {\} Chiamo tlramma tolemaica quella di gr. 4,2854 e dramma ridotta quella di gr. 3,571 coniata dopo il 290 circa. La mina tolemaica di 100 dramme ponderali di gr, 4,2854 corrisponde a 125 dramme ridotte ^' Kf"- 3»57' e la libbra di 96 dramme ridotte a gr. 342,8 cioè a circa loo dramme romane. 24 Devo premettere un breve riassunto sulla monetazione tolemaica in gran parte tratto dalla poderosa opera dello Svoronos, " Tà vojjLiafxaTa toO /cpà-rou; tOv -jzTolzy.of.io}^ ^^, riassunto che è necessario presupposto allo studio della circolazione monetaria del regno dei Tolemei. MONETA D'ORO TOLEMAICA. La moneta d'oro coniata in Egitto sotto Cleomene e sotto la Satrapia di Tolemeo I ha per base la dramma di gr. 4,2854. In questo periodo sono coniati tetradrammi di gr. 17,1316, dramme e tetroboli (?) (0. Lo statere d'oro fu ridotto a io oboli attico-tolemaici nei primi anni di regno del Soter (2), sotto il quale in Cirenaica dove fu conservato forse un poco più a lungo che in Egitto il piede attico-tolemaico (3) furono coniati stateri d'oro di gr. 8,571 (4) contemporanei ai tetroboli egiziani di gr. 2,857 ^5). Prima adunque della riforma di Tolemeo I sono coniati in oro lo statere e la dramma mentre è assai incerto se il didrammo e il tetrobolo appar- tengano allo stesso periodo dei nominali d'oro attici coniati prima della riforma monetaria del Soter pare siano i seguenti: (i) I nominali d'oro di gr. 2,70 coniati a Cipro da Menelao fratello di Tolemeo (312-311) si avvicinano in peso ai tetroboli di gr. 2,857. (2) Mancano criteri sicuri per stabilire con precisione la data della riforma monetaria di Tolemeo I. (3) Dato il rapporto di 6 : 5 fra lo statere attico-tolemaico d'oro a quello ridotto è talvolta assai difficile poter stabilire se alcuni nominali d'oro, appartengano alla serie e. d. attica e a quella ridotta e se il nuovo piede monetario fosse esteso contemporaneamente a tutti i do- minii dei Tolemei. Di difficile classificazione sono i pezzi d'oro coniati dopo il 308 con due nonnnali un tetradrammo (?) di gr. 15,03 e un di- drammo (?) di gr. 6 89 e 6,71 dei quali per ora ci contentiamo di se- gnalare l'esistenza. (4) 1 pesi dello statere d'oro della Cirenaica (vedi Svor. Classe III, pag. 50 e segg.), sono di gr. 8,54 (n. 314) e gr. 8,55 (n. 315). (5) 1 pesi osservati dei tetroboli di Tolemeo Soter sono di gr. 2.87, 2.86, 2.85, 2.81 (2), 2.80 (2), ecc. Nominali d'oro coniati sul piede attico-tolemaico. ! Peso nei Valore in dramme d'ar- IValorc in dramme ri- I ed. I genio (I) col rapporto j dotte col rapporto oro Nominali Peso attico-tolemaici (in d'oro grammi ! oboli attici j oro-argento di i : io argento di i : io Tetradramiiìo 17,iaiG 24 40 -iS Statere 8,671 12 20 24 Dramma 4,2854 H 10 12 Tetrobolo 2,857 4 6-V:, 8 Tolemeo Soter (305-285) introdusse un nuovo tipo di moneta d'oro che si mantenne sotto il Filadelfo presso a poco sino al 271-70 a. C. E questo il pentadrammo o rpij^puaov (2) del peso normale di gr. 17,855 col suo decimo o triobolo di gr. 1,7855 che sono i nominali d'oro più comuni in Egitto in questo periodo. Il Tp()(^pi>(7ov che come lo indica il nome corrisponde a 3 XP'^^QS <7TaT7ipe; o a 60 dramme d'argento pari ad Vioo eli ta- lento (3) probabilmente deve essere identificato col talento d'oro (4) di 3 x?^iXY]pL(uv ó xiupitxó(; (piriai. '$60 «l Xà^ot xóXavt« Xpoooò? é4 s/iuv ànoiotxai. Sembra nonostante le testimonianze degli scrit- tori metrologici che i talenti d'oro di questo tipo non siano stati co- niati che in Egitto. 26 Greci dell'epoca Alessandrina ed era ragguagliato a 6 dramme attiche all'epoca di Alessandro il Grande quando l'argento era in un rapporto di i : io coll'oro e a 5 dramme quando il rapporto fra i due metalli fu abbassato ad i : 12. Non so se debbano essere ravvicinati ai nominali e. d. attici quei didrammi che Svoronos chiama stateri d'oro di piede fenicio (i) coniati da Tolemeo Soter fra il 305 e il 285; ma da quanto si è detto dai primi anni di Tolemeo Soter sino al 270 sono coniati con certezza sul piede di una dramma d'oro di gr. 3,571 solo il pentadrammo o Tot/^pu^ov ed il trio- bolo corrispondenti rispettivamente a 60 e 6 dramme d'ar- gento come risulta dalla tavola seguente: Nominali d'oro sul piede della dramma di gr. 3,57. Nominali Peso in gra.Timi 1 Peso in oboli Valore in dramme d'argento Pentadrammo Didrammo ? Triobolo 17,8-55 7,142 1,7855 30 12 3 60 24 L'emissione dei Toi^^pixia che recano l'effige di Tolemeo Soter anche durante il regno del Filadelfo, si arresta (2) dopo la morte di Arsinoe Filadelfo (270-71) colla comparsa degli paeia del peso normale di gr. 27,878 recanti l'effige della regina divinizzata: dal 270-71 a. C. in poi la dramma d'oro tolemaica di gr. 3,571 è ridotta a gr. 3,4838. Sotto Tolemeo Filadelfo sono coniati in oro gli otto- drammi, [AvasXa di gr. 27,868 del tipo descritto da Svoronos (i) Svoronos, op. cit., pag. 18, nn. loi, 102, ili, 121, 126, 128, ecc. I pesi di questi nominali sono di gr. 7.30, 7.19, 7.15 (2), 7.13 (2), ma la maggior parte di essi hanno un peso inferiore a gr. 7.12. Il e. d. piede fenicio corrisponde secondo l'opinione comune dei metrologi a gr. 3.638 quindi dà un didrammo di gr. 7.276 mentre il piede ridotto tolemaico <^i S^' 3-571 dà un didrammo di gr. 7.142. (2) I pentadrammi emessi nel 266-65 a. C. dovrebbero ora conside- rarsi come eccezionali; probabilmente le date di queste monete dovreb- bero essere controllate. 27 (op. cit., n. 605), i tetradrammi, i mezzi pas^a di gr. 13,934 <^), i didrammi di gr. 6,967 (2) e le dramme di gr. 3,48385 (3'. Nominali d'oro di Tolemeo Filadclfo coniati sul piede della dramma di gr. 3,48. Nominali Dnmme d'oro di gr. 3,48 Dramme d'argento di gr. ■^,571 Mvatìov 10 100 ictvtaxpoaov 5 50 0'18pa)(jAOv 2'/. 25 «potxfxYi l'A 12 V. Dai nominali aurei già trattati risulta che la dramma d'oro attico-tolemaica di 4,285 gr. sotto Cleomene è ridotta a gr. 3,571 sotto il Soter e a gr. 3,48125 dopo la morte di Arsinoe Filadelfo, quindi non credo esatta l'assegnazione di Svoronos al legno di Tolomeo III Evergete dei seguenti no- minali di peso attico che portano l'immagine di Berenice, Rspsv'.xsia vopdfAaTx (Poli., Onom., t. X, 84, 101). Decadrammo d'oro attico (4) P. n. gr. 42,854 Pentadranimo (5) „ 21.427 Pentemidrammo (6) n 10,7315 Dramma (7) u 4.2854 Triobolo (8) H 2,1427 Triemibolo {9) n 1,07135 Certo è che questi pezzi hanno per base la dramma d'oro di gr. 3,571 o quella di gr. 4,2854 che si mantiene con la prima in un rapporto esatto di 6 a 5 mentre è invece as- (i) Pesi osservati, Svor., 11. 604. (2) Pesi osservati, Svor., n. 605, gr. 6,95. (3) Pesi osservati, Svor., n. 606. ji;r. 3,45. (4) Per ia moneta d'argento dello stesso tipo vedi pag. 30-31. (5) N. 972, gr. 42.83, 42.81, 42,76 (2). (6) N. 962, gr. 21.42, ecc. (N. 978), ^r. 21 40 (2), ecc. (7) N. 980, gr. 4.30 (2), 4.28 (2), 4.27 (2), ecc. (8) N. 281. gr. 2.15(2), 2.14(2), 2.13, ecc. (9) N. 982, gr. 1.15, 1.08. 107(2), 1.06(2), ecc. 28 solutamente da escludere la nuova dramma di gr. 3,483 (i), quindi i pezzi che lo Svoronos e tutti coloro che si sono oc- cupati di numismatica tolemaica, attribuiscono a Berenice II e quindi al regno di Tolemeo III, per il loro piede monetario appartengono secondo me a Berenice I e precisamente ai primi anni di regno del Filadelfo, sotto il quale ebbe luogo la divinizzazione della madre Berenice I (2). Attribuendo il BspevUsiov vófy.tdfjLa al regno del Filadelfo non ci resta che as- segnare a quei nominali il valore che ad essi conferisce il confronto con la moneta coniata prima della morte di Arsinoe. Poiché il così detto decadrammo d'oro con un rapporto oro-argento di i : io corrisponde a loo dramme attiche o 120 tolemaiche e a 120 dramme attiche 144 tolemaiche con un rapporto di i : 12, al BspEvtxsiov vóy/.^ay. d'oro si possono assegnare i seguenti valori <3> : Bepsvixeia vofJtiojxata Oboli Oboli Pesi tole- attici maici Dramme attiche rapporto oro I argento 1 : IO I : 12 Dramme tolemaiche rapporto oro argento T ; IO I 1:12 Decadrammo Pentedrammo Pentemidrammo Dramma Triobolo Triemiobolo 42,854 (;o 72 100 120 120 21,427 30 3(i 50 ()0 60 1 10,713 15 18 25 30 30 4,2854 6 17 Vs 10 12 12 2,1427 3 375 5 () 6 1,0713 IV2 17. :^V. 3 3 144 72 30 (1) In questo caso il dodecadrammo di questo piede monetano cor- risponderebbe a gr. 41.806 e non a gr. 42.85, e i nominali inferiori sa- rebbero ridotti anch'essi in proporzione. (2) Si sa che sotto il regno di Tolemeo II Filadelfo furono tributati a Berenice onori divini insieme al suo marito. Theocr. XVII, 121 e segg. Kallixenos F. H.G., III, 59 e 65, sul culto dei Beol ocoxvjpe? cfr. Wil- KEN, Gel. An., 1895, 193 e segg., con accenno all'iscrizione Aduletana, GIG.. III, 5184-5797 {IGL, 727) come moglie di Tolemeo I, dove sono nominati i Beol ocDXYjpe?. Come madre di Filadelfo e di Arsi noe è nomi- nata in due iscrizioni in Olympia {Dittenberg. Sylloge, 152), in GlG.y III, 5184 e 5795 (= IGL, 727), come moglie di Tolemeo 1 in GIG., II, 2614 (Pauly Wissowa, Realenz, pag. 283, sotto Berenike). (3) I valori del Bepevóxeiov vóixca|Aa sono stati effettivamente quelli indicati nelle colonne 6, 7 e 9 per i cambiamenti di rapporti fra l'oro e l'argento effettuatisi nel periodo che va dagli inizi della conquista ma- cedone al 279-280 a. C. 29 I dati della quinta colonna della tavola di pag. 28 con- frontati con quelli della sesta colonna di questa dimostrano come per il Bspevixstov vójxidfAa sia più probabile il rapporto fra l'oro e l'argento di 1 : io che quello di i : 12. L* Evergete coniò invece il paeTov di gr. 27,868, la dramma di gr. 3,483 e Temidrammo di gr. 1,74(1): i suoi successori mantennero presso a poco gli stessi tipi monetari, onde quan- tunque la maggior parte delle congetture dello Svoronos re- lativi alla coniazione dell'oro tolemaico dopo il Filopatore siano assai discutibili (Head, Hìst., Num.^, pag. 855 e segg.) si può tuttavia ritenere che l'emissione di nominali aurei cessi soltanto sotto il regno dell'Aulete (80-58 e 55-51), quando il tetradrammo di argento divenne una moneta di biglione. MONETA D'ARGENTO TOLEMAICA. L'argento fu coniato su larga scala sotto Cleomene e sotto la Satrapia del Soter sotto forma di stateri attico-tole- maici di gr. 17,136 simili ai pezzi ateniesi, ma mentre i te- tradrammi mantengono inalterato il loro peso legale sotto la Satrapia di Tolemeo I, le dramme e i trioboli pare abbiano il peso inferiore al normale (2) di gr. 3,75 e gr. 1,8725 (3). Nel 311-305(4) e forse sino ai primi anni di regno del Soter (5) sono coniati stateri, di gr. 15,7098 (6), su un piede di una dramma di gr. 3,927 che lo Svoronos chiama impro- priamente rodio (7) sinché il tetradrammo tolemaico sotto il (i) I pesi delle dramme d'oro si mantengono generalmente inferiori al peso normale (n. 995) gr. 3.08, gli emidrammi non superano i gr. 1.55, "• 935» gr. 1.53. ^52, n. 983, gr. 1.55, n. 984, gr. I.51. (2) Dato il numero abbastanza ragguardevole di pezzi che ci sono rimasti ed il loro slato di conservazione non si può supporre che il basso peso delle dramme e dei triboli sia accidentale. (3) Dran.ne (n. 34) gr. 3.74, 3.71, 3.8. 3.59, 3.51, 3.50, ecc.; Trioboli ("• 35) gr- 188. 180, 1.74, 1.71 ; Dramme (n. 43) gr. 3.70, 350, ecc.; Dramme (n. 45) ^v. 3.77, 3.70, 3.50; Dramme (n. 40) p;r. 360, 3.55. (4) Svoronos, op. cit., n. 96. (5) Ctr. classe A, serie A e B, di T-'U-tn,-,, 1 (6) La media di 15.71, 15.65, 15.63. (7) Di questi piede non esistono clit ^1: suur: •. 3° Soler subisce una nuova riduzione di peso ad assume il tipo caratteristico della moneta alessandrina; da ora in poi esso recherà l'effige di un Tolemeo al diritto, l'aquila al verso. A questo statere del peso di gr. 14,99 bacile a determinarsi data l'abbondanza e la buona conservazione dei pesi rimasti si dovrebbero accompagnare didrammi di gr. 7,498, dramme di gr. 3,75, trioboli di gr. 1,875, ecc.; forse appartengono a questa serie i didrammi (i) della Cirenaica (304-285 a. C.) di cui alcuni recano la testa di Tolomeo I, altri quella di Be- renice I mentre invece la serie A della classe B (Svoronos, opera citata) di Tolemeo Soter presenta ottadranimi che appartengono almeno dal punto di vista metrologico al piede monetario di gr. 3,57. Non ci si può nascondere che la classificazione della moneta d'argento alessandrina nel periodo che precedette Tolemeo Filadelfo presenti, almeno in apparenza, non poche complicazioni che dipendono generalmente dalle incertezze cronologiche, dalla varietà delle zecche e dalla scarsità dei materiali (2). Ciò nonostante pure attraverso le difficoltà che presenta lo studio della valuta egiziana della fine del IV secolo e il principio del III resta accertato negli anni che precedono il regno del Filadelfo 1' uso successivo di tetradraiiimi di gr. 17.138, 15.098 e 14.996 (3) ed infine di gr. 14.284, dopo Tolemeo II sotto il quale la moneta alessandrina acquista una uniformità di peso e di tipi che ne rendono assai più agevole lo studio dal nostro punto di vista. Anche per l'argento secondo me va attribuito all'epoca del Soter e ai primi anni di regno del Filadelfo il Becevì/ceiov (i) Pesi osservati (n. 309) gr. 7.42, (n. 317) 7.42, (n. 318) gr. 7.46, 7.45, 7.42. Questi nominali appartengono alla stessa serie dei trioboli d'oro di gr. 2,865 e dei didramini di gr. 8,56 v. p. 25. (2) Non si potrebbe escludere che alcune delle complicazioni della monetazione tolemaica della fine del IV e principio del III secolo po- trebbero in parte avere origine dalla coniazione di monete di piede straniero destinate quasi esclusivamente al commercio estero. (3) Probabilmente le difficoltà che derivano dall'uso dei sottomultipli il cui peso non si accorda sempre con quelli degli stateri, potrannc essere spiegate con una revisione della cronologia dei pezzi. 3t vó{jLi<7(j.a che Io Svoronos classifica come moneta di piede at- tico di Tolemeo 111 Evergete (^) costituita da pentadrammi attici (p. n., gr. 21426) (2), pentemidrammi (p. n., gr. 10,713) (3) tetroboli (p. n., gr. 2,856) Ù), dioboli (p. n., gr. 1,428 (5> e da un nominale d' argento di cui esiste un unico esemplare (n. 988) di gr. 46,68 in cattivo stato di conservazione al quale si può assegnare il peso approssimativo di 12 dramme attiche. Come ho già accennato dopo Tultima riforma monetaria del Soter si intraprese in Egitto la coniazione degli stateri di gr. 14,284 e delle dramme di gr. 3,571 che fu continuata ininterrottamente <6ì fino all'epoca del triumviro M. Antonio il quale forse tentò di introdurre in Egitto per breve tempo e senza fortuna il denaro repubblicano di Ve* ^^ libbra ro- mana. Gli stateri tolemaici ridotti a moneta di biglione sotto l'impero da Tiberio (18-19) furono poi coniati sino al 295 circa, anno in cui ha luogo la riforma monetaria di Diocleziano (7). (i) Ved. pag. 28 e segg. Questi stessi nominali potrebbero essere rispettivamente esadrammi, didrammi, tetroboli e dioboli tolemaici. (2) (n. 963) gr. 20.20, 20.17, ("• 982) gr. 21.12, 20.05, 19.92, 19.85. (3) (n. 990) gr. 10.17, 10.00, (n. 991) gr. 9.95. (4) (n. 987) gr. 227. (5) (n. 985) gr. 0.87, 0.76. È difficile si tratti di oboli di peso ec- cedente. (6) Dopo il 270-71 sono coniati dal Filadelfo decadrammi del peso di gr. 35,71 colla testa di Arsinoe e tetradranmìi di gr. 14,284 sotto l' Evergete si continuano i tipi monetali del Filadelfo; sotto Tolemeo IV e V sono comuni i didrammi, sotto V Epifane sono coniati ottodrammt (p. n. 28,56) (p. oss. gr. 28,47), tetradramuìi e didrammi e forse trio- boli, dioboli e oboli. Gli altri Tolemei in generale emettono stateri che restano sempre la moneta tipica alessandrina, didrammi e a volte dramme e frazioni di dramma. 11 triumviro M. Antonio coniò in Cire- naica pezzi di gr. 15.61, 15.40, 15.27, 15.16, 15.08 eguali in peso a 4 de- nari repubblicani (Svoronos, op. cit., n. 1808) e in Egitto con scrittura latina nel 34-35 un nominale àp^opiov Jvjvipiov di gr. 3,84 che proba- bilmente più che a sostituire le dramme alessandrine doveva servire per il soldo delle legioni romane. (7) (n. 364) gr. 3.57, 3,55 (n. 372) gr. 3.33, 3.28, 3.13 (n. 570) gr. 3.38 (11. '-JT^I <' ! 2,<(i (Il ZO^,\ V'f. :> on (w zr)~: i "T o ->T 32 RAPPORTO FRA L'ORO E L'ARGENTO MONETATI NELL'EPOCA ALESSANDRINA. Il rapporto legale fra rargento e Toro in Grecia ai tempi di Alessandro era certamente di i : io come appare da varie iscrizioni che vanno dal 336-335 al 306-305. Nei conti della PouXyi di Delfi e sotto l'arcontato di Dione (336-335 a- C.) BCH., XXIV, 1900, pag. 124 e segg. ^i), 150 filippi d'oro (il filippo è uguale al didrammo attico) corrispon- dono ciascuno a 7 stateri eginetici o 20 dramme attiche come sotto Tarcontato di Theone (328-7) [BCH., XXIV, pag. 475), dove il darico è ragguagliato a 7 stateri eginetici (20 dramme attiche) r^apsijcol TpiTaxQCiot sIjcogi si;... toÓtwv ìtz'zx cTocTfipcrc ; quan- tunque in questa stessa iscrizione (col II A 7), àptG(7.e!:Tai ^ì ó ^apsr/cò; éfTUTà (TTaTYip<7t x]aì ^pa/jy/7. si ha invece un corso al darico forse eccezionalmente un poco più elevato. Un rapporto assai vicino ad i : io (1:9,45) risulta dai conti degli hieropi di Delfi dell'anno 329-328 (C. /. A., IV, 28346) dove 2 philippi, I dramma ed i obolo d'oro corri- spondono a 50 dr. 5 '4 oboli (i dramma calcidica l'obolo). Il solito rapporto può esser ricavato dal CI. A., II, 719 (321-20 a. C.) ed i Did., 728 (319-18) e dalla rubrica dei conti dell'Arconte Coroebus (306-5 a. C), CI. A., II, 327, che ha maggiore importanza per il mio studio perchè contemporaneo della moneta tolemaica e perchè offre un ragguaglio per somme d'oro e d'argento assai rilevanti. Il rapporto di i : io fra l'oro e l'argento che ricorre nelle iscrizioni della fine del IV secolo compare anche negli scrittori di questo periodo come risulta dal passo della Ilapa- ypoooù? sxaxòv TCevx-rjXovxa Tsxaaxov sv éittà oxatTipoc, Toùxo Iy^vsxo el; àp^optoo TCocXo-.ioy I 33 xaTa^YiìCTn di Menarra^Mi^ramandatoci da Polluce, Script. MetroL, I, 290. ^ Tò Sèypu^iov oTi ToO àpyupiou ^exaTU/.àGtov y.v v yàp óXxtiv Tà).àvTOo ^pu'jiov GOt icatStov, sffTT.xa rspwv, STràys'. {xstÌ Ta'jxa T^epì tóutoo ^.syoiv, fxaxapco; sxelvo-; ^sxa xàXavTa xaTa(p«Ya>v ,,. Anche interessante è il passo di Arriano, IV, 18, 7 sul- l'assedio della fortezza dei Sogdiani dal quale si ricava il rapporto di i : 10 fra l'argento e l'oro, dall'eguaglianza di un talento, che m quell'epoca deve essere attico, a 300 da- rici d'oro. Questo rapporto (2) pare sia rimasto tradizionale in Gre- cia, perchè nel 189 nel trattato di pace cogli Etoli questi pagavano ai romani l'indennità di guerra ragguagliando la mina d'oro a io mine d'argento: " tóìv (^£/,a (/.vóiv àpyjpiou jivav <^i^óvTe; (3) „. Questi dati fanno supporre che il rapporto fra l'argento e l'oro che sappiamo vicino ad i : 15 in Atene ai tempi di Pericle, di i : 13 S, in Persia nella stessa epoca e ad i : 12 ai tempi di Platone (Ps. Platone Hipparchus, pag. 241 D.), si fosse innalzato ad i : io probabilmente verso la metà del IV sec. per l'intensivo sfruttamento delle miniere aurifere del monte Pangeo in Tracia da parte di Filippo di Mace- donia (4). Nello stesso senso influirono certamente anche le conquiste di Alessandro che riversarono sulla Grecia tesori per quei tempi immensi. Però a questo riguardo devo osser- vare che non basta l'abbondanza o meno dell'oro nella cir- colazione di un paese per inferirne i rapporti legali fra la valuta aurea e quella d'argento, che come dimostrerò nel (i) Menandro fiori fra il 320 ed il 292 a. C. (2) EsiCHio, Script. Metrol., I, 307, '0 Ss -^pììzùb:; ittp'. 'Attixoìt; Sóvatat t^ayj^ÒLZ 8óo u>c lloXé(iapxó(; cpfj^t, Spa)(|i-r] 2l to6 ^puooò voniafiato^ àp^upcoo 3pa)r(i.à(; 3éxa ptvàv Sé Xéfooo'.v to'j<; tcévte ^puooò; éxatov Spaj^jxat KOtoòoiv •j.vàv |iiav (3) PoLiB., 6, XXII, 15, 8, confermato da Livio, XXXVIII. 11. * Pro argento si auruni dare mallent. darent coiivenit duiii prò arjienlcis de- cem aureus unus valeiet ^ e dal commento di Zonara, X, 540 B. . (4) Th. Reinach, l'Htsl. par la wontiait, pag. 52 3 34 corso di questo studio l'oro monetato nell'epoca ellenistica era coniato con troppo alti rapporti fissi rispetto all'argento per poter esser considerato semplicemente come una merce nei riguardi della circolazione interna. RAPPORTO FRA IL VALORE DELL'ORO E DELL'ARGENTO MONETATO PRESSO I TOLEMEL La dramma tolemaica d'oro è successivamente di gram- mi 4,2854 sotto Cleomene ed il Soter, di gr. 3.571 sotto il Soter e il Filadelfo, di gr. 3,483 dopo il 270-71. Quella d'ar- gento originariamente di gr. 4,2854 sotto Cleomene e To- lemeo I è ridotta a gr. 3,927 e g^r. 5,75 sotto il Soter che probabilmente iniziò anche la coniazione della dramma ales- sandrina tipica di gr. 3,571- 1 dati che derivano direttamente dallo studio delle monete e quelli che possiamo ricavare dai documenti ci permettono di determinare a volte con certezza e a volte invece soltanto con molta probabilità il rapporto fra l'oro e l'argento monetato nel!' Egitto Tolemaico. Dall'epoca di Cleomene alla reggenza di Tolemeo I, l'oro e l'argento sono coniati su uno stesso piede di gr. 4,2854. I nominali aurei- emessi sono il tetradrammo, il didrammo(?), la dramma e verosimilmente il tetrobolo. Nominali Peso normale Dramme Oboli Rapporto 1:12 Rapporto 1 : IO Tetradrammo 17,139 4 24 48 40 [Didrammo] 8,571 2 12 24 20 Dramma 4,285 1 6 ]0 10 [Tetrobolo] 2,857 Va 4 8 6^/3 Il valore dell'oro in argento nella fine del IV secolo era certamente quello che riscontrammo nei documenti di que- st'epoca citati a pag. 32 e segg. Il rapporto decimale fra i due metalli che in Egitto forse come in Persia era gi.à praticato Ira le unità monetane d'oro e d'argento si adatta assai bene ai nominali d'oro di Berenice che se fossero invece multipli di 35 dramme tolemaiche, sarebbero coniati in un rapporto di 12 coll'argento (r) e darebbero i risultati evidentemente assai poco soddisfacenti dell'ultima colonna della tavola seguente (2): Valori in argento dei nominali d'oko coniati in egitto PRIMA DEL 270-71 a. e. Pesi no rmali dei no- i in grammi 2 * ■o- II ._ 0 l'i 0 _T3 :r:"u Rapporto oro-argento di 1 : IO Rapporto oro-argento di 1:12 minai dramme dramme dramme dramme e . - 0 e 0 " 0 - 2 ed. attiche tolemaiche e d. attiche tolemaiche ^ gr. 42.854 IO 12 60 72 100 120 120 144 * „ 21,427 5 6 30 36 50 60 60 72 „ 17,85 -tVe 5 25 30 41^3 50 50 60 ■X- ,■ Hi,71 2 Va 3 15 18 25 30 30 36 „ 8,57 2 2^5 12 14 75 20 24 24 28 Vs » 7,142? 1*/. 0 IO 12 18 20 20 24 „ 4,2854 l IV5 6 "''U 10 12 12 14% II 2,87 *u V. 4 4V5 6^3 8 8 9V. 1» 2,142 'U '/5 3 3^/5 5 6 6 TVs l,7'-\5 V,, V2 2*/2 3 4 Ve 5 5 6 ., 1,071 V4 /IO IV3 l*/5 2V« 3 3 3V5 I noriiilUili contrassegnali asterisco ^ appartengono esclusivaiiiente alla categoria del Bep»vixetov vó^itofia. Il rapporto fra l'argento e l'oro ai tempi di Tolemeo II prima della coniazione degli {xvaeia fu certamente abbas- sato ad I : 12 <3), come dimostra il nome di Tpiypuffov dato al pentadrammo d'oro di gr. 17,85 coniato dal Fiiadelfo insieme al triobolo. Questo nominale che compare nel P. Edgar, 5, 2, è cambiato in p-vaeTa (vedi pag. 26) come una moneta equi- valente a 60 dramme tolemaiche. Il passaggio dal rapporto argento-oro di quello di i : 10 a I : 12 è stato secondo me graduale. I dati di cui disponiamo fanno ritenere che l'oro fosse coniato su piede attico sino ai tempi di Tolemeo II, ma è molto probabile che alla dramma d'oro attica si facessero corrispondere sino ai primi anni di (i) I dati di questa tavola sono ottenuti i aggtiagiiando k- draninic tolemaiche di gr. 3,571 a 5 oboli di dramma attico-tolemaica di gr. 4,2854. (2) La morte di Berenice 1 e quindi anteriore all'emissione dei pen- tadramini del Fiiadelfo. (3) Questo rapporto di i : 12 fra l'argento e roro tolemaico è iden- tico a quello che vigeva nella stessa epoca in Sicilia. Vedi A. Skgrè. Note di monetazione e di metrologia stcìliana (sludi in onore di Ors; 36 re^no del Filadelfo non più di io, ma 12 delle dramme to- lemaiche coniate sotto il Soter. Poiché il primo statere ri- dotto di gr. 15,71 corrisponde esattamente a 22 oboli di dramma attica tolemaica, il secondo di gr. 14,99 a 21 oboli della stessa dramma se poniamo un didrammo d'oro tole- maico eguale a 12 dramme d'argento si ricava un rapporto fra i due metalli rispettivamente di i:ii e i : io V2 ^^^• Dopo la riforma monetaria di Tolemeo Filadelfo (271-70), sino alla conquista romana allo statere d'oro di gr. 13,9216 si fecero corrispondere 25 dramme d'argento tolemaiche di gr. 3,571 il che porta ad un rapporto fra l'oro e l'argento di I :i2^Vi6. Questi dati ci risultano con sicurezza dal nome di (xvaeia dato agli ottodrammi d'oro tolemaici del peso di gr. 27,845 e da un passo dello 2xut£u; di Heronda del tempo del Filadelfo dove evidentemente 4 darici d'oro sono calcolati come una somma più elevata di una mina o penta- statere d'oro tolemaico (2). (i) Il peso dello statere attico-tolemaico moltiplicato per 12 è eguale rispettivamente ad 11 e io '/a didrammi ridotti di gr. 7,851 e gr. 7,445- (2) Nel mimo di Heronda un calzolaio alla moda Kerdon domanda una mina d'argento per un paio di sandali Fóvat, pif^c; fAV"^^ èouv fi^tov i:oùxo TÒ CsùYO(; ; la compratrice si lamenta per l'enormità del prezzo; un'amica interviene per domandare quanto costa un altro paio di cui Kerdon ha detto sopra (v. 30) e ritorna a dire (v. 106) che è della stessa qualità e dello stesso valore del primo; Kerdon risponde (v. 99) : oxatYjpa? névis . vai [aoc Hsobz. cpoità Yj 'laKxy.' EòetYjpti; Yjfxépocv TCàaav Xa^sìv àva>Yoe)G\ àWh'^uì jxiv [èyOaJtpo) v.YjV Téaoapàc fxoi oapeiv.oòc ónóoxYjxa'..... Reinach e con lui la maggior parte dei commentatori trovano delle oscu- rità sul testo perchè ponendo 5 stateri eguali ad l mina e un rapporto fra l'oro e l'argento i : io, ritengono implicitamente che si tratti di nominali attici. Il ragionamento non è esatto come dimostra l'imbroglio dei com- mentatori di fronte ai darici del verso 103. Gli stateri di cui parla Kerdon sono quelli dell'epoca di Tolemeo Filadelfo di cui 5 formavano il ^vaelov o ottodrammo tolemaico di gr. 27,845. In questa epoca /poooó? o xptJ30ó(; oTttTYjp è semplicemente un nominale d'oro corrispondente a 20 dramme d'argento, quindi quando Kerdon dice è^Oaipto xy^v xéoaapàg jiéì oapetv.oìx; ÒTCÓoxviTat intende come è naturale di parlare di una cifra più elevata : infatti 4 darici corrispondono esattamente a 33,52 gr. d'oro o 120 dramme d'argento tolemaiche. 37 Il rapporto legale fra i due metalli si mantenne di 1 : 12 *Vie» P^r tutta l'epoca tolemaica. Su questo nuovo piede monetario sono coniati i seguenti nominali : Ottodrammo o jivatìov (i) gr. 27,843 = d»-. 100 Distatere o ntvt-rjxovTaipaxfxov „ 13,9216 = ^ 50 Statere „ 6,966 = „ 25 Dramma „ 3,483 = „ 12 V» Triobolo „ 1,741 = „ 7V4 Lo Statere d*oro prende il nome di xP'^aoO; TaXavTOv, che presso l'anonimo alessandrino, Script. MetroL, I, è raggua- gliato a due dramme attiche di tre scrupoli (2). "'Ayei oòv tò ypudoO? TaXavTOv 'ÀTTDtà; 5pay{j(,à; Suo, ypà{/,{xaTa ?', TETapTa? Questo passo messo in relazione con quelli dell'epoca romana ci dà le seguenti divisioni del pasTov : MvaBÌov gr. 27,868, i atot^jp „ 6,968, 4, I ^P«XK''h .; 3,4838, 8, 2, I x»Tapr»i „ 1,7419, 16, 4, 2. I Tpttfxjia „ 1,1613, 28, 6, 3, I Va, i Il XP'^<^°'^ èxKT/ifLou avaelov del P. Paris, io, è con ogni pro- babilità identico a quello che compare nei papiri dell'epoca romana. Lo statere del Filadelfo pesante circa i ^^/ ^^ del di- drammo d'argento ha tutta l'apparenza di essere coniato su un piede affatto indipendente da quello tolemaico, né mi parrebbe troppo azzardato supporre che come la dramma d'argento di gr. 3,571 è il pentobolo della dramma e. d. at- tica di gr. 4,2854, così lo statere tolemaico posteriore al 270-71 corrisponde ai Vg del darico d'oro (3) che come è noto (i) Come moneta d'oro Suida, Script. MetroL, I, 336. (2) Al solito in questo passo la confusione fra le drauuiie attiche ^' g""* 4,366 con quelle romane di 3 scrupoli deriva dall'equiparazione della dramma romana a quella alessandrina e dalla sostituzione pres- soché costante nei passi metrologici del denaro neroniano alla dramma attica. (3) Il peso del darico è approssimativamente di gr. 8,37 (Hultsch, Griech. u. rom. Metro/., pag. 129-34): io oboli di darico corrispondereb- bero a gr. 6,975 e le dramme d'oro a gr. 3,487. 38 sino alla fine del IV sec. circolava alla pari collo statere at- tico ed alessandrino, ed era almeno sino alla conquista ma- cedone la moneta aurea piìi diffusa in tutta la Grecia (>). MONETA DI RAME TOLEMAICA. Le monete di bronzo tolemaiche presentano m .s:enerale una grandissima uniformità di tipi (2), e caratteri distintivi, in generale particolari a ciascuna serie e non a ciascun no- minale; perciò data la natura di questa mia ricerca nell'esame della coniazione del rame dei Lagidi terrò conto quasi esclu- sivamente del peso normale dei singoli pezzi, tanto più che la loro grande uniformità di tipi e di pesi fa arguire che gli oboli del Filadelfo seguitassero a circolare in Egitto fin sotto ai primi imperatori di casa Giulia i quali si studiarono di continuare le tradizioni nazionali nella monetazione del rame come in quella dell'argento. La maggior parte delle antiche ricerche sulla moneta di bronzo tolemaica hanno perso ormai ogni interesse per- chè la tesi degli antichi metrologi che tentava di fare di essa una moneta vera coniata con un rapporto fra il rame e l'argento di i a 120 è ormai completamente caduta in sl guito alle fruttuose ricerche di Grenfell, P. Tebtunis, App. II. pag. 580. La stessa sorte hanno quindi subito le vecchie equipa- razioni formulate da Hultsch (3), dei nominali di bronzo del sistema egiziano del dehen e della kite con gli oboli e le dramme di rame. Il bronzo tolemaico fu coniato su due piedi monetari differenti. La classificazione dei pezzi coniati nel periodo che va da Cieomene ai primi anni di regno di Filadelfo è per (i) Hultsch, op. cit., pag. 179 e segg. La menzione dei darici da parte di Heronda (v. p. 36) non è priva di interesse. (2) Per lo più al diritto porta la testa di Zeus Amnione e al verso una o due aquile con le ali aperte o chiuse e la scritta ritoXBfiaioo (uT-ripo? o IItoX8{i.aioo BaoiXéto? in epoche più recenti. (3) Hultsch, Die Ptolemàischen Miinz-und Rechiungswerte Abh. K. Sachs. Gesellsch.^ XVII, Leipzig, 1903. 39 ora puramente ipotetica per le incertezze e le difficoltà de- rivanti dalla scarsità dei dati e dalla prevalenza di nominali di piccolo peso. In ogni modo essa rappresenta certamente le ordinarie frazioni di dramma attica anche per i suoi pesi (i). I nominali di rame anteriori a Tolemeo 11 possono essere rappresentati dalla tabella seguente : Nominali Peso in grammi Peso in unità egiziane Valore *n oboli Valore in yaXxoi A 17,14 4 (iraiiniie e. d. attirhe I 4 B 8,57 2 V ^4 - C 4,285 ! ., v« 1 D 2,14 Vir, V. E 1,07 Vs. Vi Questa classificazione quantunque presenti necessaria- mente una certa indeterminatezza ed arbitrarietà, perchè nell'antica moneta di rame specie per i pezzi di minor peso si passa sempre da un nominale all'altro per gradi insensi- bili, si adatta secondo me meglio di ogni altra ai dati che possediamo. Tolemeo li portò un completo mutamento nella conia- zione del rame stabilendo quei tipi e quei pesi che i no- minali di bronzo tolemaici mantennero almeno teoricamente inalterati sino all'epoca di Cleopatra VII. Data l'importanza dell'argomento e l' interesse che ha suscitato presso la mag- gior parte degli studiosi di numismatica e di metrologia an- tica esporrò brevemente i criteri che mi hanno guidato nella classificazione delle monete di bronzo tolemaiche posteriori al Filadelto. I presupposti necessari della mia classificazione sono i seguenti : i.° - La moneta tolemaica di rame, come risulta dai papiri corrisponde a nominali greci e quindi a multipli e fra- zioni di <'h( i . (I) V pag. 64 f malogie la moneta contemporanea dei Scleucidi a 40 2.° — I nominali di Cleopatra VII contrassegnati con TT di gr. 20,1 — 15,8 e quelli contrassegnati con M di gr. IO — 7,891 (Regling, Z. /. Num., 1901, pag. 115), come assai esattamente ha riconosciuto Grenfell (App. P. Tebi., I, 595), corrispondono rispettivamente a 80 e 40 dramme di rame — cioè ad i obolo e a Vj obolo (i), perchè l'obolo di rame è eguale a 80 /aXxoO ^^oLyj^oLi e il talento di rame tole- maico (2) si divide come segue : XaXxoù xàXavTOV I 'Apyopioo òoay[^'i\ 'O^oXóc XaXxói; XaXv.oó 8paxM-*ri 12 Vr 600. 6000, I 6, 48, 480, I 8, 80, I IO, Partendo dal peso dell'obolo di Cleopatra, i nominali di bronzo più alti di gr. 100 — 92 negli esemplari ben con- servati non possono esser classificati che come tetroboli (3); donde risulta che le monete di rame da Tolemeo II in poi sono multiple di un pezzo di 5 dramme di rame (Vg xa>^^^?) che è il nominale piìi basso che compaia nei papiri (4). 11 peso del tetrobolo che non potrebbe essere determinato con esat- tezza matematica senza il sussidio dei dati della metrologia egiziana è un dehen come avevano riconosciuto giustamente Revillout, Hultsch, ecc., i quali però erroneamente (s) lo iden- tificarono attribuendo ad esso per di più il peso inesatto (i) La monetazione dell'Aulete e di Cleopatra VII è assai trascu- rata, tanto per i pezzi d'argento che ormai sono tramutati in monete di biglione che per quelli di rame ai quali non si può assegnare un peso ben definito senza riferirsi ai nominali corrispondenti più antichi, che invece mancano dei contrassegni del valore. (2) Ved. pag. 46 e segg. (3) Qualunque altra classificazione dei nominali di bronzo tole- maici posteriori al Filadelfo incontrerebbe difficoltà insormontabili per- chè dovrebbe assegnare ai pezzi di rame un valore esprimibile facil- mente in frazioni attiche di dramma e compatibile nello stesso tempo col peso dell'obolo di Cleopatra. C4) Cfr. Erone, nveojiattxà, 1, 21, dove il it^.'xàSpa^^iJLOv vó|Aiofi.a do- veva essere una monetina di rame destinata a mettere in moto delle macchine che fornivano l'acqua lustrale all'ingresso di alcuni templi di Alessandria. (5) A. Segrè, Misure tolem. e pretolemaiche, Aegyptus, 1920, fase. IL 41 di gr. 90,96. Assegnando adunque al tetrobolo il peso del deben, 50 dramme di rame tolemaiche corrispondono a ' /a^ di deben cioè al re, unità ponderale usata frequentemente nei testi almeno sino dalla XVIII dinastia '20 'Uo re 4,52 »/,. 3 Tv. 15 */.o re „ 3,0 '/, 2 1 lo Vio re 1,51 '/,, 1 V, 5 Assegnando alla dramma di 6 oboli il peso i Vt ki^e si ricava che il rapporto fra l'argento e il rame tolemaico co- niati dopo il Filadelfo è di 40.50, quello fra Toro e il rame di 40.50 X 12 = 486 e 40.5 X 12.81 = 518.8 dopo la riforma del Filadelfo ; in questi calcoli non si tiene conto dei cambi variabili delle dramme dei vari metalli. (i) A. Segrè, Aegypius^ 1920, fase. II. (a) Fondamentalinenle errato è rarticolo di Hultsch, che serven- dosi degli studi di Revillout trasse da un presunto rapporto di i ; xao fra il rame e l'argento una classificazione della moneta di bronzo to- lemaica che non si accorda né con i dati dei papiri, nò con quelli della moneta di Cleopatra, né colla divisibilità che presenta il nominale (te- trobolo) del peso di un uien. 42 CIRCOLAZIONE TOLEMAICA. Lo studio della circolazione tolemaica quale appare dai papiri richiede una distinzione per lo meno in tre periodi. Il primo che va dall'epoca di Cleomene al regno del Fila- delfo è assai intricato per i continui cambiamenti del piede monetario dell'argento di cui ho trattato a pagg. 29 e segg. il secondo va dal 270-71 fino alla fine del II secolo a. C, il terzo da quest'epoca giunge agli inizi dell'impero. I papiri anteriori al regno di Filadelfo si contano sulle dita : perciò poco possiamo dire di questo periodo che è forse il più complicato della monetazione tolemaica. Per ora il primo esempio di dramme egiziane di Alessandro h TTI àpyupioi» 'AXsJavSpeioo compare nel P. Eleph., I (31 1-3 io), i, 11-12 se il Dittenberger. Sylloge, I, 3, 387, non è piij antico di due anni (i). Le dramme alessandrine di questo periodo di peso e. d. attico prendono costantemente il nome di 'A>^£;av5p£iou àpyupiou ^^(x.jjxcf.1, come ci risulta oltre che dallo scarso materiale epi- grafico, dai pezzi coniati sotto Tolemeo Soter, che tranne qualche rara eccezione portano tutti la scritta AAESANAPOT (2). Il passaggio dall'unità e. d. attica a quella tipica tolemaica può essere ricostruito soltanto mediante induzioni. Ritengo che i nominali e. d. attici quotati alla pari della dramma ateniese (3), per il commercio estero fossero valu- tati a Vg di dramma tolemaica perchè il loro valore in que- st'epoca doveva dipendere quasi esclusivamente dal peso e (i) RuBENSOHN P., Eleph., I, nota 21. (2) Rari pezzi anonimi furono coniati pare dopo la morte di Ales- sandro IV (SvoRONos, n. 25 e segg;.). Un'altra serie di monete (Svoro- Nos, n. 32) reca l'iscrizione nTOAEMAIOT AAEEANAPEION (scil. vó|j.ta(Ji.a). (3) La quotazione delle dramme di Alessandria alla pari colla dramma attica è certa perchè la differenza di peso dei due nominali « inferiori a quella che intercede fra lo statere attica e il darico che pure corrispondevano ad egual numero di dramme d'argento. 43 dal titolo. Per contro nei paesi soggetti al dominio dei Tole- mei il potere liberatorio della valuta egiziana dipendeva tanto dal suo valore intrinseco che dalla legge, quindi non è im- probabile che le vecchie dramme di peso e. d. attico fossero ritirate dalla circolazione con quei mezzi ai quali si accenna nel P. Edgar, 5, per i Tpi^^puaa e le altre monete d'oro (') : è quindi probabile che l'argento di Alessandria fosse tolto di mezzo prima da una bassa valutazione legale che ne rendeva proficua la fondita, l'esportazione o la conversione in moneta nuova, e successivamente da leggi fiscali che ne vietavano l'uso. Sotto Tolemeo li la dramma d'argento serviva come moneta di conto effettiva, però il suo cambio con quella di rame non era fisso. Lo statere d'argento in rame, alla pari, corrisponde a 24 oboli, come risulta dai documenti greci e demotici dell'epoca tolemaica dove 24 monete di rame sono scambiate con due unità. Nei papiri demotici dove Grifììth legge " rame 24 = 2 kite (2) Spiegelberger „ oboli 24 = 2 kite (Grenfell, P. Tebt., App. II, pag. 581-83), il senso è cer- tamente 24 oboli = I statere perchè la kite nei documenti demotici è eguagliata costantemente al didrammo, né ormai si hanno più dubbi sull'interpretazione di questa frase che trova il suo riscontro nel Revenue Laws, LX, 15, Xr.^óixeSa si; TÒv (TTaTYipa òpo>.où; xS' e nel P. Eleph., 17 (22322), i, 27, yivovxai yjxhioxj et; >c$ h^p,. Nel periodo anteriore alla fine del li sec. a. C. l'unità monetaria tolemaica è, come ho detto, lo statere d'argento che fa un aggio del io % circa sul rame (y7Xy.Q^ oò àiWaL-^rì) quando non venga a stabilirsi per convenzione un cambio alla pari (^.a^itò? ìdóvOfjLo;) (3). Non c'è dubbio, secondo me, che il corso dell'argento abbia un carattere puramente legale perchè se esso fosse (1) Vedi pag. 45. (2) Vedi anche Griffith, F. Ryi, III, XVB, pag. 135, a, Il e pag. 137 e segg:. P. Ry/., Ili, XVI, pag. 140, ecc. (3) Un fenomeno analogo si riscontra nei primi ire secoli dell'im- pero quando il tetradrammo d'argento è quasi costantemente raggua- gliato a 28 oboli di rame. 44 dovuto alle condizioni di un mercato libero si riscontrerebbero nelle valutazioni dei tetradrammi in rame quelle forti oscil- lazioni caratteristiche della valutazione dello statere tolemaico in dramme di rame o del solido d'oro bizantino in voo{y.fi,ia. Il tetradrammo d'argento è quasi costantemente raggua- gliato a 26 V2 oboli di rame con piccole oscillazioni quasi sempre trascurabili, ed ancora meno accentuate di quelle che appaiono nella valutazione dello statere di biglione in oboli sotto l'impero (i). Come l'argento fa un aggio sul rame così è probabile che l'oro non fosse cambiato alla pari cogli altri metalli, ma nulla possiamo dire di preciso su questo argomento. Certo è molto probabile che si tenessero generalmente separati i conti nelle diverse specie monetarie (2) e che si raggua- gliasse poi tutto in unità di conto tenendo calcolo del corso dei cambi. I testi dove si trovano accenni a monete d'oro sono per (i) Sul Revenue Law., app. II, n. 5 in un conto di xepàtia pel pa- gamento deU'àicójAotpa (III secolo a. C. metà) si hanno i seguenti rag- guagli fra U2:uali valori nominali di rame e d'argento : rapporto rame argento rame argento A) col. II T157 dr. 3 ob. =: 1043 dr. 3 ob. 11.09257 : io B) 3429 dr. Va ob. = 3091 di. Vj ob. 11.09257 : io C) 3891 dr. 1V2 ob. = 3399 dr. 4 Vi ob. 11. 151 : io Calcolando in questo testo un rapporto di *°/, fra la drannna d'argento e quella di rame si ricava che lo statere d'argento è ragguagliato quj a 3673 oboli di bronzo. Un corso di 26^3 oboli di rame per lo statere compare in Wilcken Ostraka, I, 331, nel P. Zois, I, 33 (II, sec ), ne] P. Louvre, 62 col., 5 1., 16, nel P. London, III, 1200, 1. 10-12 (192-168 a. C.) y^ctKiiob èv KS e. e nel P.S. I. V., 518 (251-50 a. C.) dove 1408 dr. 4 Vj ob. di rame corrispondono a 1275 dr. 5 ob. d'argento. Nel P S. I., 338 (244 a. C), invece in un conto di à\iv.'f\ ed altre tasse che do- vevano essere pagate in argento lo statere è di 26,43 oboli di rame perchè a 61 dr. i ob. di rame si aggiungono 6 dr. 2 ob. per trasformare il rame in argento cfr. i, 4346 è? tò ^aotXtxòv Sci xà^aoO-at -/aXxo'I/ xal àXla^y] h <;= (h 4Cf). Nel P. Hibeh, 1, 51 (245 a. C.) il tetradrammo di rame pare sia quotato ufficialmente a 25 oboli, xal oópia? Xàjipave é|(a8p)àxfiOoc ^«l ènaXXaYv)? xo5 rni'iQOoc, tòóv Sfpa^iJLwv) (Ò^oXòv) (-^jitwpéXiov), TùooÒTo fàp txxEuat èy PaoiXixoù. (2) Tale è l'uso in Grecia e nell'Egitto sotto il dominio romano. 45 ora assai rari e poco importanti fatta eccezione per il P. Edgard, 5 (del 25 anno del Filadelfo), relativo al cambia- mento del piede monetario aureo avvenuto sotto Tolemeo II. Il P, Edgard, 5, è interessante per la politica finanziaria del Filadelfo il quale colla soppressione dei To{/pu.oi7coO /a[>./CoCI] Axi TT.v £ì^i<7{Jt.svirjv àX^ayriV io; tt.i avaL 'X ò[...t(ov ^è à>.[>.oj]v èvyattuv /aXxoO xal tt.v £t0'.<7(jL£vnv àXXavYìv 'azI, il quale fa supporre che l'oro e l'argento circolassero alla pari dopo le riforme del Filadelfo, perchè in esso è data facoltà di pa- gare una parte delle somme dovute, in oro o in argento ToO xaivoO vop.(<7fj(.aTo; mentre pel rame è prescnito il solito aggio TTiv £Ì0'.(j(jLÌvyiv xXkxyh che è come ho già dimostrato a pag. 44 dovrebbe essere di io dr. e 2 Vg oboli ('). La mancanza di monete d'oro nei testi tolemaici dimostra che questo metallo non era usato che scarsamente nell'in- terno dell'Egitto, mentre doveva essere meno raro ad Ales- sandria ed in generale negli empori coininerciali, perchè è più che probabile che l'uso di valuta aurea per il lom- (n La cifra del I'. Eleph, i^, I. 9, f poco chia: > nicnda- zioni che propone Rubensolin non mi sembrano rntendibili. 46 mercio internazionale, specie quando nel I secolo a. C. il le- tradrammo tolemaico divenne una moneta di biglione. 1 ri- trovamenti di nominali d'oro tolemaici in Egitto confermano il mio punto di vista sia per Tepoca dei Lagidi che per il periodo imperiale. Naturalmente non è possibile dire se l'oro fosse cam- biato sempre alla pari coll'argento specie per i regni degli ultimi Tolemei — ma non è improbabile che ciò sia avve- nuto per il basso rapporto fra i due metalli (12 'ViJ fissato dal Filadelfo in un'epoca in cui l'argento pare valesse circa un decimo dell'oro. Non sono affatto alieno dall'ammettere che anche per l'epoca tolemaica il metallo bianco funzionasse da moneta vera, perchè è evidente che non si può parlare di un vero bimetallismo a rapporto fisso nell'Egitto dei La- gidi quando si confronti la moneta tolemaica con quella con- temporanea degli altri paesi del mediterraneo (i). E opinione comune di coloro che si sono occupati di monetazione tolemaica che nel II sec. a. C. il rame acqui- stasse una posizione preponderante nella circolazione egi- ziana. Quest'idea che spesso va accompagnata col vecchio pregiudizio di un rapporto di i : 120 fra i due metalli è com- pletamente sbagliata. Innanzi tutto si deve osservare che sarebbe stato inve- rosimile che un paese civile quale l'Egitto dei Tolemei in pieno II sec. a. C. fosse tornato da una moneta vera d'ar- gento ad una di rame che evidentemente non avrebbe mai potuto soddisfare alle più elementari necessità del commercio, specie quando fosse stata moneta vera come era l'opinione dei più (2). La differenza fra la monetazione del III sec, e quella della fine del II e I sec. a. C. è puramente formale, perchè in quel periodo essa resta eguale a quella del Filadelfo per (i) Vedi i rapporti fra l'oro e l'argento a pagg. 34 e segg. (2) Anche il ferro in via eccezionale può esser considerato come mezzo di scambio nel P. Tebt. I, 99 (148 a. C), xdiv 8' è^ è?petXY)}i.aTcijv (TCupoù) a8 M 'Bttc6 xa(Xìco5) où {àlla-^ri) xàXavta jxC 'K^v ta[o('vójJLOu)J 'AtS 'Bot atSYj(poo) (tàXavTa) 2. 47 tipi, pesi e nominali coniati e solo alle vecchie unità di conto che prima erano lo statere e la dramma d'argento si ag- giunge la dramma di rame (iccKK.orJ Spa^^pL-f,) unità di conto, che, come fu dimostrato da Grenfell nei P. Tebiunis I, App. II, corrisponde ad Vjooo — ^/isoo ^^ tetradrammo. Il rapporto di I : 500, I : 450 fra la dramma di rame e quella d'argento ci risulta anche da un passo di Festo in generale passato sotto silenzio e travisato dagli scrittori perchè in contrasto colle vedute di chi si occupava di monetazione alessan- drina: questo passo {Script. Meirol.,\\,^i) che sembra sfug- gito anche al Grenfell — Talentorum non unum genus. At- ticitm est sex milium denariornm. T^hodiuni et Cistophoriim quaituor milium et quingentoriim denarium, Alexandrimnn XII denarium^ Neapolitanum sex denarium, Syracusantim triiim denarium, Rheginum victoriati — vale tanto per l'epoca alessandrina che per il principio dell' impero. Esso assegna al talento alessandrmo 12 dramme e per conseguenza alla dramma di argento 500 dramme di rame. Si tratta però di un ragguaglio, di fatto soltanto approssimativo, per le con- tinue oscillazioni alle quali era soggetto il rapporto fra i no- minali d'argento e quelli di rame che molto probabilmente fu scritto per l'epoca tolemaica e per i primissimi anni del- l'impero, come fa supporre l'equiparazione della dramma alessandrina al denario romano (0. Ora il rapporto effettivo fra le dramme d'argento tolemaiche e quelle di rame nel Il-I secolo a. C. è stato determinato da Grenfell in base ai P. Tebtunis /, né dati nuovi sono venuti sinora a rischiarare i problemi connessi colla circolazione della moneta tolemaica di questo periodo, quindi il meglio che ci resta da fare è di rappresentare nelle tavole seguenti i corsi del tetradrammo tolemaico in dramme di rame nel II-l sec. a. C. I M I (1) L'I «. <1lll'.l.l Ì 'i^ 08 .io Testo Data f^ h s §-2 55 73 O a -a a^-^ P. Tebtunis I, 113 114-113 8 + 8 437 Va 1750 I, 185 112 12 375 1500 I, 256 112 12 410 1640 I 112, 1, 122 112 4 487 Va 1950 475 1900 „ h 111 112 8 ' I, 35 III 40 500 2000 1. 116, 184,5 II sec. a. C. (fine) 12 450 1800 ^ „ 1, 116, 1, 4, 5 >f » » 4 + 4 460 ; 1840 ■ . 1> 1^79 n » » 20 495 i 1980 H „ I, 120, 1, 108 97 0 64 , f 4 ^495 / 1980 „ 1, 40 „ „ ' \ 49 Ì487V2\ 1950 „ 1, 51-54 » » ,12 + 4 487 Voi 1950 .1, 140 1 ' -^ ( '425 f 1700 „ 1, 175 v n 8 ' 475 1900 8 462 7. 1800 : I, 253 96 o 69 6 450 1800 I, 121, p. 502 94 o 61 4 412 V. 1650 1, 1, 5 ,. 260 400 1600 I, 1, 39 t » 6 ,, 1, 1, 55 } }> 8 „ 1, 1, 64 t M 8 ,i » 1, 1, 69 ; -* 4 ,^ ti ì, 1, 81 , M 8 V 1. 1. 139 • » 4 .. n I. 123, 1, 2-3 I sec. a. L. (prii e.) — 462 V-, 1850 1, l, 189 < i 8 400 \ i 1600 I, 1. 209 76 ^ 12 410 > 1640 76 76 16 432 V2 450 458 [ 1730 M » 4 < 1 1800 t» ,; 20 • 1832 II, 475 I sec. a. C. (fine) 8 400 1600 A questi dati do bbiamo a^g-jungeie i seouenti testi : Testo Numero delle Quotazione e Iella Quotazione del di amme scambiate dramma tetradrammo 450 1800 455 1820 P. Paris, 59, 1, 2, 5 8 532 V, 2300 P. London, 29, 1, 6 8 522 V 2050 P. Petrie II, 29 d. 1 >0 625 2500 Dalla fine del II secolo alla metà del I a. C. il cambio della moneta d'argento in rame non presenta più il solito aggio del 10(1); perchè se alla pari la dramma d'argento (i) Quantunque il passo di Pesto assegni alla dramma d'argento il valore di 500 dramme di rame i corsi dell'argento nell'epoca tole- maica sono in genere un poco più bassi. 49 doveva valere 480 /aXxoO W/f^at (O il corso dello statere a 26 Vj oboli avrebbe portato ad assegnare alla dramma d'ar- gento 530 dramme di rame; valutazione che alla fine del II sec. principio del I sec. a. C. non trova riscontro in nes- suno dei testi conosciuti. L'argento in quest'epoca non fa più aggio sul rame come ai tempi del Filadelfo, anzi nella tavola di pag. 48 dove sono riportati i valori delle dramme d'argento in -/^oLky-oO ^pa/(i.ai spesso è il rame che fa aggio sullo statere, il che fu supporre che in quest'epoca il tetradrammo di fronte alla moneta divisionale di bronzo non serbi la posizione privilegiata che aveva sotto i primi Tolemei. Non credo però che il ribasso della moneta d'argento rispetto a quella di rame sia dovuta ad un peggioramento nella coniazione dello statere tolemaico, perchè soltanto sotto l'Aulete comincia l'emissione dei tetradrammi di biglione che diverranno la moneta alessandrina per eccellenza (2). Il corso a 26 '^j oboli dello statere tolemaico aveva cer- tamente un carattere ufficiale (vedi pag. 44) quindi non è dif- ficile ammettere che quando si assegnò alla dramma di rame il carattere di moneta di conto si migliorasse la sua posi- zione rispetto a quella d'argento accordandole una maggiore protezione legale che certamente può avere influito sul corso dell'argento nelFultimo secolo del regno dei Lagidi. Rimane ancora però da sapere se i nominali dei primi Tolemei cir- colassero alla pari insieme a quelli dell'Aulete e a quale epoca precisa si possa far risalire l'alterazione del titolo dei tetradrammi d'argento. Alla prima questione si può tentare una risposta basan- dosi dall'analogia che presenta la coniazione del denaro ro- mano con quella del tetradrammo alessandrino. In generale le monete imperiali d'argento del I e II secolo compaiono (i) La valutazione delle dramme d'argento a 450 dramme di rame assegnerebbe all'argento coll'aggio un corso di 500 dramme, però se- condo me, non alla pari nonostante i dubbi in proposito di Grenfcll P. Tebtunis I, Appendix 11, pag. 600-601. (a) Ancor meno si può pensare ad una pletora di nominali d'ar- gento, che anzi nel II e 1 sec. a. C. sono coniati con maggiore parsi- monia che ai tempi del Filadelfo. 50 con scarse frequenze nei ripostigli dove prevalgono i denari di biglione del III sec. a. C. perchè certamente i vecchi pezzi fatta eccezione per quelli repubblicani che in linea ge- nerale non compaiono nei ripostigli posteriori alla riforma neroniana essendo valutati alla pari con i più recenti, veni- vano per il loro forte valore intrinseco demonetizzati sia da parte dello stato che dei privati. Analogamente ritengo l'ar- gento dell'Aulete e di Cleopatra III fosse calcolato alla pari con quella del III sec. a. C, ma che i Lagidi facessero la fruttifera speculazione di emettere nominali di biglione e di ritrarre nello stesso tempo gradualmente i pezzi di buona lega. Il corso dei cambi della moneta tolemaica d'argento è assai variabile come risulta dalla tavola a pag. 48; negli stessi testi e a distanza di pochi giorni a Tebtunis il corso dell'argento subisce notevoli oscillazioni. Allo stato attuale delle nostre conoscenze è difficile poter stabilire le leggi che regolavano 1 cambi dell'argento. Non credo possibile che nella valutazione dei tetradrammi si tenesse conto del loro peso e del loro titolo come per i so- lidi d'oro bizantini, che un simile saggio avrebbe intralciato completamente il commercio; merita invece maggior favore l'ipotesi di un cambio indipendente dal valore intrinseco dei pezzi che però ci costringe a ricercare le cause delle oscil- lazioni della valuta nelle condizioni del mercato o in dispo- sizioni legali che attualmente ignoriamo nella maniera piij completa. Questo stato di cose muta dopo la conquista romana : si ritorna allora a conteggiare in dramme d'argento perchè la x°^ly.o\) ^p«xP--n tolemaica, usata piuttosto di rado sotto l'im- pero e in generale con un rapporto fisso col tetradrammo era stata già abbandonata dagli ultimissimi Tolemei, l'Aulete e Cleopatra, che erano ritornati ai sistemi di conto del Fila- delfo. Questi però col loro statere di biglione diedero ai ro- mani un esempio di frode monetaria che i nuovi conquista- tori seguirono co.i entusiasmo. 51 MONETA TOLEMAICA NEI TESTI DEMOTICI. Non è dubbio che nei documenti demotici siano ripro- dotte le unità monetarie usate nei testi greci. In linea generale si può affermare che il debeìi corri- sponde sempre a 20 dramme, a 5 stateri e a io kite. Le dramme sono successivamente quelle di Alessandro di gr. 4,285 (i), quelle di Tolemeo Soter, ed infine quelle del Fila- delfo di gr. 3,571 ed anche quando si sostituisce alla dramma d'argento quella di rame come moneta di conto si seguita a chiamare deben 20 dramme di rame equivalenti al TCTap- TTifxdptov e ad indicare col nome di statere e di kite rispetti- vamente 4 e 2 dramme di rame (2), Concludendo le unità monetarie dei testi demotici sono le seguenti: Kerker i Deben 300 i Sttr 1500 5 I Kite 3000 IO 2 I. RELAZIONI FRA LA MONETAZIONE FENICIA E QUELLA TOLEMAICA. Sono note le relazioni commerciali fra i paesi fenici e l'Egitto, che hanno sempre maggiori conferme nei continui ritrovamenti di pesi e misure fenicie nell'Egitto pretolemaico (i) Nel P. Ryl., Ili, pag. 144 del regno di Alessandro IV 2 pezzi d'argento, eguali a io stateri, sono pezzi e. d. attici, vedi pag. 29. (2) Nel II sec. a. C. si usavano nei documenti demotici le unità di rame; come risulta dai papiri di questo periodo (vedi p. es. le cifre dei P. Ryl., Ili, XVI, pag. 139; P. Ryl., lil, XL, pag. 64). Quantunque manchino perora prezzi di mercanzie di uso frequente il P. Ryl. XXXVII, pag. 162-63 della tìne del II sec. a. C. assegna ad un'asina il prezzo di 300 pezzi d'argento che corrispondono ad un talento di rame (12*/, dramme d'argento circa) che si accorda discretamente con altri dati dei testi greci. Per le monete d'oro invece non ho potuto per ora trovare dati precisi. Le unità d'oro sono accennate nel P. Ryl., Ili, XX, 149 (6) e nel P. Ryl., Ili, XXXVII, pag. 163, dove a piccoli pezzi d'oro sono ragguagliati a 40 pezzi d'argento cioè a 800 dramme di rame. In questo caso il piccolo pezzo d'oro corrispondeva in valore a 5 oboli d'argento ed in peso di '/xs d' dramma d'oro. 52 e di misure egiziane nei paesi delle coste orientali del Me- diterraneo però i dati monetari per la loro evidenza e per la loro importanza si distinguono da tutti gli altri. Il gruppo di monete di Sidone che Baheìon {Histoi're de la monnaie. Descripiion historique, II, 2, pagg. 561-671) clas- sifica sotto Bodastoret (Bodastor) 380-374 a. C. e che reca al verso nel carro del re dei re un personaggio che è un Egiziano, come indicano senza che sia possibile il dubbio, il suo scettro, il suo costume, la sua pettinatura, la sua at- titudine, la sua quadratura di spalle e le sue anche strette, si presenta frequentemente nei ritrovamenti in Egitto, in Fe- nicia e sulle coste meridionali dell'Asia Minore (Dressel, Z. /. N., XXII, pag. 243). Queste particolarità e sopratutto la presenza dell'Egiziano dietro il carro fecero pensare a Babelon (op. cit., pag. 563 e segg.) d) che queste monete fos- sero state coniate in una zecca diversa dalle altre e che come i nominali di Sidone, di Stratone III (345-332 a. C.) fossero emesse in Egitto. Del pari evidente è l'influenza egi- ziana sulla moneta di Tiro. Il peso nominale delle monete fenicie non sembra si possa riconnettere facilmente con quello del kkr egiziano di kr. 29.1, ma come si vedrà in seguito sembra piuttosto che possa essere di sovente ricollegato col sistema ponderale giudaico ed alessandrino tardo (2). La moneta delle città fenicie coniata prima della con- quista di Alessandro è rappresentata per lo più dai sicli o tetradrammi fenici di un peso oscillante in generale fra i 14,28 ed i 13,60 grammi circa. Come dimostrerò appresso in questo saggio, il talento giudaico era effettivamente di 43,66 kg. secondo il sistema ponderale, di kg. 42,85 secondo il sistema monetario e si divideva in 50 mine pesanti eguali a 100 mine leggere che corrispondevano alla loro volta rispet- tivamente a 60 e 30 sicli sacri di gr. 14,18. Questi dati però sono confermati solo parzialmente dai pesi dei nominali fenici perchè la monetazione delle varie città era subordinata ad esigenze di natura economica oltre che metrologica (3). (i) Babelon pone queste monete fra il 380 ed il 374 (pagg. 565-72). (2) Vedi le mie misure alessandrine dell'epoca romana. (3) Questi argomenti sono ripresi in un mio saggio di metrologia orientale che uscirà tra breve. 53 Gebal (Byblus) conia stateri di peso in generale inferiore ai 14 gr. (i), Sidone presenta invece una serie di ottadrammi e doppi sicli sacri di un peso assai vicino a quello di otto dramme alessandrine che parrebbero far supporre che il piede fenicio ivi usato avesse per base un siclo di gr. 14,20- 14,00 quasi identico allo statere alessandrino ^2); ma le mo- nete di Sidone col tempo vanno abbassandosi di peso sino a divenir più leggere di quelle di Tiro coniate su uno shekel di gr. 13,80 circa <3). Come si vede è probabile che il piede fenicio differisse di qualche decimo di grammo da una città ad un'altra e da un'epoca all'altra, presso a poco come acca- deva per i solidi bizantini coniati in diverse regioni. Una reciproca influenza fra l'Egitto, la Fenicia e la Siria non può essere negata nel V e IV sec. a. C, ma essa diviene molto più appariscente nel periodo che va dal IV sec. alla fine del IL Allora l'influsso dei Tolemei e dei Seleucidi, di- retto o indiretto, sulla moneta delle città fenicie nell'epoca alessandrina è fortissimo, sia nel periodo del dominio tole- maico durato a Sidone dal 261 al 202 e a Tiro dal 267 al 201-200 che nel periodo del dominio seleucidico, durato a Sidone dal 202 al in e a Tiro dal 201-200 al 126-125. Del resto anche la coniazione dei nominali autonomi di Sidone iniziata dopo il in non si sottrae all'influsso alessandrino (4) (i) Gli stateri di Byblus, coniati dal 410 al 374, pesano gr. 13.89, 13.67, verso il 360 gr. 14.35, 1412, verso il 340 gr. 13.27, 13.15, verso il 333 g»"- 13-56. 13 ao, 1306 (Babelon, op. cit., pag. 535-552). (2Ì Gli ottodrammi di Sidone coniati verso il 475 presentano i pesi di gr. 27.40, 27.10 (frusto), verso la metà del V secolo di gr. 28.25, 28.07, 28.01, 28. Verso il 400 a. C. i doppi sicli pesano gr. 27.50, 27, fra il 380 e il 374, gr. 28.40, 28.33, 28.04, 27, ecc., dal 373 al 362, gr. 25.82, 25.78, 25.75, 25.72, ecc., dal 355 al 361 gr. 25.87, 25.80, 25.50, ecc., sotto il Satrapo Mazaios (359-55) gr. 26, 25.82, 25.77, dal 343 al 338 gr. 25.77, 25.10, dal 349 al 346 gr. 25.96, 25.91, 25.60, ecc., dal 345 al 332, gr. 25.72, 25.70, ecc. (Babelon, op. cit., pag. 543-607). (3) Siclo, verso il 470 gr, 13.80, 1360, 13.47, 15.15, verso la metà dei V sec. gr. 13,65, dal 420 al 400 circa gr. 13.54, 13.50, 13,40, 13.18, al principio del IV sec. gr. 13.28, 13.24, 13.18 (metà e seconda metà del IV sec.) gr. 13.90, 13.57, 13-27, ecc. (Babelon, op. cit., pagg. 607-622). (4) Vedi p. es. il tetradrammo che porta al verso l'aquila sulla prua di una galera. Head, Hist. Num.y pag. 797; statere gr. 14.45. di- drammo gr. 7.01. 54 e così pure quella autonoma di Tiro (126-125 a. C. 56-57 d. C.) (i). Anche Tottodrammo d'oro coniato nel 103 sotto l'in- fluenza di Tolemeo X del peso di gr. 28,33 non può essere che il solito fxvaetov alessandrino, colla differenza però che mentre i Tolemei avevano ridotto le dramme d'oro a gr. 3,48, quelle di Tiro avevano mantenuto inalterato il peso di gr. 3,571 che vigeva in Egitto prima della riforma mone- taria del Filadelfo (vedi p. 26). È quindi certo che nelle città fenicie come nel regno tolemaico il rapporto oro-argento era esattamente di i : 32 72 mentre presso i Tolemei nonostante si facesse valere la dramma d'oro 12* ^ volte quella d'argento, la piccola differenza di peso fra i due nominali faceva risa- lire il corso dell'oro a 12 ^V^g rispetto a quello del metallo bianco (2). Tornando alla metrologia delle monete fenicie un'iscri- zione di un siclo di Tiro ci permette di ricostruire il sistema ponderale fenicio quale è applicato alla monetazione. Esi- stono infatti a Tiro due shekel d'argento (Babelon, op. cit., pag. 611) che recano nel verso l'iscrizione schiloschon che in ebraico vuol dire V30 [di mina] ed un mezzo siclo d'argento con l'iscrizione al verso fna-kntzi kesepk (mezzo siclo) eguale presso a poco in peso ad una dramma alessandrina. Questi dati ci permettono di stabilire che il siclo sacro di gr. 14,18 era eguale ad Vgo di un'unità che come appare immediata- mente non può essere che una mina di gr. 428,5 (3) i cui centesimi sono probabilmente spesso quelle unità che il prof. Petrie chiama dramme assire o dramma attiche ed i cui cinquantesimi sono coniati frequentemente dei nominali di gr. 8,80 circa nei pezzi piìi alti (4). Ci restano da esaminare le altre frazioni del siclo. il siclo sacro si divideva in due sicli volgari, 60"" di mina, questi alla loro volta in 2 mezzi sicli ma-hatzi-keseph o 120°*' (i) Vedi la moneta di Tiro descritta da Head, Hist.Num , pag. 800. Il peso del tetradrammo di Tiro in questo periodo è eguale a quello del tetradrammo alessandrino. (2) Vedi pag. 37. (3) La moneta chiota presenta qualcosa di analogo a questi 30."^ colle sue xtoaapaxooxat di mina eginetica. (4) Gr. 8.B6, 8.85, 8.76, 8.71, 8.70, 8.68, 8.60, 8.42, ecc. 55 di mina che si dividevano alla loro volta in unità di 0,86- 0,80 gi\ che Babelon classifica come triemioboli fenici. Se la classificazione di Babelon fosse esatta questi pezzi corrispon- derebbero ad V48 ^' mina, ma non è affatto detto che la mo- netazione fenicia ammettesse divisioni analoghe agli oboli greci, anzi da Ezech, XLV, 12 (testo greco) e dalTExod. XXXVIII, 25, 26. si ricava che il talento doveva essere rag- guagliato come in antico a 60 mine, ma la mina a ^o shekel soltanto e che quindi il talento era uguale a 3000 shekel, erano divisi in metà o beka Gen., (XXIY , 22, Ezech, XXXVIII, 22) e in 20"* (Ezech., loc. cit.), chiamati gerah o grani in ebraico ed oboli nella versione greca {Jewish En- cyclop. sotto Numismatica voi. IX, pag. 350). E quindi evi- dente che quelli che Babelon chiama triemioboli non sono che i gerah ventesimi di siclo sacro i quali alla loro volta si dividevano ancora per metà. Prendendo quindi a base del sistema monetario di quest'epoca la mina, si ricavano le seguenti frazioni di mina che costituiscono una gran parte dei nominali coniati nelle città fenicie. Mina gr. 428,5, l Siclo sacro gr. U,28. 30, 1 Didrammo e. d. attico gr. 8,57, 50, 1 Vs. 1 Siclo volgare gr. 7,14, 60, 2, 1 V.v 1 Dramma e. d. attica ^r. 4,285, 100, 3 V3, ^. l 'Ai ^ Dramma fenicia o mez- zo siclo volgare gr. 3,57, 120, 4, 2V5, 2, 1 Vv 1 Gerah gr. 0,857, 500, 16 V3, 10, 8 V3, 5, 4 V^, 1 Mezzo gerah gr. 0,428, 1000, 33 7,, 20, 16 V3, 10, 8 V3, 1. Mentre dai dati antichi pare che gli ebrei usassero in origine un talento di 3600 sicli (60 mine di 60 sicli), più tardi dopo la cattività di Babilonia il sistema ponderale giudaico pare fosse mutato in modo che la mina ne contenesse sol- tanto cinquanta. Secondo me è probabile che il talento di 3600 iiicli, fosse quello assiro-babilonese che Erodoto rag- guaglia a 70 mine attiche e che il vero talento ebraico fosse quello che, secondo Giuseppe Flavio, corrispondeva a 100 56 mine (^) che equivalgono, prendendo come unità monetaria la dramma e. d. attica usata in Siria sotto i Seleucidi e conservatasi sotto il dominio arabo (2) a kg. 42,854. Un'altro passo attribuisce alla mina ebraica il valore di 2 Vt libbre che a mio avviso potrebbero essere vere e pro- prie libbre giudaico-alessandrine e non libbre romane perchè dividendo per 50 il talento ebraico si ricava un'unità ponde- rale di gr. 857,08 che corrisponde a due mine di gr. 428,54 e a 2 Vs volte un'unità ponderale eguale a gr. 342,83 assai vicina alla libbra ebraica, secondo me eguale a quella ales- sandrina di gr. 349,83 (3). Il talento giudaico in ogni modo corrispondeva a 3000 sicli sacri eguali al tetradrammo fenicio o a 6,000 sicli voi" gari eguali al didrammo alessandrino. Il siclo sacro di gr. 14,28 corrispondeva a sua volta a 20 oboli (gerah) di dramma seleucidica o alessandrina di gr. 4,285; il siclo volgare a IO gerah. Sui ragguagli dei sicli coi nominali alessandrini non può esistere dubbio perchè se non bastasse la testimonianza degli scrittori dell'età bizantina e dei commentatori dei testi sacri, ci restano le monete attribuite a Simone Maccabeo (143-145 a. C.) o alla prima rivolta dei Giudei di un peso di gr. 14,26 recanti la scritta shekel Israel e i mezzi shekel chatzi-ha- shekel (cfr. Head, Hist. Nitm., pag. 807) il cui peso si ac- corda esattamente con quello del siclo volgare o trentesimo di Tiro recante l' iscrizione ma-catzi-keseph. I testi bizantini che equiparano il siclo a V, e a \'^^ di (1) Il talento ebraico kikkar (pane, cerchio, disco) indica una massa di metallo a forma di disco (cfr. greco «pBotSec ^^puoioo) del peso di 100 mine come risulta da Ioseph, Antiquitates, 86, 7, nella descrizione dei candelabri del tempio " Ao/vio ex ^^poooù xgxcuveDjisvfj Siaxevo? ota6fxòv •XODoa }i.vac Ixatòv, "E^paìot jaèv xaXoùoiv xt^/aps?, «l? 3è xyjv 'EXX*r)viX7]v f*.tTapaXXó|X8vov yXòiooav oirjjxaiVBt taXavtov. Il talento giudaico equivaleva quindi a 125 libbre giudaico-alessandrine come dimostra del resto anche il ritrovamento di un peso campione di un kikkar di kg. 42 circa nel tem- pio di Gerusalemme {The Harvard Theological Review, 1915, pag. 525). (2) Joseph, Antiquitaies, XIV, § 7, i Xaftpàvn 8è, xal Soxòv èXoopHq- XotTOV xp"'3Yjv ix jivùiv Tpiaxooicttv 7ie«0fr)|JLévYiv, 4) 8è fi.và :rap' 4)jjlìv loxótt Xitpa? Suo xal "/jiiioo. (3) Alla libbra alessandrina si deve assegnare il peso di gr. 349,33 circa, ved. A. Segrè, Sistema metrico alessandrino sotto l' impero. 57 oncia romana sono invece inesatti, perchè partono da una dramma neroniana di gr. 3,41 invece che da quella alessan- drina di gr. 3,571, essi quindi in definitivo non fanno altro che ragguagliare il siclo a Vj e ad V4 di oncia che è quella giudaica e non quella romana di 20 e io gerah (D. Altri nuovi contributi alla metrologia e alla numismatica giudaica sono portati dal ritrovamento di alcuni nuovi pesi- campioni. In Palestina sono stati trovati 6 pesi chiamati neseph e 2 pesi di V4 di ntsephi^) dei quali uno reca l'iscri- zione " 5 „. I pesi del neseph sono rispettivamente di gr. 10,20 perfetto, 9,50 (rotto), 8,99 (rotto), 8,68 (bucato), 9,25 (perfetto); i quarti di neseph corrispondono rispettivamente a gr. 2.54 (perfetto) e gr. 2,50 ed i 20'"' a gr. 0,54 circa. Il peso del neseph che può essere calcolato come eguale a gr. 10,20 circa è un poco troppo alto per adattarsi ad essere il 50.'"** della mina babilonese (3), mentre può essere facilmente il 40."^" di una mina monetale di Tiro (4), tanto più che è più logico ridurre ad un piede giudaico pesi trovati in Palestnia che ad un piede, che probabilmente era estraneo a quella regione. Altro peso della Palestina sono il payam di gr. 7,61 e 7,27 (E. Pilcher, op. cit., pag. 115) che può essere rag- guagliato a % di neseph e quindi a metà di quel nominale di circa 15,30 gr. coniato ad Arado fra il 137 e il 46 a. C. (vedi pag. 58) ed il beka eguale a V^ siclo sacro rappresen- (i) Hesych, Strip/. MetroL, I, 325, SixXo? t«xpa8pax}iov 'Attixóv. Dalla Gal., Scrip. MetroL, 238, io, xò oixXov fj^ti Po xò?', e. Gal. 231 e lab. Orib. 245 si ricava l'eguaglianza in peso di un siclo a 3 solidi o ad i statere. L'eguaglianza del siclo sacro a 20 gerah risulta da Epiph, Script. Metrot., I, 275, SixXo; Si èoxt oxaOjAÒ? «f?, «pòi; hi xb àp^ópiov r^óo, xat f ivovxoti òpoXot, x'ó Y^p otxXoc ó ^aotXtxòc x' ò^oXoi elatv xal reap' aXXrj^ xò téxaoxov :•?]'; o(l)f*i*C, tlai l'^L'i e lexicis veteris tebtaiiienii, Script. Metro/., l, 304, ot/Xov òpoXot xéooapt^ ó Jè Hto8tt»pfjxo<; èv xoì? ànópoi? xr^z YP*f*'l'» ^•T*^ otxXov x' ò^oXoóc. Negli Script. Metro/., I, 305, naXiv 8è xò oixXov 3 foxiv •rjfitau xou oxaxr^'^oz, Ttxapxov xyjc oò'Cfiaf: ^x*' Xenxà x' ed in EiMPH, Script. Metro/., I, 266, A«f«i Y^P ^^ '^4* AtuiT'.x(p xò Sé 8i8pa/p.ov «txooi òpoXoi Stt 3è xéxapxóv èoxi x-Fj^ oÒYxta? xò 5t8pax|Aov, -r^òe £?ì'.Ò'Ì''/ e che la schekel si divideva in 4 7 o quarti (YD) 7 ed i quarti a loro volta in io challur (4). (i) Zu den aramaischen Papyri von Elephantùie. Sitztmgsb. d. k. preussl. Ak. zu Berlin, a. 191 1, pagg. 1026 e segg. (2) Il kars era eguale ad *|g di mina assiro-babilonese come dimostra il peso di 2 kars di gr. 166,724. Weissbach {ZDMG, 61,402). (3) Vedi pag. 51. (4) Nell'epoca tolemaica il sckekel era equiparato al tetradrammo alessandrino, il quarto alla dramma e il challur {gerah) ad Vj, di sckekel 6i Sin qui sono d'accordo con Mayer, dove però mi sembra che questi abbia torto è nell'interpretazione della frase che ricorre spesso nei testi aramaici '* argento 2 7 (quarti) per kars o argento 2 7 (quarti) per unità di io sicli „. Secondo il Mayer il kars corrisponde in quei documenti a io sicli me- dici d'argento di gr. 5,6 e il 7 ad */< di ^^^^ cosicché colla frase 2 7 per kars si verrebbe ad indicare la vera unità kars di 83,7 ^v. Questa interpretazione ora non mi sembra giusta : i.° perche trovo arbitraria l'assegnazione del nome kars che era V^ d' marta babilonese ad una unità di io sicli medici che per quanto ho scritto a pag. 22, n. i contraria- mente all'opinione di Mayer non ritengo fossero le unità d'ar- gento correnti in Egitto sotto gli Achemenidi ; 2.° ritengo che il nome (YD) 7 debba indicare il quarto di un schekel piuttosto che un quarto di kars ; 3.° perchè secondo Mayer la Irase '' argento 2 7 più 1 kars „ piuttosto complicata verrebbe a significare sempli- cemente Vg di mina babilonese che è proprio quello che si chiamava kars. Un altro argomento non meno probante è secondo me offerto dal documento L di Cowley assegnato da questi al primo anno d'Artaserse I, epoca della rivolta di Inaro, dove la formula usata per indicare l'unità monetaria, è " nel peso campione di Ptah, argento un schekel per io unità (kars) „ nel quale il Ma^^er attribuisce, secondo me arbitrariamente, a kars il significato di unità di io doppi sicli persiani d'argento di gr. 11,20. Nei testi di Elephantina dell'epoca saitica tarda 2 schekel d'argento sono sempre equiparati ad uno statere quando le relazioni colla Grecia dettero alla valuta ellenica una certa diffusione nel paese, così per es., in questo periodo in un documento di Chabbas del 340 a. C. (O, il deben è ragguagliato a 5 stateri. Secondo me l'interpretazione che si deve date alle formule che indicano la valuta d'argento nei testi aramaici è completamente diversa da quella del Mayer: per me il kars o sesto della mina babilonese è una unità di IO sicli di gr. 83,7, che il siclo eguale al darico era (i) Mayer, op. e.;., |>ai4. 1034. 62 anche una unità fondamentale di peso mentre il siclo medico introdotto in Persia sotto gli Achemenidi non pare avesse avuto diffusione, né in Fenicia, né in Egitto (vedi pag. 22). Il Y37 poi secondo me nei testi citati è un quarto di siclo e non un quarto di kars (i) dimodoché l'unità di misura dei papiri aramaici sarebbe in generale di io V^g schekel o gr. 87,9 ed eccezionalmente di gr. 92,1 nel testo dell'epoca di Artesersel. Nel primo caso l'espressione corrente si presterebbe a supporre un'unità di misura accomodata ad un piede fenicio od attico che infatti 5 stateri ateniesi corrispondono a gr. 87,33 ^ 5 sicli-tetradrammi o sicli fenici di gr. 16,145 corrispondono ad un'unità di gr. 85,7 (2). In effetti i pesi sinora raccolti in Egitto (vedi pag. 17, n. i) ci fanno sup- porre che il piede e. d. attico o assiro fosse più assai dif- fuso del piede del siclo persiano e che le kite d'argento fos- sero d'uso corrente anche sotto gli Achemenidi contraria- mente a quello che sembra ritenere il Mayer. RELAZIONI FRA LA MONETAZIONE DEI TOLEMEI E QUELLA DEI SELEUCIDI. Le monete dei Seleucidi, coniate sullo stesso piede mo- netario di quello di Alessandro il Grande e dei Tolemei hanno per unità ponderale la dramma di gr. 4,285 ^3) e sono (1) Se dovessimo invece dare al YD7 il significato di ^/^ di kars si otterrebbe invece il peso di gr. 135,65. (2) Si deve ricordare ciie deben e kite nel periodo tolemaico hanno sempre indicato unità di 20 e di io dramme siano queste di peso at- tico, di peso e. d. fenicio o dramme di rame. (3) Il peso dei tetradrammi d'argento dei Seleucidi si mantengono in generale inferiori a gr. 17,10 nel BMC. Seleucia Kings of Syria : su un rilevante numero di tetradrammi poco più di una dozzina superano questo peso. La media di questi pezzi più alti è di gr. 17.155, il peso da me stabilito per il tetradrammo attico-tolemaico è di gr. 17,142 mentre quello tradizionale del tetradrammo ateniese è gr. 17,466. Con questo mi sembra dimostrato che la moneta tolemaica come quella se- leucidica deriva da una dramma di Alessandro di gr. 4,2854. 63 assai simili a quelle dei primi Tolemei. Come nella mone- tazione egiziana ed ateniese per unità di conto lo statere è coniato molto più abbondantemente degli altri pezzi; seguono subito dopo, in ordine di frequenza le dramme, i dioboli, i trioboli e gli oboli. Dal regno di Alessandro I (150-145) ri- comincia nelle città fenicie l'emissione sistematica di tetra- drammi il cui peso non può essere determinato esattamente per la poca accuratezza nella loro coniazione. Poiché però essi nei pezzi meglio conservati non superano in generale il peso di gr. 14,25 (i> è da ritenere che gli stateri fenici co- niati sotto i Seleucidi siano senz'altro di peso tolemaico (2), tanto più che l'influenza egiziana su di essi anche in que- st'epoca è notevolissima (3). E da ritenere che le città fenicie soggette ai Seleucidi per ragioni di indole commerciale si servissero di moneta tolemaica e di moneta indigena coniata sul piede tolemaico insieme a moneta di piede e. d. attico quale è quella coniata nella Siria. In moneta siriaca di peso e. d. attico lo statere fenicio corrispondeva a 20 oboli. MONETA D'ORO SELEUCIDICA. L*oro dei Seleucidi è relativamente scarso. Il nomi- nale coniato con maggior frequenza è lo statere di gr. 8,56 che almeno sotto i primi Seleucidi doveva corrispondere in valore al )(pu./cov, ma come dimostra la monetazione ateniese, seleucidica, tolemaica e chiota del I sec. a. C, ecc., che sono tutte più o meno di tipo attico, ai tempi di Alessandro, il jol\y.qz era certamente 67 coniato in rame come lo dimostra il suo stesso nome. La divisione del x*^^^* *" io dramme di rame è invece proba- bilmente esclusivamente tolemaica ('). E certo che la moneta di bronzo che aveva funzione di moneta divisionale aveva naturalmente un corso ristretto al luogo di emissione. Nei mercati dove si convenivano greci di tutte le regioni come p. es. a Delo, probabilmente le banche raccoglievano il rame che scambiavano coll'argento e coH'oro, probabilmente con un aggio che serviva a pagare il servizio che esse rendevano al pubblico. L'ufficio del cam- biavalute (2) aveva nella civiltà ellenica un'importanza assai maggiore di quella odierna, dato l'ingente numero di stati autonomi che emettevano moneta. A questo proposito si deve dire che mentre conosciamo abbastanza bene le leggi colle quali si effettuava il cambio variabile della moneta divisio- nale y.h[LOi nell'epoca bizantina (3), fatta eccezione per l'Egitto, (i) Non credo si possono riferire alla moneta attica il passo tratto da Fozio, Script, Meirol.y I, 330; Suida, Script. Metroi., \, 320, è^oXóc 6 tóxoc ti^oi vo}xia|*aTO':, ò^oXòc 8è nap' 'AQfjvatOK; i^ toT' ^(aXxcùv, ó òè x**^- xoùi; ).8TCiù»v éntà-TÒ de TàXavxov toù ÀpYupcou Xttpòjv tóùv vòv/8oaapu>v xaì vofii- 3{iàTu>v òxxòi xal e »^^.. perchè non esistono oboli attici di 6 x*^*o^ ^ non c'è traccia di una divisione del x^^^^C in 7 Xtictà. Come per la moneta Tolemaica le divisioni della dramma attica non dovevano an- dare oltre il mezzo x*^*^^C se pure non si arrestavano al x*^*^- Po- trebbe forse giovare a risolvere le questioni relative alla moneta di rame attica un buono spoglio delle iscrizioni. (2) Il cambiavalute prende vari nomi xoXXtxTdpto?. àpYt>po{iotpóc, àpYopoicpàtTjc. ecc., vedi p. es. Script. Metroi., I, 307, xoXXtxtdipio?, 6 àp- Yupa}i.oi^ò(; ì^TOt ó «ép(i.a àvrl àp^opioo àXXaoaófxtvo; xpaiitCt'Cf)(:, ò àpYO- poitpàxfj*;. In generale xo^Xu^tCeiv e xtpfxaxt-^ttv sono sinonimi (cfr. Script. Metroi. f I, 306, xtpfiaTiCiiv aòxò tooxBoxi xoXXo^tC«iv). Anche nell' Kgitto pare esistessero banche la cui funzione era puramente quella di cam- biare la moneta: xoXXopioxixal xpanéCat. P. Oxy., XII, 141I, BGU., 74I, BGU., 1053, spesso nel BGU., 1118-1156, P. Hamb , i, C.P.R.I., P. Strasse., 34, PSL, 204. Quantunque non si possa con sicurezza limitare il campo delle uoXXoPioxtxal xpauéCac al cambio delle monete è giusta secondo me la veduta degli editori del P. Oxy., XII, 1419, n. 4, che vedono nelle xoXX. tpait. romane un equivalente delle àjioi^ixol xpanéCoii tolemaiche contrapposte alle xp'HH'-^'''"^*'^*- ^ ttctx*r)pY,xat xpcttiéCai {/\ Oxy.^ XII, 1411. n. 4). (3) A. Segre, Monete bizantine. Rendiconti dell'Istituto Lombardo, a. 1920. pag. 323. 68 nulla sappiamo di preciso delle leggi che regolavano lo scambio dell'argento e dell'oro in moneta di bronzo in altri paesi. Nelle poche iscrizioni finanziare che si riferiscono al cambio di moneta d'argento p. es. nominali attici e vopi HoCkiy.oi in dramme eginetiche di Delfo si deve ritenere che i cambi si effettuavano alla pari, perchè le oscillazioni dei rapporti ponderali fra le varie specie d'argento sembrano dovuti alla imprecisione delle antiche coniazioni. Certo per piccole somme non si bada a differenze minime di peso che d'altronde anche per le grosse partite sono molto spesso compensate dalla maggior voga dei nominali. Per es. dalle iscrizioni si rileva che l'argento di Ales- sandro (i) di piede e. d. attico circolava alla pari con quello ateniese nonostante tra i pesi normali i due tetradrammi in- tercedesse una differenza di circa un terzo di obolo. Il da- rico d'oro, il xP^toO; attico e quello di Filippo di Macedonia pare fossero egualmente quotati, quantunque il darico avesse un peso inferiore di circa un quarantesimo agli altri due sta- teri: è anche probabile che qualcosa di simile accadesse coi nominali d'oro tolemaici di peso ridotto rispetto a quelli di peso intiero e di peso e. d. attico. Si capisce come nei cambi la maggior diffusione di un nominale potesse avvantaggiarlo di un poco rispetto a quelli meno in voga, ma si tratta sempre di aggi minimi (2). Sino a che si rimane nel cambio di nominali di uno stesso metallo non si superano mai certi limiti che presso di noi sono chiamati punti dell'oro e che presso gli antichi forse si dovrebbero piii propriamente chia- mare punti dell'argento, data la preferenza che generalmente si accordava dai greci al metallo bianco. Quando invece si doveva scambiare un metallo con un altro subentrano altre considerazioni. Così come ho dimostrato la moneta d'oro aveva presso i Tolemei un valore nominale i2^7i« (i) Naturalmente sotto il nome di argento di Alessandro si inten- dono anche i pezzi di peso e. d. attico coniati dai suoi successori. (2) Vedi p. es. l'iscrizione del Tholos di Epidauro, Iscriz. Arg., I, 1485, dove la valuta eginetica in pieno secolo era in corso alla pari con quello attico. Invece per un caso di aggio vedi CIG., 2334, dove le dramme di Tenos a parità di peso con quelle Rodie sono scambiate col 5°/, di perdita, Mommsen, Mannaie Rom., I, 51. 69 volte superiore a quello dell'argento, presso i Seleucidi 12 V^ volte, presso i Siculi probabilmente 12 volte; s'intende quindi che ove esistesse la possibilità di un facile cambio in ar- gento, la valuta tolemaica d'oro doveva essere preferibile a quella seleucidica e siciliana e che naturalmente la maggiore o minore difficoltà del cambio in argento, a parità di condi- zioni, doveva influire sul corso delle varie monete. In generale, sulla fine del IV sec, filippi, stateri e da- rici correvano alla pari ed equivalevano a io dramme attiche, anche nel II sec. a. C. i differenti rapporti legali fra l'oro e l'argento dovevano creare afflusso di oro e conseguente uscita di merci e d'argento nei luoghi dove questo metallo era pa- gato più caro. E possibile che in questo modo si possa spie- gare la relativa abbondanza di nominali aurei nel regno dei Tolemei rispetto a quello del regno dei Seleucidi e di altre regioni, ma bisogna andare assai cauti in questo genere di deduzioni quando si rifletta che la storia antica non meno di quella moderna è ricca di spogliazioni di popoli vinti da parte dei vincitori. Si può solo affermare che un basso rap- porto fra il valore dell'argento e quello dell'oro coeteris fa- ribiis contribuiva a mantenere uno stok d'oro nel paese, ma la scarsità di nominali aurei nei paesi ellenici non va spiegata tanto colla preferenza che i Greci dimostravano per l'argento, quanto colle spogliazioni metodiche delle quali andarono soggetti i paesi di civiltà greca da parte dei ro- mani dell'ultimo secolo della repubblica. Evidentemente i rag- guardevoli stok di aurei coniati a Roma da Cesare in poi pro- vengono in grandissima parte da spogliazioni di tesori greci. CAMBIO DELLA MONETA VERA IN MONETA DIVISIONALE. È probabile che il cambio del rame di una stessa re- gione con l'argento e l'oro fosse effettuato generalmente alla pari a meno che leggi forse di carattere fiscale non stabi- lissero un corso della moneta divisionale un poco diverso da quello nominale {xXkoL^rì) come avveniva presso i Tolemei. Dalle iscrizioni anteriori all' impero non credo che un fatto 70 simile risulti chiaramente in paesi che non siano soggetti al dominio dei Tolemei. E del pari probabile che i nominali antichi di bronzo avessero un corso ristretto a pochi anni in paesi che mutavano di regime e di piede monetario con una certa frequenza. Quanto poi alla valuta di rame straniero è evidente che in generale esso non aveva corso e che il suo cambio portava con sé una certa perdita che andava a beneficio del cambiavalute. Ma in generale la moneta antica non poteva allontanarsi molto dal suo valore nominale rap- presentato quasi interamente dal suo valore intrinseco per- chè l'argento che è quasi sempre la moneta vera per eccel- lenza nei paesi di civiltà ellenica è coniato possibilmente puro con un titolo che va per lo piij dal 96 al 98 '^ ^ ga- rantito per l'eventualità di falsificazioni (monete di piombo e di suberaté), generalmente assai rare, dalle saggiature specie nei pagamenti di una certa entità ù). Quanto alle monete d'oro, non credo privo d'importanza l'aver dimostrato che almeno dal II sec. a. C. i Seleucidi, le città fenicie e i Tolemei (dal 270-71 a. C.) avevano sta- bilito che lo statere d'oro valesse 25 dramme d'argento. Mentre sinora si era creduto che nell'epoca ellenistica il rap- porto legale fra l'oro e l'argento fosse di i : io i documenti tolemaici rettamente interpretati ci danno modo di stabilire invece un rapporto fra i due metalli assai vicino ad un 1 : 12 Vg il che prova che i romani derivarono l'aureo certa- mente dallo statere ellenistico dei Tolemei e dei Seleucidi e non certamente dai '/^o\j(soX attici e dai pezzi di Filippo e di Alessandro. La imitazione è troppo palese per non essere immediatamente ravvisata: l'aureo ha in origine il peso esatto di V.J2 di libbra e di due dramme ; se subisce qualche leg- giera modificazione nel peso è solo per adattarsi ai rapporti variabili fra i due metalli preziosi che sono a base della mo- netazione romana (2). A. Segrè. (1) Vedi p. es. nel CIA.y II, 327, àp^oplou 'AXs^avBpeiou 8oxip,aoTà xàXavxa. (2) Vedi A. Segrè, Moneta Alessandrina dell'Impero. FALSIFICAZIONI DI DENARI DELLA REPUBBLICA ROMANA Nell'estate del 1918, durante una mia breve permanenza a Roma, mi vennero offerti alcuni denari della Repubblica Romana, di una certa rarità, che, ad un esame sommario, mi parvero abili falsificazioni, poiché le leggende non corri- spondevano né al tipo né allo stile delle monete cui si ri- ferivano. Le giudicai falsificazioni imperfette atte a gabellare dei semplici collezionisti, non già degli studiosi che avessero rocchio esercitato sulle monete consolari. Rimasi però col- pito per r imitazione perfetta. Per fattura, qualità del metallo, superficie, patina, in nulla differivano da denari autentici. Ora la cortesia di un amico (i) che aveva acquistato un certo numero di questi denari sofisticati insieme ad un mi- gliaio di denari comuni ma di ottima conservazione, mi ha permesso di farne un esame attento che mi condusse ai se- guenti risultati. Si tratta di una quarantina di monete che hanno l'aspetto di denari consolari del tutto normali, di buona conservazione e indubbiamente antichi ed autentici. Questo aspetto al primo momento mi sconcertò alquanto, perché non potevo fare a meno di dire a me stesso : Se è possibile eseguire con conii moderni monete di tale appa- (I) L'ingegnere Pietro Gariazzo di Torino che gentiimcnle ha tallo dono degli esemplari stessi alla Società Numismatica Italiana. A nome della Società ringrazio sentitamente. 72 renza in tutto simili alle antiche, come distinguere le mo- nete autentiche da quelle falsificate ? Ma questa mia meraviglia ebbe breve durata, perchè ben presto mi accorsi che, benché non si vedesse traccia di bulino, un abile, perfetto ritocco aveva contraffatti dei comuni denari facendone risultare denari rari, altri con strane va- rianti, altri ancora con leggende o gruppi dì lettere scono- sciuti. Come dissi, il lavoro di ritocco è, specialmente in alcuni esemplari, assolutamente perfetto ; con forte ingrandimento, e se si è prevenuti, appena si riesce a vedere una lieve al- terazione della superfice laddove è avvenuto il lavorìo del bulino. Il colore nella località lavorata è perfettamente ac- compagnato col resto della moneta. Però, esaminando alcuni esemplari con ingrandimento e a luce radente, si riesce a distinguere una differenza lieve di colore, una tenue sfuma- tura che corrisponde alle lettere o punti asportati. Questo in conseguenza della compressione più o meno forte del conio a seconda delle parti rilevate o compresse, il che pro- duce un grado diverso nell' aggregazione molecolare del metallo. Ho già detto, che malgrado la loro onesta apparenza di autenticità, detti denari non possono certo trarre in inganno chi ha famigliarità colle monete in questione per il fatto che, leggende, monogrammi, ecc., non combinano col tipo normale al quale si riferiscono, trovandosi una dicitura riferentisi ad un personaggio su di un denaro che appartiene ad un altro magari di epoca assai anteriore o posteriore. Credo utile, non solo a titolo di curiosità, ma anche allo scopo di mettere in guardia gli amatori e collezionisti, di il- lustrare alcuni di questi tipi falsificati o per dir meglio con- traffatti. I (due esemplari). Col denaro di Cneus Lucretius Trio a leggenda CN • LVCR nel rovescio sotto i Dioscuri e TRIO al diritto dietro la testa di Roma (Babelon (i), Liicretia, (i) Babelon, Monn. de la Rep. Rom. Paris. 73 n. t) fig. I, si è fabbricato un pseudo denaro di Quintus Fig. I. Lutatius Catulus (Bab., LiUatia, n. i) togliendo le let- tere N • V • R al rovescio e TRI al diritto; il primo C è stato abilmente tramutato in Q (osservando bene se ne vede la traccia); nel diritto poi l'O di TRIO figura come un simbolo con l'apparenza di una coroncina, fig. 2. La Fi! moneta non può appartenere a Q. Lutatius Catulus non solo per il fatto della scoperta sofisticazione, ma perchè in tutto diversa per stile. Basti confrontare la testa di Roma del denaro autentico, vedi fig. 3. I^'g- 3. 74 2. 11 denaro di Q. Marcus Libo, con Q • MARC al rovescio e LIBO dietro la testa di Roma (Bab., Marcia, n. i) fig. 4, Fig- 4. opportunamente lavorato, diventa un denaro a leggenda C . AL riferibile a C. Allius (Bab., Alita, n. 2). Nel di- ritto, con criterio analogo al precedente, si cancella LI O e si ricava dal B uno strano simbolo, fig. 5. Fig. 5. 3. La stessa leggenda, vedi fig. 4, è trasformata in un'altra: AVR legata in monogramma che vorrebbe rappresentare un denaro di Aurelius (Bab., Aurelia, n. 8) fig. 6. Fig. 6. 75 4. Pure dalla stessa moneta di Q. Marcius Libo è ricavato il seguente denaro con Q . L • C sotto i Dioscuri, fig. 7. Fig. 7. Il lavoro è buono; si osservi però lo sforzo per ottenere la lettera L restando Q e C invariati. Si distingue per il tipo, vedi fig. 3. 5 {sette esemplari). Comuni denari di C. Valerius Flaccus (Bab., Valeria, n. 7) con leggenda al rovescio: C • VAL • C • F • in basso e FLAC in alto, fig. 8 sono trasformati Fi-. 8. in fantastici denari di Allius e C. Allius togliendo parte della leggenda in basso e FLAC in alto, fig. 9 e io. La Fig. 9. Fig. IO. 76 contraffazione è assurda portando i denari autentici (Bab., Alita, n. i e 2) i Dioscuri nel rovescio e non la Vittoria in biga, tipo questo assai posteriore. 6. Si comprende che il falsario aveva spiccata simpatia per il nome di Allius perchè opera una quarta trasforma- zione in suo favore, riducendo il denaro di Caius Ante- stius con C • ANTESTI al rovescio e cane corrente al di- ritto dietro la testa di Roma (Bab., Antestia, n. 2), fig. 11, Fig. II in un altro tipo di Allius (Bab., Alita, n. i). Nel diritto il cane, con metamorfosi degna di Ovidio, si trasforma in una specie di coppa, fig. 12. Fior. 12. 7. Riduzione, sempre collo stesso sistema, di un denaro di C. Plutius (Bah.. Fluita, n. i). fig. 13, in uno di L. Itius 77 'Bab., Itia, n. i), fig. 14. Anche in questo caso la con- Fig. 14. trafifazione è assolutamente ridicola, dato lo stile barbaro del denaro di C. Plutius in confronto al normale stile romano dell'autentico denaro di L. Itius, fig. 15. Fig. 15. 8 [quattro esemplari). Per costruire il raro denaro di M. Au- fidius (Bab., Atifidia, n. i) è stato scelto quello di L. Antestius Gragulus (Bab., Antfistiay n. 9), fig. 16. La Eig. 16. leggenda al rovescio è stata opportunamente cambiata in M • AVF, creando una M a spese di due gambe di ca- 78 vallo. Si osservi che le gambe dei cavalli nella pseudo Aufidia sono 6 anziché 8, fig. 17. Fig. 17. La figura 18 rappresenta un denaro con iscrizione ME le- gati in monogramma ma, che dovrebbe riferirsi a un Metellus (Bah., Caecilia, n. i) con quadriga invece dei Dioscuri. Si tratta invece della comunissima moneta di P. Maenius Antiaticus (Bah., Maenia, n. 7) con leggenda alterata, fig. 19. Fig. 18. Fig. 19. Credo inutile consumare altro spazio per illustrare altre falsificazioni sempre dello stesso genere; mi limiterò ad enun- ciarle semplicemente : 10 (due esemplari). Una strana fantastica leggenda: CARISI {sic) tratta dal denaro di C. Aburius (Bab., Aburia, n. i). 11 {sei esemplari). Varianti di S. Afranius (Bab., Afrania, n. 2) con S • AFRA all'esergo sotto ROMA. Non è che il denaro di Baebius Tampilus (Bab., Baebia, n. 12). 12 {due esemplari). Denaro con AVR in monogramma, ridotto dal denaro di Garbo (Bab., Fapiria, n. 7). 13. Denaro con la Vittoria in biga, sotto A. È quello di Sa- ranus (Bab., Atiliay n. i) tolte le lettere S ed R. 79 14- Altro denaro di L. Itius ricavato da M. Atilius (Babelon, Attila, n. 9). 15. Denaro con leggenda A • RI (?) Alterazione di C • ÀBVRI. Infine alcuni altri denari con lettere insignificanti e fan- tastiche ottenute sempre mutilando leggende di denari comuni. Per imbrogliare maggiormente la matassa tra i detti denari ve ne erano alcuni abbastanza rari ed autentici : due di Itius, uno di Aufidius, due con testa femminile sotto i Dioscuri (Bab., Horatia, n. i). * * Come si vede l'opera dei falsari è indefessa e non si raccomanderà mai abbastanza di mettersi in guardia e di stare al corrente di ogni nuova mistificazione. È appunto con questo criterio che ho illustrato uno degli ultimi pro- dotti in materia di falsificazioni. L'arte di contraffare monete autentiche per trarne va- rianti o addirittura monete rare da monete comuni non è certo di oggi, ne di ieri. Anche in tempi lontani e forse più di oggi, questo sistema di contraffazione è stato in onore. Antiche e rinomate raccolte pubbliche e private ne sono più o meno inquinate, ed una revisione attenta di certe raccolte da lungo tempo abbandonate e sepolte nei musei, non solo farebbe risultare che la mia opinione non è errata, ma senza dubbio, riserverebbe molte sorprese in materia di falsificazioni. Per quanto riguarda le monete cosidette consolari, colgo l'occasione per raccomandare che i conservatori dei musei e i collezionisti abbandonino una buona volta l'antiquata ed illogica classificazione alfabetica, o come suol dirsi, per fami- glia. Se Tordinamento cronologico preconizzato da Goltz e desiderato dal Cavedoni d) fin dalla metà del secolo scorso, presentava difficoltà allora, bisogna riconoscere, che dopo gli studi e le ricerche del Salis, Bahrfeldt, Grueber, Hill, ecc., oggi l'ordinare cronologicamente le monete della Repubblica (I) Cavedoni, Ragguaglio storico archeologico citi precipui riposti- gli, ecc., prefazione pag. 9. 8o Romana riesce sufficientemente agevole. Valga l'esempio del catalogo del British Museum compilato dal Grueber (^i) che, salvo qualche lieve modifica in rapporto a studi ulteriori, si può considerare perfetto come base. Col metodo di classifica per famiglie, essendo impossi- bile avere sottocchio le monete contemporanee di date epo- che, si può incorrere precisamente nel pericolo di essere ingannati da monete abilmente contraffatte del tipo delle suddescritte. Basterà invece, mettere una di esse tra quelle che do- vrebbero essere contemporanee, perchè l'occhio più malde- stro riconosca subito, dalla fattura, dallo stile o dal tipo, un anacronismo palese. Febbraio, 1920. Pompeo Bonazzi. (i) Grueber, Coins of the Roman Republic in the Brithis Miiseum. L GROSSO AUTONOMO DI COMO Rileggendo attentamente l' interessante opuscolo del compianto numismatico, dott. Solone Ambroscli, L'Ambro- sino d'Oro (J), argomento da me già trattato (2)^ e sul quale ho intenzione di ritornare, mi vien fatto di rilevare una nota la cui importanza mi era altre volte sfuggita. Si tratta pre- cisamente della nota (3) nella quale si espone che nel ripo- stiglio di Cameri (Novara) ed in quello bergamasco i quali non possono essere, come è stato luminosamente dimostrato, posteriori alla metà del secolo XIV, si è trovato il grosso autonomo di Como (fig. i), attribuito dal Friedlaender alla breve Repubblica Abbondiana del 1447-48, e, malgrado i serii dubbi del Caire e dell'Ambrosoli (4), fino ad ora dai numismatici ritenuto per tale. Or bene, per questa circostanza, e per altre ragioni che andrò esponendo, con " buona pace del tedesco autore „ come ben diceva il Caire " non solo il fatto sembra poco ** probabile „, ma sono arrivato alla persuasione che il grosso autonomo non possa essere stato coniato sotto il governo popolare del 1447-48. L'argomento dei ripostigli è dei più serii e dovrebbe sempre far pensare gli studiosi; è impossibile che si riscon- trino anomalie, e se a tutta prima queste sembrano esistere, andando in fondo alla questione si potranno trovare cose nuove; anomalie mai. Parliamo un po' del nostro grosso. È mia abitudine limitarmi ad un campo assai ristretto di studi, a quello che per ragioni speciali di località e, dirò. (1) L* Ambrosino d'oro (ricerclie storiche numismatiche). Milano» tip. editrice !.. F. Coghati, 1897 (estratto del volume: Ambrosiana, scritti varii pubblicati pel XV Centenario della morte di S. Ambrogio. (2) Rivista Italiana di Numismatica, 1912, pag. 203. (3) ^P- <^i^M L' Ambrosino d'oro, pag. la e 13, nota 2". (4) GaMteita Numismatica, Como, 1881, pag. 47 e i88a, pag. 85. 82 di simpatia, si presenta più indicato ; e, per quanto le mo- deste cognizioni lo permettono, approfondirlo. Como (la cui zecca abbracciava sotto la sua giurisdizione anche il caro mio paesello natale) per il grande interesse delle sue vicende storiche ed artistiche, delle quali magnifici campioni ci sono rimasti, ebbe sempre per me un fascino particolare, e le sue, non molte, ma interessanti monete, fu- rono da parte mia oggetto di costante studio ed osservazione. Orbene, confesso che al mio sguardo il grosso auto- nomo, così interessante per sé stesso, ha sempre avuto un non so che di speciale, una fisionomia particolare, per il che ebbi come la sensazione che non fosse al suo posto. Troppa differenza presentava con quello della Repubblica Ambro- siana del 1447-50; un regresso artistico anziché un progresso su quello di Franchino II Rusca (1408-12) (fig. 3) che pure era la copia perfetta del grosso di Giangaleazzo Visconti per Milano (1378-1402) (fig. 4) : ma pur sotto questa sensa- zione non riuscivo ancora a fermarmi su qualche cosa di positivo, e mi domandavo perchè solo questa moneta non aveva, come le altre, corrispondenza in quelle milanesi. Una circostanza, che per se stessa non avrebbe alcun interesse, ne acquista invece messa in relazione con le altre. Qualche anno fa trovai assieme, in una cittadina nelle vici- nanze di Como, due monete d'argento talmente ed ugual- mente ossidate di nero che sembravano coperte di pece e quasi irriconoscibili; certamente queste due monete dovevano aver passato assieme dei secoli I ripulitele, una di esse era il nostro grosso autonomo, l'altra il grosso di Azzone Vi- sconti per Milano; entrambi della medesima buona conser- vazione. Colla mente sotto queste impressioni rilessi le note del Caire e dell'Ambrosoli ; fu una rivelazione! ecco il motivo, dirò così, della mia diffidenza, ecco il motivo della compa- gnia secolare dei due grossi suaccennata, ecco perché il grosso di Como si trova nei ripostigli di Cameri e di Ber- gamo, che non possono essere posteriori della metà del se- colo XIV: perchè é stato coniato precisamente prima di que- st'epoca; invero confrontandolo colle monete di Azzone Vi- sconti (1335-1339) risulta luminosamente come sia stato co- 83 niato contemporaneamente o quasi al suo mezzo grosso (fig. 2); lo giudichi dalle illustrazioni il cortese lettore. La figura del Santo, le lettere singolarissime, tutto insomma di- rebbe che i due conii vennero incisi dalla medesima mano. Fig. I. Fig. 2. Fig. 3- ''A- }■ 84 E come ciò? Mi mancano il tempo ed i mezzi per poter far ricerche particolareggiate, e d'altronde in questo campo è sempre arduo trovare la documentazione perfetta, ed il più delle volte si deve fermarsi ad induzioni. Può darsi che il grosso autonomo sia stato coniato prima che Azzone assumesse la Signoria della città di Como, dopo aver scacciato Franchino I Rusca (1335) lasciando un mo- mento r illusione ai comaschi d'aver ricuperato l'autonomia comunale; oppure subito dopo l'immatura sua morte (1339) allorché la Signoria della città passò agli eredi dei Visconti, che però non si curarono di battervi moneta (0; quello che è certo si è che, per le suesposte circostanze e ragioni, cor- roborate dal confronto delle monete, non vi ha dubbio che il grosso autonomo fin qui dato alla Repubblica Abbondiana del 1447-48, debba essere riportato a mio avviso indietro di oltre un secolo, verso l'epoca della Signoria di Azzone Vi- sconti, e per ora sotto la seguente denominazione : Moneta autonoma della prima metà del secolo XIV. Torno (Como), agosto 19 19. Pietro Tribolati. (i) Solo nel 1408 venne riaperta la zecca allorché la città di Como passò di nuovo alla famiglia Rusca (Franchino II) precisamente all'epoca del dissolvimento del ducato di Milano per opera del malgoverro di Giovanni Maria Visconti. Tessere di Savoia inedite o corrette Come contributo alla pregiata opera di Vincenzo Promis sulle Tessere di Principi di Casa Savoia o relative ai toro antichi Stati (i) ho il piacere di presentare ai lettori della Rivista due tessere molto interessanti. La prima che io ritengo inedita, venne coniata a ricordo del matrimonio di Emanuele Filiberto duca di Savoia, con Margherita di Francia, duchessa di Berry, avvenuto nel- l'anno 1559. Porta nel campo del diritto lo stemma inquartato di Sa- voia, con la corona ducale e col collare dell'Annunziata sul quale è ripetuto quattro volte il motto: FERI, ed in girci la leggenda esplicativa del motto stesso, cioè: FORTITVDO • ElVS - RODVM • TENVIT. Nel campo del rovescio sono raffigurati due guerrieri che si appoggiano alla lancia con la mano sinistra e con la destra sostengono un giglio fiorito. Sopra lo scudo di Francia entro contorno a cartocci, fra i segni zodiacali di Marte e di Venere. Ai piedi del guerriero di smistra vi è un piccolo (1) Torino, 1879. 86 toro ed un gallo è ai piedi del guerriero di destra, all'esergo due rami d'alloro intrecciati. Attorno la leggenda: GALLIA- FORTIT per Galliae Fortitudo. Data l'allusione del toro al Piemonte e del gallo alla Francia, completata dai simboli di Marte e di Venere troppo chiara risulta Tallegoria, che non ha quindi bisogno di ulte- riore spiegazione. La seconda tessera è illustrata dal Promis al n. 8i del- Topera citata, ma in modo non esatto, forse per la cattiva conservazione dell'esemplare da lui studiato. È stata coniata nel 1558 in onore di Michele Borgarelli da Poirino, consigliere del re di Francia, dalla Camera dei Conti di Piemonte e Savoia. Mentre in quella riportata dal Promis la leggenda del diritto è trascritta così : MIC • B&ARL POD- IVAR • 9DNS • E • COS cioè: Michael Burgarellus Podiovarini Condominus et Consiliarius — nel- l'esemplare da me riprodotto in figura si legge chiaramente R • COS • in fine di leggenda, cioè : Regiiis Consiliarius. Nel rovescio è perfettamente uguale a quella pubblicata dal Promis, cioè porta entro ricca corona d'alloro e di fiori la leggenda in 7 righe : • LACH — AMBRE • - • DESCOMP — TESDEPIE — DMONTET — SAVOIE • - 1558, con sopra una piccola crocetta. Torino, novembre 1919. Emilio Bosco. I IL CARDINALE LAMAKMORA E LE ZECCHE DI CREVACUORE e MESSERANO PARTE SECONDA (1) BIBLIOGRAFIA Adriani (G. B.). — Lettere e monete inedite del secolo XVI appartenenti ai Ferrerò Fieschi, antichi conti di Lavagna e marchesi di Messerano, iltustrnte con nuove annotazioni. Torino, Fontana, 185I (2 varianti di Promis, VI, 11, colla data 1572 e una variante di Promis, IV, 6, ed è tutto). Ambrosoli (dott. Solone). — Di un singolare cavallotto al tipo bellinzo- nese in R. L N,, 1896, pagg. 435-446 (cavallotto anonimo, che però egli attribuisce alla zecca di Messerano dal motto Non nobis, ecc., del diritto, quantunque il rovescio abbia S. Martinus Episcopus, giacché questo Santo lo troviamo anche in un testone di Ludo- vico II Fieschi, edito da Vincenzo Promis e in un altro di Pier Luca II, edito dal conte Papadopoli). Ansberoer (D*). — V. D'A. Argelati (Filippo). De Monetis Italiae, vmriorum illusttium virorum Dis- sertationes. Milano, 1750-59, 6 Tomi, con tavole e figure nel testo. Beeldenaer of te figuer hook dienende op te nieuve ordonnantie van der munte, ecc. Aja, 1608, in-4 (pag. 25, Ludovico II Fieschi, dalle Ta- vole sinottiche di V. Promis). Bellini (ab. Vincenzo, f 1783). — De Monetis Italiae Medit Aevi hacttnus non evulgatis. Dissertazione prima, alquanto varia dalle susseguenti e meno corretta, in-4. Ristampata in Argelati, Tonio V. Idem. — Idem. Disscrtationes quatuor, volumi 4. Ferrara, 1755-79, in-4* Vedi Tomo 3», tav. VI, n. i, Ludovico II e Pier 1.! : 1' « ^ 'i ; (1) Vtdi pane prima tlN, a. XXXII, acconda «erir, 4 » irimeatre, i^iq, pagg. ai9-39Q 88 Tomo i», pag. 50, n. 3, Ludovico II Fieschi ; Tomo 2°, pag. 60, n. i, Lud. II Fieschi; Tomo 3°, tav. VI, n. 2, Lud. II Fieschi; Tomo I, pag. 50, n. 1-2, Pier Luca Fieschi. Berg (Adam). — Neu mùntz biieck. Miinchen, 1597 (riporta monete di Messerano, come può vedersi nelle Tavole sinottiche di V. Promis). Billon d'aur et d'argent de plusieurs royaumes, etc. Gand, 1552, in-12 (pagg. 24, 37, 50, 158, Ludovico II Fieschi. dalle Tavole sinottiche di V. Promis). Bollettino Italiano di Numismatica, 1909. — v. Cunietti. Idem, 1911. — V. Bosco. BoRELLi (Gio. Battista). — Editti antichi e nuovi dei Sovrani principi della R. Casa di Savoia, delle loro tutrici e dei Magistrati di qua dai monti. Torino, 1681, in-fol., fig. (pagg. 324, 327, 329, Fr. Fil. F. F. ; pagg. 355. 356, n. I, 3, 4, Paolo Besso F. F. ; pag. 365, Paolo Besso F. F. ; pagg. 355, 356, n. 2, Carlo Besso F. F.). Bosco (ing. Emilio). — Torino. Attribuì a Pier Luca Fieschi una falsi- ficazione in rame del testone bellinzonese in Boll. It.di Num., 1911, pag. 67. Brambilla (Camillo). — Alcune annotazioni numismatiche. Pavia, 1867, in-8 (tav. ann., n. 11, Ludovico lì Fieschi, dalle Tavole sinottiche di V. Promis ; n. 12, attribuito a Francesco Ludovico Ferrerò Fieschi, principe (1667-85), come rilevasi dalla R. 1. N., 1918, pag. 127, ove è detto trattarsi di un quattrino del tutto simile a quello pubblicato ivi dal Cunietti, salvo che nel diritto invece di LAETA . BEAT . PAX reca ALIS TEGIT). Idem. — Altre annotazioni numismatiche. Pavia, 1870, in-8 (pubblicò ' qualche altra moneta). Bullettino di Numismatica Italiana. — Firenze, anno li, 1867-8, v. Caucich; anno III, 1868-9 (pubblicò una moneta inedita, posteriormente alla Memoria di D. Promis. Forse fu lo stesso Caucich, che infatti con- tribuì qualcosa di Messerano all'annata III, ma non ho potuto ve- dere questa ormai vecchia pubblicazione). Carli-Rubbi (conte Gioan Rinaldo). — Delle monete e delle istituzioni delle zecche d'Italia sino al secolo XVII. Mantova, 1754. Carte on liste contenant le prix de cìiacun niarq^ etc. Anvers, 1627, in-4 (pagg. 45» 74» Ludovico II Fieschi ; pagg. 224, 229. 236, 250, 270, 280, 285, Fr. Fil. F. F. dalle Tav. sin. di V. Promis). Caucich (A. R.). — Monete inedite, corrette o rare. Masserano, in Bul- lettino di Numismatica Italiana, anno II, n. i. Firenze, novembre dicembre 1867, pag. 5, tav. I, n. 2, Paolo Besso F. F., dalle Tav. sin. di V. Promis (pubblicò anche qualcosa di Messerano nello stesso Bull, di Num. Ital., anno 111, n. a, pag. 17, variante dello scudo di Paolo Besso, Promis, XII, i e non so se altro, non avendo avuto modo di vedere tale antica pubblicazione). 89 Ciani (nob. dott Giorgio, di Trento, /- 13-1-17). — (pubblicò due mone- tine in R. I. N., 1896, pagg. 76-78 : la contraffazione anonima d'un quattrino del doge Marino Grimani, con S. Teonesto e nel rovescio il motto NON NOBIS D... che assegna a Francesco Filiberto, e la contraffazione pure anonima della gazzetta veneta del 1570, con FACTVS • MAIOR • VEHITVR invece di Sanctus Marcus Venetus, che il Ciani attribuisce alla zecca di Messerano perchè sarebbe il pezzo da 6 quattrini che Francesco Filiberto contraffaceva a quelli di Venezia, la gazzetta valendo 2 soldi, ossia 6 X 4 = 24 denari, come ricorda D. Promis, pag. 106). Corpus Nummorum Itaiicorum. — (il volume II, uscito nel 191 1, include la zecca di Crevacuore, pagg. ai8 a 220 e la zecca di Messerano, pagg. 296 a 357 e pag. 497). CuNiETTi-CuNiETTi (ten.-col. barone cav. Alberto). — Roma (pubblicò in Boll. hai. di Num. e di Arte della Medaglia, dal 1906 al 191 1, alcune varianti di Messerano). Idem. — (pubblicò in R. I. N., 1909, pagg. 474-8, dalla collezione Luigi Cora di Torino, un tirolino di Crevacuore, anonimo dei Fieschi, e due varianti di monete già conosciute di Messerano : il doppio giulio contraffatto da Francesco Filiberto e uno scitdo o tallero di Paolo Besso, imitato a quelli di Casale). Idem, col modificato cognome Cunietti-Gonnet. — (pubblicò in R. 1. W 1918, pag. 127 un quattrino-. LAETA . BEAT . PAX, testa a de- stra, cerchio lin., rovescio . SI . ROSTRO . FERIT, aquila spiegata con la testa a sin., e. Un., che attribuì a Francesco Ludovico Fer- rerò Fieschi, principe (1667-85) e alia zecca di Messerano). Damoreau. — Traile des négociations de banque et des monnaies etran- gères. Paris, 1727, fol. (tav. I, pag. 176, n. 5, Ludovico II Fieschi; tav. II, pag. 176, n. 20, Fr. Fil, F. F., dalle l^av. sin. di V. Promis) D'Ansberger. — (tavole di monete, menzionate dal Viani nelle sue an- notazioni al manoscritto del card. Lamarmora). Demole (E.). — Monti, inéd. dans le livre de Zuric/i (citato dal Corpus al n. 15 di Paolo Besso ; è il suo Monnaies inedites d'Italie, Bru- xelles, 1888?). Documenti inediti: Tra le lettere di Gaetano Marini, bibliotecario della Vaticana scritte tra il 1777 al 1790 al celebre G. A.Zanetti e pub- blicate nel 1916 a Roma da Enrico Carusi, scrittore della Biblio- teca Vaticana, ve ne sono alcune con cui il Marini manda all'amico dei documenti sulle zecche di Messerano e Montanaro. Il chiaris- simo Ercole Gnecchi, nella R. 1. N., 1916, pag. 421, scriveva : ** Di ** queste zecche non vi è traccia nell'opera dello Zanetti. Se ne • troverà probabilmente tra i numerosi suoi mss. che da tempo " giacciono inediti e dimenticali e che forse presto vedranno la ** luce ,. 90 Documenti Visconieo-Sforzeschi per la storia della secca di Milano, pub' blicati da Emilio Motta in R. l. N. (1893, 1896), vi trovo i seguenti accenni alle zecche di Messerano e Crevacuore : 39 XII 1519, Novara. — Scuti novi de ... Messerano (i) L. 4 s. 2 d. — ; Testoni (di Messerano) da s. 16 dané 3 l'uno s. 15 d. 6; Grossi (di Messerano) da s. 7 dané 3 l'uno s. 7 d. — . 15 IX 1522, Pavia. — Divieto d'importazione e spendizione delle monete delle zecche forestiere di ... Crevacuore ... Messerano .... I X 1524, Milano. — Bando " dei dinari appellati da cornoni dui, sive da Cavatoti tri fabricati ne la cecha di ... Misserano ... quali pen- sandosi non fosseno fatti in le ceche predicte per la varietate nova del stampo, se spendevano per s. 20 e ale volte per grossono i per caduno „. 19 II 1527, Milano. — " et anchora sono comparsi de dicti denari (gros- soni) da s. 17 fabricati ne la cecha de Messerano, quali hanno da uno canto una Aquila, et da l'altra uno homo armato in pede . . . . valeno solum s. 7 per caduno „. Di nuovo si bandiscono le monete, tra altre, di Crevacuore e Messerano. 31 I 1530, Milano. — Bando delle monete, tra altre, di Crevacuore. I III 1530, Milano. — Bando delle monete, tra altre, di Crevacuore. Dotti (E.). — Tariffa .... secondo l'ordine seguito dal Corpus Nummo- rum Italicorum, voi. 2*. Milano, U. Hoepli, 1913 (è quello che in- clude Crevacuore e Messerano). DuvAL et Froelich. — v. Monnaies, etc. Erbstein. — (citato dal Corpus al n. 74 di Francesco Filiberto). Ferrara (Franc). — Esame storico critico di Economisti (Ter. U. T. E., 1890) (contiene considerazioni economiche sulle monete di queste zecche, voi. II, parte i*, pag. 336, nota 2). Ferrerò (Gio. Stefano, vesc. di Vercelli). — Sancii Eusebii Vercellensts Episcopi et Martyris ejusque in episcopatu successorum viice et res gestce. Vercelli, 1609, in-4 (riproduce a pag. 129 la moneta, Pri-mis. IV, 6 o una sua variante). Una prima edizione di quest'opera porta la data, Roma, 1602. Fioravanti. — Antiqui romanorum pontificum denarii. Roma, 1738, in-4 (pag. 263, Ludovico II Fieschi e Pier Luca Fieschi, dalle Tav. sin. di V. Promis. Ma F . IO come è in dette Tavole stampato e che corrisponde alla suddetta opera, è un errore per F'II cioè il Fio- rino d'oro illustrato, del Vettori). Fiorino {II) d'oro antico illusirato. Discorso di un accademico etrusco. Firenze^ MDCCXXXVIII, nella stamperia di S. A. R., per i Tartini e Franchi, v. Vettori. Frova (Filadelfo Libico). — Lettera al can. F. I. Fileppi. Venezia, 176 1 (riproduce nel frontispizio una variante di Promis, IV, 9 e il IV, 6). (i) Anteriore al 1521, cioè del periodo anonimo dei Fieschi, esiste uno scudo d'oro del sole {Corpus, Messerano, n. 5). 91 Gazzetta Numismatica. — Como, 1881, anno I, v. Miari. Idem. — anno I e IV, v. Rossi. Gradhnigo. — Lettera su quattro monete dei secoli di mezzo. Venezia. 1758, in-8 (il n. 2 della tav. II, Crevacuore). — Indice delle monete d'Italia raccolte ed illustrate dal fu monsignor G. A. Gradenigo ve^ scovo di Ceneda (il n. 60 della tav. VI, Crevacuore); dalle Tav. sin. di V, Promis. Grillo (Guglielmo). — Contributo al Corpus Nummorum Italicorum., in Riv. Hai. di Num., 1914, fase. 364, pag. 365 (In questo articolo, del gennaio 1914, vi sono le seguenti varianti e una moneta nuova spettanti alla zecca d» Messerano : Anonime dei Fieschi : la contraffazione finora inedita d'una mo- raglia modenese con MO ' NOV • C ■ M • C nel diritto e S. GER- MANVS nel rovescio e un sesino contraffatto a quelli di Milano; Pier Luca Fieschi: due testoni; Filiberto F, F. : due contraffazioni di Milano e un quarto con grande F; Besso F. F. : tre quarti, due soldi^ il quattrino papale t la contraf- fazione di Lucerna ; Francesco Filiberto F. F. : la contraffazione veneta e due quat- trini col busto a destra e la leggenda FRANCISCVS nel diritto e rispettivamente NON " NO ' DO * SED ' NO ' TVO " D • GL e SALVS NOSTRA nel rovescio attorno alla croce ; Paolo Besso F. F. : quattrino contraffatto a quelli di Milano ; Anonime degli ultimi F. F. : quattrino del leone di S. Marct» colla leg-enda FACTVS ' MAIOR ' VEHITVR nel diritto e DILIGITE IVSTITIAM nel rovescio. E' da osservare che il primo dei due suddescritti quattrini di Francesco Filiberto, dato come inedito dal Grillo, era già stato pub- blicato in un oscuro giornale di provincia. V Eco dell'Industria di Biella, del 15 novembre 1885, ^^ Cesare Poma, sotto il titolo: Di una monetina inedita della zecca di Messerano. HoFFMANN. — Alter und neuer miinz-schlussel. Norimberga, 1692, in-4 (tav. xii, xiv, xvii bis, xlììì bis — Ludovico II Fieschi; tav. xxvii bis, XLviii, xLviii bis — Fr. Fil. F. F., dalle Tavole sinottiche di V. Promis). JoACHiM (Johann Friedrich). — Das neu eròfnele Miinzcabinet, eie. No- rimberga, 1761, in-4, a spese di Giorgio Bauer (tav. xxx, n i — Carlo Besso F. F., dalle Tav. sin. di V. Promis). KoEHLER. — Historische mùnz-belustigung. Norimberga, 1729-50, voi. 22, in-4 (tav. ix, pag. 113 — F'r. Fil. F. F. ; tav. xxii, pa^. 17 Paolo Besso F. F., dalle Tav. sin. di V. Promis). KuNZ. — Miscellanea numismatica italiana. Venezia, 1867, in-tì (lav. ami., n. 10 — Fr. Fil. F. F., dalle Tav. sin. di V. Promis). Lamarmoka (Cardinale). - Memorie relative alla zecca e monete di .Messe- rana e Crevacuore battute dai Fieschi e Ferrerò Fieschi — MS drl- PArchivio Lamarmora, palazzo Lamarmora, Biella-Piazz> 92 LiTTA (PoMPEOj. — Il fasc.o dei Ferrerò in Fani. Celebri Italiane. Milano, 1841 (Le monete incise dal Litta gli furono comunicate dall' insigne Domenico Promis, come questi ricorda nella prefazione alla sua propria opera). Loopliede handboucxkin. Gand, 1546, in-12 (pagg. 90, 106, 185 — Ludo- vico II Fieschi, dalle Tav. sin, di V. Promis). Maestri (Augusto). — Zecca di Messerano, doppia d^oro inedita del prin- cipe Paolo Besso F. F. Modena, tip. G, Ferraguti, 1915, in-8, pag. 9, ed. di 100 es. fuori comm. (è una contraffazione del 1631 circa, colla leggenda P ■ FER "MA' IDUX " AC • S ■ R ' E • P ' >^ V e al rovescio AV ' MO " DV ' FLOR ritrovata a Spilamberto (Mo- dena) nell'aprile 1915). Manuael of liiste naer de welche de ivissel-bancken, etc. Aja, 1630, in-4 (pag. 29 — Fr. Fil. F. F., dalle Tav. sin. di V. Promis). MiARi (conte). — (Pubblicò qualche moneta di queste zecche in Gaz- zetta Numismatica, anno I, Como, 1881). Molano (?) Giovanni. — De Historià SS. Imaginum. Lovanio, 1594 (ci- tato da Zanetti, III, 205-6 -iccome menzionante le monete di Mes- serano con S. Teonesto) Mowiaies en argent du Cabiiul de Vienne (Dnval et Froelich). Vienna, 1769, in-fol., 2.* ediz. (pag. 468 — Fr. Fil, F. F. ; pag. 469 — Paolo Besso F. F.; pag. 469 — Carlo Besso F'. F., dalle Tav. sinottiche di V. Promis). Monnaies en or du Cabinet de Vienne (Duval et Froelich). Vienna, 1759, in-fol. (pag. 260 e suppl. 74 — Besso F. F.; pag. 260 — Fr. Fil. F. F. ; pag. 260 — Paolo Besso F. F. ; supplemento 74 — Fr. Lud. F. F., dalle Tav. sin. di V. Promis). MoREL Fatio. — Imitations ou coìitrefa^ons de la monnaie suisse. Zu- rigo, 1862 (tav. II, n. II — Besso F. F. ; tav. II, n. 12 — Fr. Fil. F. F., dalle Tav. sin. di V. Promis). Idem. — Monnaies inédites de Genève et imitations italiennes, Zurigo, 1866, in-8 (tav. ann., n. 4 — ma l'attribuzione a Fr. Fil. F. F. non è sufficientemente provata ; dalle Tav. sin. di V. Promis). Idem. — V. Revtie Numismatique belge. Motta (Emilio). — v. Documenti visconteo-sforzeschi. Muratori (Lud.-Ant.). — De Moneta sive jure cudendi numnios in An- tiquitates lialicae Medii Aevi; Diss. XXVII, T. II, Milano, 1739, con disegni, ecc. Museum Nummarium Milano- Viscontianum hoc est quod vir illustris atque nobilissimus Gisbertus Franco de Milan-Visconti, ex antiquis- sima Vicecomitum mediolanensium progenie ortus, Liber Baro S. Rom. Imperli Germanici, Dynasta Hinderstenii, Valdhusii, Bylen- veldae, Rosweidoe, Reyerskopii, Lictenbergae, veteris Rheni, et Kej^kopii, Supremo Procerum Trajectinorum Senatui ab actis, et Consiliis rei. rei. Incredibili studio et opera nec mmori sumptu a maio- 93 ribus suis, avo et patre, apparatum servavit et locupletavit — Trajecii ad Rhenum apud Bartolonieum Wild, MDCCLXXXII (opera menzionata dal cardinale Lamarmora a pag. 153 delle sue memorie^ che ne vide una copia nel 1800 circa in Casale presso il marchese Mosòi di Merano). Ordonnance du Roy sur le descry de monnoyes de billon ètrangères. Lyon, 1578 (citata da D. Promis a proposito di V. 9 e V, io — ma resta dubbio se tratti direttamente di queste due monete oppure di quelle di cui desse sono imitazioni). Ordonnance du Roy sur le faide et règlentent general de ses monnoies. Paris, 1615, i""8 (pagg' 93-94 — Fr. Fil. F. F., dalle Tav. sinottiche di V. Promis), Ordonnance pour les changeurs (o Ordonnances et instruction?) Anvers, 1633, fol. (pagg. 37, 66, 206 — Ludovico II Fieschi ; pagg. 189, 193, 198, 210, 217, 224, 229 — Fr. Fi'. F. F., dalle Tav. sin. di V. Promis). Papadopoli (conte sen. comm. Nicolò). — (Pubblicò 16 monete di Mes- serano e Crevacuore in R. 1. N., 1896, faso. 3.°). Placcard du roy sur le reglement de ses monnoyes. Anvers, 1644, in-4 (pag. 36 — Ludovico li Fieschi, dalle Tav. sin. di V. Promis), Plantino, 1575 (in una sua opera intitolata.... menziona le monete di Messerano con S. Teonesto, a detta dello Zanetti, III, 205-6). Poma (Cesare). — Di una monetina inedita della zecca di Messerano nel- VEco dell'Industria di Biella, 15 novembre 1885 (E* il quattrino ri- pubblicato recentemente, come inedito, da G. Grillo, R. I. iV., 1914, Contributo al Corpus, n. 94). Idem. — A proposito della zecca di Messerano e di alcuni punzoni di monete sconosciute (/?. /. N., 1918, fase. 3-4). Promis (Domenico). — Monete delle zecche di Messerano e Crevacuore dei Fieschi e Ferrerò. Memoria. Torino, 1869, in-4 (Nella prefazione av- verte che per le incisioni si valse anche degli esemplari della col- lezione Lamarmora). Promis (Vincenzo). — Tavole sinottiche delle Monete Italiane. Torino, 1869. Idem. — Monete di zecche italiane inedite o corrette^ Memoria 4.* Torino, 1882, in-4 (' ""• 34-25 della tav. II (Crevacuore); n. 32, tav. III (Lu- dovico II e Pier Luca II Fieschi — oro). E* uno scudo d'oro del sole: uno di questi fu pagato L. 265 alla vendita Durazzo, in Ge- nova, nel 1896; n. 33, tav. Ili (contraffazione antica in rame d'un testone d'argento di Ludovico li Fieschi); n. 34, tav. Ili (Besso F. F.); n- 35, tav. IV, Besso F. F.; nn. 36 a 39, tav. IV, Fr. Fil. F. F. ; nn. 40 a ^a, tav. IV, Paolo Besso F. F. ; n. 43, tav. V, Fr. Lud. F. F.). Reformatio monetarum auri et argenti in ditione citramontanà 111. D. Saò. Duci suddita. Torino, 1529, tav. in-fol. (nn. 4. 6, Ludovico II e Pier Luca II Fieschi; nn. 2, 3, 5, 8, Pier Luca F^ieschi, dalle Ta- vole sin. di V. Promis). Revut de la Numismatique belge, sèrie V, voi. I. Bruxelles. 1869 (L'il- lustre Morel-Falio vi descrisse a pp. 257-8, posteriormente alla Me- 94 moria di D. Promis, un pezzo inedito, Io scudo d'oro esistente a Parigi nel Cabinet des medailles). Revue numismatique frangaise. Parigi, 190I, pag. 76 (pubblicò la moneta che nel Corpus è il n. i di Filiberto F. F. (tav. xxix, io e che è uno scudo d'oro contraffatto a quelli del Delfinato con leggende fantastiche). Rivista Italiana di Numismatica, 1896, v. Ambrosoli, Ciani, Papadopoli; 1909, V. Cunietti; 1914, v. Strada e Tribolati. Grillo; 1915, v. Za- netti; 1918, V. Cunietti, Poma. Rivista Numismatica Italiana, 1865, sospesa dopo un fase, dell'anno II, da non confondersi colla R. 1. K. Rossi (dott. Umberto) in Gazzetta Numismatica, anno I, n. 5, 15 luglio 1881, a pagg. 25, 26 (Alcune monete inedite di Messerano, cioè ro- labasso e cavallotto contraffatti a quelli trivulziani di Mesocco e Roveredo). — Osservazioni sopra alcuni sesini di Messerano, ibidem, a pagg. 33-34. D. Promis lasciò in dubbio l'attribuzione di tre se- sini che i Fieschi contraffecero a quelli di Francesco II Sforza per Milano. Il Rossi adduce varii motivi per poterli attribuire a Fili- berto Ferrerò Fieschi. In ultimo dà poi notizia di un altro sesitio di Paolo Besso, col motto SALVS ' MONDI : il Rossi però non propenderebbe a considerare questa moneta come contraff"atta ai sesini di Piacenza, ma bensì a stimarla " uno dei pochi prodotti genuini dell'officina di Messerano „. — Pubblicò anche qualche altra cosa di Messerano in Monete inedite del Piemonte {Gazz. Num., a. III, pagg. 82-94; a. IV, pagg. 57-62; a. VI, pagg. 81-83), "la '" quale dei citati volumi e quali monete non ho modo di accertare. Saraceno (V.). — // corso delle monete seguito negli Stati del Re di Sar- degna e particolarmente nel Piemonte dal ijoo sino al presente, To- rino, 1782, Toscanelli, in-4. Savoia (Tariffa di), v. sub Torino. ScHòTTLE (dott. Gustav). — Die Mì'inzfàlschungen von Masserano iind Crevacuore, und ihre Einfuhr nach Deutschland ums jahr 16-20 (Ber- liner BIàtter, n. 143, nov. 1913). ScHWEiTZER. — Indice delle zecche italiane (il n. 9 della tav. Ili, Cre- vacuore, dalle Tav. sin. di V. Promis). Sommario dei delitti che vengono ascritti al signor I. F. F. F. principe di Messerano. MS della Bibl. del Re, Torino, mise. v. Ili (In questo processo, preparato tra il 1620 e il 1625, e citato da D. Promis, uno dei capi di accusa si riferisce alle contraff"azioni di questo prin- cipe. Da questo processo devono essere estratti i 16 capi d'accusa noverati in un MS intitolato: Memorie d'Antichità del Principato, presso il geom. A. Gibba Mecco di Crevacuore e dei quali quello delle contraffazioni è il n. Io). Strada (M.) e Tribolati (P.). — Varianti inedite di monete di zecche italiane appartenenti alla collezione M. Strada di Milano in R. I. N.^ 1914, fase. 1, pag. 57 (In questo articolo, del novembre 1913. di ag- 95 giunta al Corpus^ vi sono le seguenti varianti e una moneta nuova di Messerano ; Anonime de' Fieschi — una terlina del K — 3 sesini contraffatti a quelli di Milano ; Besso F. F. — 2 soldi e i quarto ; Paolo Besso F. F. — una trillina contraffatta a quelle di Filippo IV per Milano, con PBF nel centro del diritto sormontato da corona, inedita; e una variante inedita di quattrino. Tariffe citate in D. Promis, Monete di Messerano e Crevacuore e in V. Promis, Tavole sinottiche: Torino, 1529 — v. Torino. Gand, 1546 — v. Loopliede. Gand, 1552 — v. Billon. Tolosa, 1558 — V. Tolosa. Lione, 1578 — V. Ordonnance (resta però dubbio se tratti diret- tamente di monete di Messerano). Anversa, 1580 — v. Tresoor. Monaco, 1597 — v. Berg. Aja, 1608 — v. Beeldenaer. Parigi, 1615 — v. Ordonnance. Anversa, 1627 — v. Carte. Aja, 1630 — V. Manuael. Anversa, 1633 — v. Ordonnance. Anversa, 1644 — v. Placcard. Norimberga, 1692 — v. Hoffmann. Parigi, 1727 — V. Damoreau. Tariffe citate dal card. Lamarmora, siccome contenenti menzione di monete di Messerano e Crevacuore : Parma, 1519 — 14 agosto e 22 ottobre: vedi Zanetti, op. cit., T. V. pagg. 121-125. Germania, 1546 — E' la tariffa di Gand, 1546, che il Cardinale chiama di Germania, come risulta dal confronto delle pagine da lui citate, cioè Der Looplieden Handbouxkin. Gand, 1546 — v. Loopliede. Germania, 1548 — ? Germania, 1550 — deve essere quella chiamata fiamminga dal Viani, qui appresso. Anversa, 1580 — v. Tresoor. Germania o Anversa, 1633 — è la stessa, citata sotto due nomi diversi — v. Ordonnance. Tariffe citate dal Viani nei suoi appunti manoscritti alle memorie del cardinale Lamarmora : Mantova, 1519 — 7 febbr., 2v, "Iv/^^oi; sono [M.-babilineiite (ormati su una radicale comune : 'z/ - aqua. 114 che Achille ricorderà — in Omero — che v* è solo Zeus Cronide, tw obU xpsioiv 'Ay/kóìio; Inoo^oCCzi (//., XX I, 194). I! suo culto fu per tempo largamente diffuso; numerosi altri fiumi delle regioni abitate dai Greci presero il suo stesso nome; e, nelle più antiche rappresentanze, esso è raffigurato come l'origine prima di tutte le acque dei fiumi e delle sor- genti. Ed anche il mito ebbe modo di svilupparsi attorno al venerato dio fluviale (0: una saga era specialmente nota a tutti, quella che narrava della lotta sostenuta da Eracle contro Acheloo per il possesso di Deianira, la bella figlia di Oineus. Durante la fiera tenzone, Acheloo aveva fatto appello alla sua facoltà di assumere forme e aspetti svariati (2), e s'era mutato prima in serpente, poi in toro; ma, in questa sua ipostasi, era stato afferrato per le corna dal figlio di Alcmena che, rimasto in possesso di uno dei corni, spezzatosi, l'aveva regalato ad Oineus, quale dono nuziale (3). Il racconto della metamorfosi di Acheloo in toro dovè colpire in special modo l'immaginazione degli artisti greci, poiché essi amarono rappresentarlo sotto quest'aspetto, ca- ratterizzandone però la figura con una faccia umana sosti- tuita a quella taurina (4). E cosi che il toro androcefalo passò (i) Gli dei fluviali fanno parte del più antico Olimpo ellenico : i poemi omerici li hanno familiari. Nel periodo più arcaico della poesia e delle arti rappresentative, essi sono immaginati come vere e proprie personalità divine, aventi figura umana come gli altri dei. Vedi Roscher, Lex., I, 1487 e segg. (Leiinerdt) e R. £., VI, 2774 e segg. (Wasek) ; Welcker, Griech. Gòlterlehre, I, 652 e segg. ; III, 44 e segg. Non ho potuto esaminare lo studio, del resto assai antico, del Gardner, Greek river-worship^ in " Transact. of the R. Society of literatur „, sec. ser., XI (1878), pag. 173. (2) E questa una facoltà peculiare delle divinità deli'eleniento liquido : si ricordino Neieo, Proteo, Tetide, e, tra i fiumi, cltre all'Aclieloo, il Crimiso (vedi Roscher, Lex., I, 1488). (3) Le più antiche fonti letterarie della saga sono Pindaro ((r. 2490, Schroeder) e Sofocle {Trach., 6 e segg., 504 e segg.). La lotta tra Acheloo ed Eracle è raccontata diffusamente da Ovidio, Metani., Vili, 879-IX, 97. (4) La figura taurina per le immagini dei fiumi comparisce assai per tempo nelTarte, a lato a quella umana. Essa fu pt obabilmente sug- gerita agli antichi dal confronto tra l'irruenza e il muggito del toro e il fragore e la violenza delle acque fluviali; confronto a cui alludono 115 a designare, sui monumenti figurati, il fiume Acheloo ; e poiché " Acheloo „ era il re dei fiumi, il " fiume per eccel- lenza „, così il suo simbolo, il toro androprosopo, fu anche il simbolo di un qualunque fiume divinizzato. Ne ci sembra in realtà tanto strana, quanto parve all'Eckhel, TafTermazione di quell'erudito Ignarra del XVIII secolo: " A veteribus " omnium terrarum fluvios dictos fiiisse Acheloos, Acheloos " adeo esse ipsos etiam Campaniae et Siciliae fiuvios, numos * Acheloi huius imagine insignes jure dicendos Ache- '' loicos „ (I). Tornando ora alle monete di Metaponto, di Laus, di Neapolis, di Reggio, è chiaro che dovremo riguardare il toro androprosopo in esse rappresentato come la figura di un qualche dio fluviale che in codeste città aveva culto, oppure dello stesso vero e proprio Acheloo, col quale esse città si sentissero ancora, in base a qualche tradizione o per ragioni etniche, strettamente collegate. Metaponlion (al doppio! già parecchi passi dei poemi omerici (per es. //., XXI, 237 : ^epLuxòj(; Y/jte taùpoc; parlando dello Scamandro) e di altri poeti antichi. Secondo l'opinione comune (art. cit. di Lehnerdt e Waser), questa maniera di rappresentazione avrebbe preso le mosse dal mito di Achtloo e sa- rebbe passata da questo agli altri fiumi; poi, nelle arti rappresentative, si sarebbe attribuita al toro fluviale — per distinguerlo dal toro co- mune — una faccia umana: e così sarebbe nato il toro androprcisopo. io credo che le cose stieno in parte diversamente, e lo dimostrerò in seguito, (i) De Palaestra Neapolilana, pag. 232. Citato dall' Kckhel, Doctiiua numonitn veleritin, F, pag. 131. ii6 Che la venerazione di Acheloo fosse viva a Metaponto è dimostrato a sufficienza dall'iscrizione che si legge sul ro- vescio di quello staterò del V secolo, nel quale codesto fiume è rappresentato sotto forma umana, con corna e orecchie di toro: un genere di figurazione, questo, che se è solitamente usato per gli dei fluviali in generale, più di rado compari- sce a simbolizzare il vero e proprio Acheloo; ma la nostra moneta ci esibisce appunto una di queste meno frequenti rappresentanze. Siamo evidentemente dinanzi ad un tipo " agonistico ,;, del genere cioè al quale appartiene forse la più gran parte dei tipi italioti più antichi (D; la moneta dovè esser coniata in occasione di un agone celebrato a Meta- ponto in onore dell'Acheloo, in cui ai vincitori si offri forse — come suggerisce il Lenormant [La grande Grèce^ I, pa- gina ii8) — anche un premio in danaro. E importante ri- cordare come anche in Acarnania si tenesse un agone in onore di Acheloo K^)\ cosi che non sembra si possa dubitare che il culto di Acheloo a Metaponto derivasse direttamente, anche nelle sue forme esterne, da quello degli Acarnani. Meno sicuro è il significato del toro androprosopo im- presso sul rovescio dei tipi metapontini già descritti. In ge- nerale si ritiene di dover vedere anche in questo il simbolo dell'Acheloo (3); ma non è da trascurare l'ipotesi del Gar- rucci, il quale vi riconosce l'immagine del fiume che scorre a lato della città, il Casuento (4). In realtà, noi potremo as- sicurarci, nel seguito di questo articolo, che un culto fluviale non manca quasi mai in queste colonie italiote, situate in (i) È questa la teoria sostenuta costantemente dall' Head (v. Inirod.. pagg. Lvii e segg., lxxii, e poi passim, specialmente a pagg. 80 e se- guente e 99). (2) SchoL ad lliad., XXIV, 616. Non riesco a capire perchè il Ba- belon, seguendo un'ipotesi del De Luynes, voglia identificare l'Acheloo venerato a Metaponto col piccolo fiume peloponnesiaco affluente del- TAlfeo, solo per trovare una spiegazione plausibile al culto dei Nelidi a Metaponto {Traile^ II, i, pag. 1396). (3) Di questa opinione fu già il Minervini {Saggio di osserv. riunì., pag. 124), seguito dal Poole, Br. Al. C, It., pag. 244, e, con qualche ti- tubsj^ a, dall' Head, pag. 76. Garrlcci, Le monete dell'Italia antica^ II, pag. 135 (ta\ . CV, n. 7).. 117 una regione dove un rivo d'acqua vai meglio di un filone d*oro ; d'altra parte, tracce di un culto fluviale, diverso da quello dell'Acheloo, troveremo anche nella prima delle mo- nete metaponiine prese in esame : a ragione quindi si può dubitare se questo tipo del toro androcelalo, emesso su per giù nella stessa epoca nella quale a Metaponto si disegnava l'Acheloo in figura umana a corna taurine ^^\ fosse destinato a rappresentare anch'esso l'Acheloo medesimo, o non stia invece a simbolizzare il vero e proprio fiume della città, il Casuento (l'attuale Basento), o, come mi sembra anche più probabile, il Bradano che, oltre ad essere il maggiore de' due fiumi che abbracciavano, coH'estrema parte del loro corso, il territorio della città, era forse quello dalla cui vicinanza Metaponto traeva i massimi vantaggi, anche di ordine com- merciale (2). Poco abbiamo da trattenerci sul toro androprosopo di Laus. Questa città conia, fino dalla seconda metà del VI se- colo, monete incuse i cui tipi ripetono quelli della madre patria, Sibari. Così come quelle di Sibari, le monete più an- tiche di Laus presentano il tipo del toro, con la variante però della faccia umana. È questa la più antica rappresen- tanza che ne troviamo sulle monete; e, al più, potrà dividere con essa il primato di antichità quella delle dracme incuse reg- gine (vedi più oltre). Il fiume simbolizzato dalla figura taurina è qui certamente il Laos, omonimo della citta (l'odierno Lao) (3). (i) In verità, nelle singole serie di rappresentanze, ma specialmente in quelle nimiismatiche, è quasi sempre lecito stabilire una successione cronologica in base alla quale il dio fluviale comparisce prima sotto l'aspetto di loro androprosopo, poi sotto forma umana con corna tau- Tine. Però Tintervallo di tempo che separa i due tipi di rappresenta- zioni, è in generale cosi esiguo, spesso anzi inapprezzabile (cfr. Lehnerdt in RoscHEM, Lex., I, 1490), che non si può, a rigore, escludere la con- temporanea comparsa dell'Acheloo in due monete metapontine dello stesso periodo, sotto il duplice aspetto taurino ed umano. (2) Per la topografia di Metaponto, vedi Nissen, I/ai. Laitdeskunde, II, pagg. 911 e segg., e cfr. " Not. Scavi „, 1877, pagg. 96 e segg., 1883, pag- 350. (3) PoOLE, Br. M. C, It., pag. 235 ; Head, pag. 74 ; Babelon, Tratte, li, 1, pagg. 1419 e sejìg. Diverso è il parere del Gardner (Types^ pa- gma 88) sul significato del toro androprosopo sui tipi italioti; e ce ne occupcicmo in seguito. ii8 Anche a Reggio le monete incuse più antiche, contem- poranee air incirca di quelle di Laus, portano il tipo del toro androprosopo, nel quale fu già dall' Holm (Storia della Sic. ^ I, pag. 360) ravvisato il simbolo del fiume Apsias, presso le rive del quale era stata fondata la città (i). Per determinare il significato del toro androcefalo, che è il tipo comune del rovescio delle monete neapolitane, fa d*uopo richiamarci ad un'altra parte della tradizione mitolo- gica spettante al ciclo, dirò così, acheloico. Acheloo, che è il progenitore delle Ninfe dell'acqua e di tutte le fonti — di Dirce, di Castalia, di Kallirrhoe — è fatto dal mito anche padre delle Sirene, ch'egli avrebbe generato accoppiandosi con una Musa (Calliope, Melpomene o Terpsicore), oppure con Sterope, la figlia di Porthaon (2). Se si pensa che Par- tenope, la divinità poliade di Neapolis, l'eponima dell'antica città che la tradizione voleva distrutta dai Cumani e da loro stessi riedificata sotto nuovo nome (^3), era appunto una Sirena, e il culto di questa dea uno dei piij vetusti e impor- tanti della città, s'intende facilmente come dovesse imporsi all'immaginazione di quei coloni, accanto alla leggiadra fi- (\) Il Babelon (li, I, pag. 1469) sulle orme del Garruccf, ricorda anche che uno dei parecchi torrenti che raggiungono il mare nelle vi- cinanze di Reggio, sembra essersi chiamato Taurociniim. (2) Vedi le fonti della tradizione nei citati articoli in Roscher, Lex.^ I, 7 e 7?. £"., r, 215. (3) I discordi pareri sulle origini di Neapolis si raggruppano attorno a due tesi distinte: l'una vuole che la " Nuova Città,, sia stata real' mente preceduta da una " Città Vecchia „ (Palepoli) il cui nome sarebbe stato appunto quello di Partenope, e che ai Rodi dovrebbe la sua fon- dazione, secondo la notizia di Strab., XIV, 654 (Pais, Sloria della Si- cilia e della Magna Grecia, pagg. 313 e segg.; Busolt, Griech. Geschichie, P. pa?. 395); l'altra sostiene invece che nessuna città esistè prima di Neapolis, la quale fu semplicemente una colonia di Cunia (Mommsen, C /. L., X, pag. 170; BiìLOCH, Campanietr^, " Ergànzungen „, pag. 440; cfr. Griech. Geschichte, P, i, pag. 243; P, 2, pag. 230 ; Byvakck, De Ma- gnae Graeciae hisioria antiquissinio, Hagae, 19 12, prg. 122). In ogni modo, un santuario della Sirena Partenope doveva esistere nel luogo ove poi sorse Neapolis, anche prima della fondazione (o della riedifi- cazione) di questa città da parte dei Cumani (Beloch, Griech. Gesch.y loc. cit.). Sul mito di Partenope a Neapolis, vedi Ciaceri, La Alessandra di Licofrone, Catania, 1901, pag. 241. 119 gura della Ninfa, quella mostruosa del padre sventurato^ nella sua ipostasi più familiare a tutto il mondo greco, e come s'affrettassero i Neapolitani, appena liberi dalla sog- gezione di Cuma, a coniare le loro monete col tipo della Sirena Partenope — o di Pallade Atena — sul diritto, e con quello di Acheloo sul rovescio (i). Anche un altro dio fluviale suo proprio dovè riconoscere Neapolis: T omonimo del minuscolo Sebethos che veniva quasi a lambire i margini meridionali della città. A questa culto annette il Beloch grande importanza; e lo considera, insieme a quelli di Partenope e di Afrodite Euploia, fra gli antichissimi che sopravvissero alla colonizzazione cumana: e ciò può ben ammettersi, se si consideri la parte lasciata al Sebeto nella saga delle origini di Neapolis (2). Mancano però a sostegno dell'ipotesi indizi monumentali o tradizioni letterarie ; poiché l'asserzione del Beloch, che " das Bild des " Flussgottes zeigen einige der àltesten Munzen Neapels „ {CampanieHy pag. 52), sarebbe vera solo se volessimo rico- noscere questa immagine del dio fluviale nel toro androce- falo: ma il Beloch stesso lo identifica col simbolo dell' Acheloo (Camp., pag. 36). Il fiume Sebeto comparisce invece sul ^ di un obolo del IV secolo, in forma di un giovane dio flu- viale, accompagnato dalla scritta SEFEIOO^ ; e una sua edi- cola è ricordata in una tarda iscrizione latina (3). Non è per- tanto da dubitare che il toro androprosopo di Neapolis stia veramente a testimoniare sulle monete il culto di Acheloo; il Sebeto non vi comparisce che più tardi, sporadicamente e sotto forma umana, come fu anche d'uso comune rappre- sentare, in ogni epoca, le divinità fluviali. (i) Le monete di Neapolis non cominciano prima della metà del V secolo, evidentemente perchè non prima di quest'epoca la città avrà potuto rendersi del tutto indipendente da Cuma (Beloch, Griech. Gesch.y l", 2, pag. 230; cfr. Campanien, pag. 30). La testa di Atena sulle monete neapolitane è un indice della colonizzazione ateniese della città (Beloch, Camp., paj^. 30; Pais, Storia della Sic, pag. 323). Vedi la serie delle monete neapolitane in Sambon, op. cit., pagg. 173 e segg., 193 e segg. (2) Beloch, Canipanien^ pagg- 28, 51 e segg. (3) La moneta in Samhon, op. cir., pag. 181 e Hlad, pag. 40. Per il culto del Sebethos a Neapolis, vedi Beloch, Cavip.^ pag. 52. I20 Neapolis (al doppio). Non si dimentichi per altro una differente interpretazione di alcuni i quali vedono nel toro delle monete neapolitane, piuttostochè la rappresentazione deirAcheloo, il simbolo di Dionysos Hebon, il cui culto, com'è noto, fu assai diffuso nella Campania (i). Questa ipotesi fu formulata, per la prima volta, da Matteo Egizio e, sulle sue orme, dal Martorelli ; eppoi ripresa e sostenuta dall' Eckhel, il quale volle dimo- strare che non solo in Campania ma anche in Sicilia, il toro androprosopo inciso sulle monete rappresenta Dionysos He- bon (2). Condivisero più tardi il parere dell' Eckhel — però solo in quanto riguarda le monete campane e, al più, quelle catanesi — il Lenormant (in Daremberg-Saglio, I, 620), il Gruppe (anche riguardo a Tauromenium ; Griech. Myth., I, P^Rg"- 3^7' 3^^' noi^ 6), il Gardner [Types, pag. 183), al quale, nell'asserire che i fiumi non ebbero culto speciale in Campania e che, per questo, il toro androprosopo non dovè stare sulle monete ad indicare un fiume, sfuggirono i legami del mito che riunivano Neapolis alTAcheloo, riguardato quale padre della Sirena Partenope e perciò lì onorato, indipen- dentemente dalla sua identificazione con qualsiasi fiume (3). (i) Su questo cuìro c'informa Macrobio, Saturn., I, 18, 9; il dio è chiamato nelle epigrafi ó èttt'f avéorato; ftióc (/. C, " ft. Sic. „, nn. 716, 717) ed era venerato nei Misteri dionisiaci ncapolitani (vedi Farnjell, The Cults of the greek staies, Oxford, 1896-1909; V, pag. 286). Il Beloch crede questo culto originano da Cuma {Cantpanien, pag. 157) e più re- mote origini beotiche gli ascrive il Gruppe {Gr, Myth., I, pag. 367) (2) V'idi, anche per tutta la storia della questione, Eckhel, Docir. JSum. vet., 1, Diss' rt. Ili, pagg. 129 e segg, (3) Un .ilro sostenitore della tesi dt-lT Eckhel fu il Sacken (Z)/V a«/. Bronzen der k. k. Miim^und Antìken Cabinetes in Wien. Wien, 1871, 121 Qualcuno ha considerato senz'altro questa pretesa rap- presentazione di Dionysos Hebon sotto forma taurina in Cam- pania, come un'erronea deduzione dalla notizia di un antico erudito, basata appunto sulla falsa interpretazione di questi tipi monetari (i). Le testimonianze di un culto di Dionysos Hebon — epiteto ignoto al di fuori della Campania — sono in realtà tutte di epoca molto recente (2); ma, com'è il parere del Beloch, questo dio fu certamente conosciuto e venerato fin da antico in Neapolis, che dovette riceverlo da Cuma. Dioniso è del resto una delle divinità che emigrarono in Oc- cidente con la corrente colonizzatrice beoto-ionica (calcidese); e qua, sede principale del suo culto fu Nasse, in Sicilia, che s'ebbe forse dalla fertile isola egea il nome e la divinità pa- trona della città. E la testa di Dioniso è appunto il tipo delle più antiche monete di Nasso (dal 480 a. C. in poi, per tutto il corso del V secolo : Hill, pag. 39 ; Head, pagg. 159 e segg.) ; su di esse il dio è rappresentato barbato e coronato di quercia, alla moda arcaica. Se i cittadini di Catana aves- sero voluto incidere sulle loro monete la figura di questo dio, avrebbero preso a modello i coni di Nasso, loro madre patria, piuttosto che rappresentare Dioniso in una foggia poco familiare all'arte greca, la quale, se conosce e fa ricor- dare spesso l'origine e la natura taurina del dio, non è usa a raffigurarlo sotto l'ipostasi del toro (3). P^r^S- 59 ^ segg.), il quale crede che anche il toro androprosopo di Gela e di Selinunte rappresenti Dionysos. Vedi la bibliografìa dell'argomento alla nota 9 delia pag. 59. (1) Nel passo citato (Safurn., I, 18, 9), Macrobio, accennando ai vari aspetti in cui si suole rappresentare Dioniso — simulacra parihn ptte- y'tli aetaie partim juvetiili fingimi — aggiunge semplicemente : " Prae- " terea barbata specie, senili quoque, uti Graeci eius quern paaoapéot, "- item qnem Ppioéa appellant, et ut in Campania Neapolitani celebrant "• "il^cuva c(»gnominantes „. Della figura taurina non si fa in verità pa- rola. Clr. SroLL in Roscher, Lex., I, 1149. (2) Le due epigrafi già ricordate (/. C, XIV, 716, 717) suno di epoca romana (cfr. C. l. G, III, 5790, 5790 b, pagg. 722, 1255J. (3) L'origine taurina di Dionysos sarebbe denunziata dal fatto che esso ha sostituito, in alcune regioni (per esempio nell' Elide), rautico feticcio del toro simbolizzante il Sole che, al suo passaggio per questa •costellazione zodiacale, raggiunge la sua massima potenzialità ed effi- 9 1 122 Ma, per quanto riguarda Neapolis — e di conseguenza le altre città campane — credo sia da accogliersi senz'altro la felice ipotesi del Sambon. L'insigne studioso della numi- smatica dell'Italia antica non esita naturalmente a ricono- scere l'Acheloo nella figura taurina dei didracmi neapoli- tani ; e si sofferma anzi a far notare l'affinità di alcuni tipi neapolitani del IV secolo con quelli acarnanici : tali somi- glianze spiega coi frequenti rapporti commerciali tra Napoli e la costa occidentale della Penisola Ellenica in quest'epoca, né trascura di ricordare la tradizione secondo la quale, nel più remoto periodo dell'espansione greca in Occidente, si sarebbero stabiliti a Capri quelli stessi Telebi che si ritro- vano nelle piccole isole, chiamate appunto Teleboidi, fra l'Acarnania e l'isola di Leucade (Verg. Acji., VII, 733 segg. ; Tac. Ann., IV, 67; Plin. Nat HisL, IV, 12, 53). Ma il Sam- bon ammette la possibilità che i neapolitani, perduto di vista il significato originario della figura taurina, l'abbiano a poco a poco rivestita di un nuovo carattere, fino a riconoscervi l'immagine simbolica di quel Bacchus Hebon, il cui culto, dopo la fine del IV secolo, andava assumendo importanza sempre maggiore, come dimostra anche l'abbondanza di sog- cacia generativa e fertilizzante (cfr. Grcppe, Gr. Myth., II, pag. 1427)^ Ma se gli epiteti dati al dio nelle formule del culto e in allusioni delle fonti scritte ci presentano assai di sovente un Dioniso concepito setto il simbolo del toro (ricordo solo Pluf., De Is. et Os., 35: taupójjiopcpa Atovuaou TCOioùaiv àYaXjiaxa tzoWoX tcLv 'EXX*f]vu)v), non consta che l'arte abbia dato espressione a questa forma di rappresentazione: in generale essa si è limitata ad assegnare al nuovo dio alcuni attributi dell'antico feticcio taurino (le corna o la pelle), raffigurandolo, nel periodo arcaico, in forma di uomo barbato, e più tardi, dal V secolo in poi, con aspetto giovanile (vedi Stoll in Roscher, Lex., I, 1149; Kern in R. E., V^ 1041, 1044 e segg. Lenormant in Daremberg-Saglio, I, 619, attribuisce una parte più notevole all'ipostasi taurina di Dioniso nell'arte; ma il solo gruppo di monumenti ch'egli cita in proposito — a lato di altri due o tre meno significativi ed esibenti, del resto, la figura del toro ordinario e non quella del toro androcefalo — è questo appunto delle monete di Neapolis e di Catana). E, in generale, " bei den Griechen " finden wir kaum ein bemerkenswerthes Beispiel dass ein Gott in " volstàndiger Thiergestalt vorgestellt oder nach ihr genannt wàre „. (Welcker, Griech. Gòtterlehre, I, pag. 63 ; cfr. II, pag. 597 e segg., e vedi quanto scrive lo stesso Sacken, op. cit., pag. 59). 123 getti relativi ai misteri dionisiaci sui vasi campani ('). La tesi del Sambon è da ritenersi la più prossima al vero ; e ve- dremo in seguito com'essa debba applicarsi anche ad alcune apparizioni del toro androprosopo su monete siciliane, ove sarebbe difficile riconoscere al mostro la funzione di simbolo fluviale. III. Ritorniamo ora al primo gruppo di monete, le quali portano l'eflìgie del toro, rappresentato sotto il suo aspetto ordinario: come risulta dal nostro specchietto, questo gruppo comprende i due coni della prima e seconda Sibari, i tre tipi di Turii, gli stateri d'argento di Posidonia e di Siris e un " hecte „ di Metaponto. Il significato della figura taurina si presenta su tutte queste monete assai pili incerto; conseguenza di tale incer- tezza è la diversità, ed il contrasto anzi, delle interpretazioni per essa proposte. Su un punto solo sembrano concordare i pareri degli studiosi: sul carattere fluviale del toro degli stateri di Turii (2.° e 3.° tipo della nostra serie); carattere che sarebbe in modo abbastanza palese indicato dal pesce che è di solito inciso nell'esergo, e dall'aspetto stesso del toro, rappresentato nell'atto di slanciarsi alla carica, quasi a render l'immagine dell'impeto delle acque del fiume. Questo ,So'j; Oo'jzio; starebbe a simbolizzare qui, secondo alcuni, la fonte Oooiia, la quale pare sgorgasse fuori dalle rocce nelle vicinanze della città che da essa appunto avrebbe preso il nome; secondo altri, esso raffigurerebbe invece, più sempli- cemente, il fiume Crathis (2). Ma nel toro Sibarita, accanto a coloro che lo conside- (1) Samhon, Monnai^'s uni. de l'Italie, I, piig. 173, nota i e pag. 181. Alla tesi del Sambon aderisce I'Hiìad, pag. 39. Sulla sostituzione di si- gnillcato intravista dai Sambon influirono indubbiamente le affinità che ravvicinano Acheloo a Dioniso, sia nel culto — specie quale esso era in Acarnania e in Etolia — sia negli elementi originari costitutivi delle due figure divine (Guuppe, Griech. Myih., I, pag. 343). (2) Alla prima tesi è favorevole il Gahdnkk, Typ., pag. 123; alla seconda THead, pag. 87. 124 rano come un simbolo del fiume Crathis, v'è chi vede sol- tanto un rappresentante dell'armento bovino, fonte di ric- chezza per la città, e chi lo riguarda invece come un em- blema del culto di Posidone, che gli Achei avrebbero por- tato dalla madre patria nelle loro colonie, denominando anzi dal nome di questo dio una di quelle città, Posidonia (i). La stessa divergenza di interpretazioni si ripete pei tipi di Po- sidonia, nella cui figura taurina non si può non riconoscere uno sviluppo di quella di Sibari; sicché anch'essa viene ri- guardata come la rappresentazione di un fiume oppure del dio protettore della città, di quel Posidone che è raffigurato in atteggiamento pieno di fierezza e di maestà, sul diritto delle stesse monete (Head, pag. 80). In verità, la figura del toro ordinario, a differenza di quella del toro androprosopo, riveste, nelle arti rappresen- tative e, per quel che particolarmente ci concerne, sulle mo- nete, un significato di volta in volta diverso, nelle differenti località e nelle varie epoche, a seconda dei culti o delle leg- gende predominanti nelle singole regioni (2), È noto d'altra (i) Per il CraUiib sianm; n uaiu-j.dxn, i ntuc, 11, i, pagg. I412 e segg. e r Head, pag. 84; la seconda interpretazione è quella del Pais, S/orm della Sic, pag. 36, seguito dal Bu.solt, Griech. Gesch., P, pag. 399, nota 3 (vedi anche Millingen, Consid., pag. 10); per Posidone sta infine il Gardner, TypeSj pagg. 38 e segg., il quale è pertanto costretto ad am- mettere che il toro sibarita, passando sulle monete di Turii, mutò si- gnificato e, anziché rappresentare il dio del mare, divenne, quale fjohi Ooópios, un simbolo fluviale. Indirettamente si dichiara contrario a rico- noscere in queste figure taurine un simbolo fluviale il Leiinerdt (in RoscHER, Lex., I, 1489), in quanto afferma che " i-t in der That kein " Monumeut bekaunt, wo ein Fiussgott als reiner stier erschiene „. Per la figura taurina in rappresentanza di Posidone sulle monete, vedi EcKHEL, Doctrina Num. vet., I, Dissert. Ili, pagg. 129 e segg.; sul toro nel culto di Posidone, vedi Groppe, Griech. Myth., II, pag. I138. (2) In Macedonia, sulle monete di Orrescii, troviamo disegnati i buoi intenti al lavoro dei campi (Im.-Bl. -Keller, tav. Ili, n. 27, pag, 20; Head, pag. 195); sui tipi delle città cretesi, il toro con i piedi legati, come a Phaistos, ricorda una delle imprese di Eracle (Im.-Bl.-Keller, tav. HI, n. 32, pag. 21; Head, pag. 473), oppure è il simbolo del mito di Europa, come a Phsistos stessa (Head, pag. 473) o a Lappa (Im.-Bl.- Keller, tav. III, n. 42, pag. 22; Head. pag. 470): ma in qualche altra località, anche al di t'uori dell'Occidente greco, lo vediamo comparire in funzione ai simbolo fluviale. 125 parte che ii toro si trova fra gli animali che stanno al se- guito di Posidone e di Dioniso e che anzi, quest'ultimo dio è spesso raffigurato, se non in fii^ura taurina, almeno però con attributi propri di quella fiera (i). S'intende bene, così, come il IVIillingen e il Pais abbiano pensato che i coloni di Sibari e di Siris incidessero sulle loro monete il toro, quale indice delle prospere condizioni agricole di quelle regioni, seguendo del resto in ciò una consuetudine generale degli italioti a cui ho già accennato (pag. 112, nota i) e della quale sono tipico esempio i coni incusi di M'i^taponto esibenti la / Sybaris (al doppio). spiga di grano, emblema, almeno in origine, non del culto di Demetra, come generalmente si crede, ma della coltiva- zione dei cereali (2). Meno giustificata è l'ipotesi del Gardner, (i) Cfr. quanto ho scritto a pag. 121, nota 3. (2) L'interpretazione corrente della spiga di grano, sulle monete arcaiche di Metaponto, come simbolo di Denictra, ha generato l'opinione comunemente accolta, che il culto di questa dea sia stato, tìn da antico, il più importante della città; mentre altri vede in Apollo il dio princi- pale dei Metapontini (Busolt, Griecìi. Gesc/i., I^, pag. 41 1). In realtà la spiga di grano è piuttosto uno " stemma „ della città, che ne riassume il carattere essenzialmente agricolo (Busolt, pag. cit., nota 2), ed è tipo che si ripete costante sulle monete di Metaponto, in unione con la figura di divinità diverse. È inoltre da not;ire ciie la spiga di grano è attributo di Demetra solo nel cullo eleusino (/(*. /'.., IV, 2749). 120 che il toro stia sulle monete italiote (all' infuori di quelle di Turii) a simbolizzare il culto di Posidone. Mancano argo- menti per sostenere siffatta tesi; giacché questo culto non è testimoniato altrimenti per Sibari, per Siris e per Metaponto, mentre a Posidonia, dov'esso teneva invece il primo posto fra quelli della città, la magnifica figura del dio occupa tutto intiero il campo degli antichi stateri incusi e delle successive monete. La comparsa in queste del toro sibarita (sul rove- scio dei tipi con Posidone) non convalida, ma, secondo me, infirma la teoria del Gardner. Io credo invece che la figui'a del toro sia dappertutto, su queste monete, un simbolo fluviale. E se ne osservi, in primo luogo, il disegno sui diversi tipi. II toro delle monete della prima e della seconda Sibari e di quelle di Siris è evidentemente lo stesso; e se lo rav- Laos (al doppio). viciniamo al toro androprosopo degli stateri di Lao, ci ac- corgiamo subito della stretta parentela che intercede fra questo e quelli. Sul rovescio degli stateri di Posidonia, l'at- Poseidonia (al doppio). 127 teggiamento del toro è un po' mutato: l'animale non è più disegnato immobile, fermo sulle quattro zampe e voltato a guardare indietro; ha invece la testa protesa in avanti, al- quanto abbassata, come si preparasse a camminare. In una posa identica lo vediamo ritratto sui coni più antichi di Turii, dai quali derivano, con progressivo sviluppo, i tipi successivi dei nummi del V e del IV secolo, sui quali il toro ha accentuato la sua posizione di marcia, fino ad apparire, sui tipi più tardi, come lanciato ad un furioso galoppo. Fi- Thurioi (al doppio). nisco con un raffronto dei disegni metapontini: questa città che incide, nelle sue monete del V secolo, una testa di toro androprosopo, a rappresentare uno dei fiumi che le erano sacri (sia esso qui l'Acheloo o il Bradano), aveva già co- niato un antico " sesto „ incuso, probabilmente anteriore al 500, con una testa di toro. Da tutto ciò è facile tirare la conclusione : dovunque, sulle monete delle città italiote, troviamo il toro ordinario, lo vediamo sempre svilupparsi, in tipi derivati e più tardi, in una figura taurina che ha evidenti le caratteristiche del simbolo fluviale; sia questo il toro androprosopo di Lao e di Metaponto o il toro caricante, accompagnato dal pesce, degli stateri di Turii. Quando dunque, poco dopo la metà del VI secolo, le città della Magna Grecia hanno incomin- •ciato a batter n'.oneta, gli artisti di quelle zecche adottavano 128 ancora, come simbolo della divinità fluviale — e fors'anche dell'Acheloo stesso, perchè nulla vieta di identificare col dio acarnano-etolico la testa di toro dell'antica " hecte „ meta- pontina (i) — la figura del toro ordinario. Seguendo la cor- rente predominante nelle arti rappresentative, questa figura si è trasformata ben presto in quella, pili significativa, del toro androprosopo; e a Turii, dove, per ragioni che chia- merò " araldiche ,;, si è preferito conservare intatta la figura taurina che era stata lo stemma di Sibari, alle mosse del toro fu aggiunta Tevidenza dell'impeto e dello slancio delle acque torrenziali, indicate anche chiaramente dal pesce na- tante nella stessa direzione del toro. Ho detto che quando le città italiote emisero i primi tipi monetari, gli artisti che li disegnarono, " adottavano an- cora „ la figura del toro ordinario come simbolo fluviale : intendevo con ciò significare che il loro disegno presentava già fin d'allora un carattere arcaicizzante, giacché la sosti- tuzione del toro androprosopo al semplice toro doveva es- sere ormai un fatto compiuto. Ed ecco perchè Laus, le cui prime monete non possono essere che di qualche decennio posteriori a quelle di Sibari e di Siris (2), disegna già il (r) Cfr. Head, pag. 75. (2) Benché alcuno giudichi in modo diverso (L.acava, Del silo di Blanda, Lao e Tebe Lucana, Napoh, 1891, pag. 37), è evidente che Laus fu fondata dai Sibariti, a' cui floridissimi collimerei necessitava uno sbocco sul Tirreno (Nissen, Ital. Landesk.^ II, pag. 921), qualche decennio prima della loro caduta (Busolt, Griech. Gcsch., I-, pag. 400; Beloch, GriecJi. Gesch., 1-, i, pag. 238) forse anteriormente alla fondazione della stessa Posidonia (vedi Pais, Storia della Sic, pag. 247; Galli, Per la Sibarilide, Acireale, 1907, pag. 119; Byvanck, De Mngnae Gracciae hist., pag. 108); e quest'ultima città, la cui esistenza alla metà del VI secolo si rileva da Erodoto (1, 167), era probabilmente già in vita da un pezzo all'epoca del ricordo erodoteo (vedi Pais, Storia della Sic, pag. 246 e app. IX; Beloch, Griech. Gesch., 1^, 2, pag. 230). Non è verosimile però che Lao, la quale non fu fino al 510 che uno scalo commerciale della sua grande metropoli, abbia battuto moneta prima di Sibari : e perciò i suoi tipi col toro androprosopo saranno certo posteriori a quelli sibariti col toro comune, e quindi anche per il disegno i primi derivati dai secondi. Mi sembrerebbe anzi piij naturale pensare che Lao abbia. 7 129 fiume omonimo della città sotto forma di toro androprosopo (insieme a quello di Reggio, l'esempio più antico che cono- sciamo), mentre il toro comune si mantiene immutato, per forza di tradizione, a Sibari, fino alla caduta della città {510 a. C.) e si ripete poi sui tipi di Posidonia per ragioni che potrei anche qui chiamare araldiche e che meglio indi- cherò come politiche: delle quali vengo ora a parlare. Riprendiamo la tesi del Gardner (vedi pag. 126), che il toro sulle monete di Sibari e di Posidonia sia l'emblema del culto di Posidone: come ho detto, la comparsa del toro si- barita sul rovescio dei tipi posidoniati rappresenta un argo- mento in opposizione a questa teoria. Secondo la tradizione generalmente accolta, Sibari sa- rebbe stata fondata da coloni achei e trezeni, che avevano scelto a loro ecista un certo Is di Elice (i). In progresso di tempo, intervenute gravi discordie fra i due principali ele- menti costitutivi della città, i trezeni, che dovevano essere in minoranza di numero, si videro costretti a sloggiare, ed andarono a fondare sulle coste tirrene, presso le foci del Silaro, la nuova colonia di Posidonia (2). Di lì a non molto però, la potenza e l'orgoglio dei sibariti furono fiaccati nella guerra contro Crotone. Rovinosamente vinta, Sibari fu di- strutta (510 a. C.) e i suoi cittadini costretti ad emigrare in cominciato a coniare i suoi stateri solo verso il 500, posteriormente cioè alla caduta di Sibari. Anche Scidro, fondata dai Sibariti, a simiglianza di Lao, nel periodo della loro massima espansione commerciale e presso a poco dunque alla stessa epoca (Pais, op. cit., pag. 247 ; Busolt, op. cit., 1-, pag. 400; Galli, Sibarit , pagg. 119 e segg.), non battè mai mo- neta per proprio conto, nemmeno dopo la catastrofe della madre patria, di cui risenti forse il contraccolpo più rudemente della città sorella. (i) La fonte principale della tradizione è Strabone, VI, pag. 263; della partecipazione dei Trezeni serba il ricordo Aristotele, Pol.^ V, 5» IO (pag. 1303). Vedi Pais, Storia della Sic, pag. 190 e Ricerche sloriche e geogr. sull'Ital. ani., pagg. 43 segg.; Busolt, Griech. Gesc/i., V\ pag. 398. (2) Secondo un'interpretazione delle fonti proposta dal Pais [Storia della Sic, app. IX, pagg. 533 e segg.) e accolta favorevolmente (cfr. Busolt, Griech. Gesch.^ 1", pag. 400; Byvanck, op. cit., pag. iio). Con essa sembrano concordare i dati offei ti dalle monete. I30 altre terre in cerca di asilo (i). Qualche decennio piij tardi, approffittando della debolezza di Crotone, dilaniata dalle di- scordie civili suscitate dal movimento pitagorico, i Sibariti tentarono, con l'aiuto dei Posidoniati, di ricostruire la loro città; ma, dopo esservisi mantenuti cinque anni (453-448), ne furono di nuovo scacciati dai Crotoniati. Chiamarono essi al- lora nuovi coloni dalla Grecia ; e ne vennero da ogni regione, e a capo dell'impresa si pose Atene che stava allora ag- giungendo successo a successo nella sua attiva e feconda politica occidentale. Fu fondata così, nell'anno attico 444-3, nel luogo ov'era sorta l'antica Sibari, la città che si chiamò più tardi Turii. Ma i sibariti non poterono ottenere — o mantenere — nella nuova colonia la posizione privilegiata che avevano sperato; dovettero perciò s'oggiare anche di qui, e fondarono allora una nuova (terza) Sibari sul fiume Traente (2). Vediamo ora se e come i tipi delle monete accompa- gnano lo svolgersi di questi avvenimenti. I coloni stabilitisi a Sibari non poterono coniare che per pochi decenni : dalla metà del V secolo circa al 510, anno della distruzione della città. Perciò le loro monete non presentano che un solo tipo: quello del toro incuso. Ed è esso il fiume Crathis, la cor- rente benefica, irrigatrice e fecondatrice della pianura, fat- tore indispensabile di produzione e di vita Ì3\ Ma i trezeni, (i) Per la storia di questo periodo, vedi Galli, Per la Sibaritide, pagg. 56 e segg., 139 e segg. ; Beloch, Griech. Gesc/i., 1-, i, pag. 383. La tradizione vuole che Lao e Scidro abbiano ospitato i Sibariti cac- ciati dalla loro città (le fonti raccolte da Byvan'CK, op. cit., pag. 126, nota 2). (2) Beloch, Griech. Gesch., IP, i, pagg. 199 e segg. Sulla fondazione di Turii, vedi Galli, Per la Sibaritide, pagg. 144 e segg. Per Sibari sul Traente, vedi anche Nissen, Ital. Landesk., II, pag. 935. Sulle vicende dei Sibariti, dopo la distruzione della loro città, vedi le conclusioni del Kahrstedt, Ziir Geschichte Grossgriechenlands in V Jahrhunderi^ in " Hermes „ LUI (1918), pag. 180 e segg. (3) Non soltanto per Sibari fu il Crathis oggetto di venerazione, fin dai tempi più antichi ; anche il giovane dio fluviale che occupa il rovescio delle monete di Pandosia della seconda metà del V secolo, è 131 costretti a cercarsi una nuova dimora e stabilitisi alle foci del Silaro, imprimono le loro monete con un tipo diverso ; con la figura del loro dio piìi venerato, di Posidone, la cui religione non avevano forse potuto far prevalere sufficien- temente fra i coloni di Sibari ; quivi infatti di un culto di Posidone manca qualsiasi testimonianza (i). Ma nel secolo seguente, le monete posidoniati si arricchiscono di un nuovo tipo : del toro sibarita, leggermente modificato nel disegno. Il suo significato non può essere dubbio: poiché i Trezeni ben altrimenti disegnavano sulle loro monete, fin dalla prima emissione, la venerata loro divinità marina, così il toro non potrà esser qui in rappresentanza di Posidone; non resta allora che attribuirgli quel valore che già avevamo proposto di riconoscergli sui coni sibariti, quello cioè di simbolo flu- viale. L'accoglimento dello " stemma „ di Sibari sulle mo- nete di Posidonia sarà dovuto certamente, come ha sugge- rito il Pais, all'arrivo nella città tirrenica di un abbondante nucleo di fuggiaschi sibariti, i quali avranno prescelto a loro nuova dimora, insieme agli stabilimenti di Laus e Scidrus da loro stessi fondati, anche la prospera colonia edificata dai chiaramente identificabile col fiume Crathis, il cui nome è inciso nel campo, a fianco della figura (Head, pag. 105). Del tutto favorevole alla nostra tesi, ci si presenta un antico staterò d'argento incuso, coniato quale moneta d'alleanza fra Crotone e Pandosia, alla fine del VI secolo (Head, pag. 95): esso esibisce sul diritto il tipo crotoniate del tripode delfico, e sul rovescio il toro sibarita, con la leggenda IIANAO (llav- JoG'.a). Questo toro è evidentemente il predecessore del giovane dio fluviale delle monete più tarde, e sta a dimostrare che, nel VI secolo, anche a Pandosia si rappresentava il Crathis con lo stesso simbolo in uso a Sibari. (i) I tipi delle monete di Trezene (Head, pag. 443) sono informati al culto delle due divinità più venerate: Atena e Posidone; Faus., II, 30. 6; xal hi xal vópLiojJioc abxolz xò àpy^alov ènóa7]|xa e/et Toiatvav v.al AQvjvà'; Kpóotoitov : la testa di Atena è di solito sul diritto, il tridente di Posidone sul rovescio. Sull'eminente posizione di Posidone tra le divinità venerate in Trezene, vedi S. Wide, De sacris Troezertioritm, Henniou., Epidau- rioriim, Upsala, 1888; Gruppe, Griech, Mylh.^ I, pagg. 190 e segg. ; Meyer in RoscHER, Lex., Ili, 2847. La città stessa era soprannominata fIooti8(uvia (Strab., VITI, 6, 14). 132 loro antichi e malvisti compagni trezeni (0. L'avvenimento si riflette dunque chiaramente sui tipi monetari di Posidonia; le nuove monete posidoniati (II periodo: dal principio alla fine del V sec.) presentano sul diritto la figura di Posidone e sul rovescio il toro fiuviale sibarita, simbolo però ora non pili del lontano Crathis, ma del fiume Silaros, al quale ve- rosimilmente i Posidoniati già rendevano onore (2). Queste monete sono le stesse che i Sibariti coniarono nella nuova città ricostruita alla metà del V secolo in al- leanza con Posidonia e durata in vita solo cinque anni. E quando, nel 444-3, sorse la colonia panellenica di Turii, gli Ateniesi, che ne furono fin da principio — di fatto se non di diritto — a capo, fecero imprimere sul retto delle monete la testa della propria dea, e sul rovescio il toro di Sibari, qual'era sui tipi di Posidonia, e che ritornava qui a simboHzzare il Crathis, il fiume onorato dagh antichi sibariti. A questo punto, ci sia lecito ritornare all'elenco dei tipi descritti al principio del nostro studio e aggiungere a cia^ scuna delle figure taurine che vi compaiono, il significato, che, secondo quanto ci resulta, essa dovette rivestire. Il toro comune effigiato sulle monete incuse di Sibari, è il simbolo del fiume Crathis; simbolo che si ripete sugli stateri di Pandosia in alleanza con Crotone, sui tipi della seconda Sibari, coniati in alleanza con Posidonia, e su quelli di Posidonia stessa, dove però passò probabilmente a rap- presentare il fiume sacro alla colonia tirrenica, il Silaro. Il toro sibarita fu scelto anche per ornare il rovescio delle mo- (i) Pais, Storia della Sic, pag. 537; cfr. Macdonald, Coiiis Type^, Glascow, 1905, pag. 115; Head, pag. 81. {2) Si ricordi la scritta ^i^ElAA, che comparisce sporadicamente sul diritto di queste monete, a lato della figura di Posidone. L' iscrizione non dovrà probabilmente essere integrata come -slXa[po5] ; giacché il nome del fiume sarebbe stato più a proposito sul rovescio degli stateri, accanto al toro che lo rappresenta. Si dovrà piuttosto leggere, come propone 1' Head, pag. 81, Ì^£iXà[pia], con evidente allusione a qualche festa che si celebrava sulle rive del Silaro, in onore di quel fiume, e in occasione della quale vennero emesse quelle monete (cfr, lo staterò di Metaponto con 'AjeXoio asfjXov). 133 nete emesse dalla città panellenica, erede di Sibari ; la città che assunse in seguito il nome di Turii. La figura taurina fu di nuovo qui il simbolo del Crathis; ma non è da esclu- dere che più tardi, i turini l'abbiano riguardata come rap- presentante di quella fons Thtiria, da cui la città trasse il nome. Ed anzi a questo nuovo significato si potrebbe rial- lacciare il tipo più tardo del toro taurino, rappresentato in quell'atteggiamento di galoppo impetuoso, che dà più una sensazione di violenza che non di forza e di maestà. Il toro sibarita comparisce ancora sulle antichissime monete di Siris in alleanza con Pyxus, simbolo del fiume omonimo della città. Nel più antico dei tre tipi metapontini descritti troviamo ancora una volta la testa del toro comune, probabilmente in rappresentanza del maggior fiume prossimo alla città, il Bra- dano, o forse invece simbolo dell'Acheloo. La stessa incer- tezza permane nei riguardi della seconda moneta metapon- tina col toro androcefalo: incertezza che trova la sua ragione nell'esistenza, a noi nota, di un vero culto dell'Acheloo a Metaponto, al quale dovranno forse ricollegarsi tutte le mo- nete di questa città con tipi fluviali. II toro androprosopo di Lao, derivato nel disegno da quello di Sibari, è, come abbiamo visto, il simbolo del fiume chiamato appunto Lao; e quello di Reggio sta a rappresen- tare il torrente Apsias, che scorreva non lungi dalla città. A Neapolis infine, il toro androcefalo riproduce le sem- bianze del mitico Acheloo, considerato qui non tanto sotto il suo aspetto fluviale, ma piuttosto come padre della sirena Partenope. In progresso di tempo però, sembra che la figura taurina di Neapolis abbia cambiato totalmente il suo signi- ficato, trasformandosi nel simbolo di una peculiare divinità campana, Bacchus Hebon. IV. I risultati cui siamo finora pervenuti con la nostra ri- cerca, ci permettono di procedere verso altre conclusioni di carattere più generale, relative ai culti fluviali nelle colonie della Magna Grecia. 134 Dispongo pertanto, in un quadro sinottico, i tipi mone- tari delle città italiote, simbolizzanti, sotto diversi aspetti, un culto fluviale. Città Seconda metà VI sec. V secolo IV secolo ed oltre Metapontion Siris Sybaris Kroton Pandosia Kaulonia Laos Poseidonia Metauron Hipponion Rhegion Neapolis toro toro toro toro toro androprosopo toro androprosopo toro androprosopo e figura virile figura giovanile figura giovanile [toro] figura giovanile figura giovanile figura giovanile (Paestum) (figura virile)? (i) figura giovanile ^ toro androprosopo [tcro androprosopo] I e figura giovanile. Dallo specchio così tracciato risulta anzitutto con inne- gabile evidenza la grandissima diffusione dei culti fluviali nelle città italiote e la loro straordinaria importanza, docu- mentata dal fatto che ogni città dedica ad essi un tipo mo- netario. Le città notevoli sulle cui monete non si rifletta un culto siffatto, non sono che due: Taranto e Locri; alle quali si potrà, se mai, aggiungere Velia. Di altre due, Scylacium e Scidrus, non abbiamo monete ne notizie di altra fonte, se non in misura scarsissima; Terina, Medma e Cuma, infine, venerano ognuna, al posto di un dio fluviale, una ninfa delle fonti, eponima della città, e ne riproducono l'immagine sui tipi monetari. Si può dunque asserire che ogni città italiota ebbe un culto fluviale; se codesto manca, troveremo che un culto affine ne teneva il posto oppure che non c'era il fiume stesso; un fiume, intendo, appena degno di questo nome, il cui corso lambisse i confini della colonia (com'è verosimil- (i) Sulle monete di Medma. 135 mente il caso di Taranto, di Temesa e di Locri) (i). E la vi- cinanza di un corso d^acqua fu normalmente ricercata dagli ecisti delle città italiote, in una regione in cui era quella la condizione essenziale per un felice svolgimento dell'attività agricola; ciò che a quei coloni — specialmente agli " achei „ e ai " locresi ,; — sopratutto premeva. A tre possono ridursi i tipi simbolizzanti la divinità flu- viale ; giacché essa comparisce disegnata in figura di un toro, di un toro androprosopo o di un giovane dio, con l'aggiunta, sporadica, delle corna taurine e con quella, assai pili fre- quente, degli attribuiti propri delle divinità fluviali (2). Il nostro quadro ci permette anche di fissare la crono- logia assoluta e relativa di questi tre tipi, nelle colonie della Magna Grecia. La figura del toro comune ci è offerta soltanto dalle monete di quelle città che già coniavano nella seconda metà del VI secolo, e non riapparisce mai in epoca poste- riore al 500 a. C. La figura del toro androprosopo si con- fonde cronologicamente, al suo apparire, con quella del toro ordinario (giacché le monete di Laus e di Reggio sono con- temporanee, o di poco posteriori, a quelle di Sibari) ; ma, a diff'erenza di codesta, continua nel V secolo, durante il quale comparisce dovunque la figura giovanile del dio fluviale. Questa guadagna sempre maggior diffusione e domina com- pletamente i tipi del IV secolo, dai quali è ormai definitiva- mente scomparso anche il toro androprosopo, per non ri- presentarsi mai più. Ho racchiuso in parentesi quadre i tipi di Posidonia e di Neapolis, inquantochè la loro emissione e il disegno ob- bediscono a particolari esigenze di carattere politico ed aral- (i) Ma Elicile Taras non è in origine altro che l'eroe eponimo del fiume e della città. (2) La divinità fluviale, quando sia rappresentata sotto aspetto umano^ ci si presenta generalmente in figura di un giovane nudo, più di rado di un uomo barbato (talora soltanto la testa): le corna taurine mancano di sovente, specialmente in Sicilia e nella Magna Grecia. Il giovane dio Ouviale è accompagnato spesso da un cane o è rappresen- tato nell'atto di versare la libagione da una patera ; frequentemente tiene in mano un ramo di alloro o la cornucopia (vedi R. £., VI, 2784). 136 dico, che abbiamo del resto già segnalate nel corso di questo articolo. Posidonia indica col toro l'accoglimento dei fuggia- schi di Sibari, il cui tipo monetario unisce al proprio (Po- sidone); Neapolis conserva gelosamente la figura dell'Ache- loo, il padre della " sua „ Partenope: e, quando sarà sce- mata la venerazione del mitico personaggio acarnano, i Nea- politani riconosceranno nel toro androprosopo l'immagine di un nuovo dio, il cui culto era venuto intanto fra loro in favore ; di Bakchos Hebon. Si noti per altro che i Neapo- litani stessi, coniando, nel IV secolo, gli oboli col dio fluviale Sebeto, lo disegnano in figura di giovane divinità virile. Senza pretendere di " incasellare „ in periodi cronolo- gici rigorosamente determinati fatti di per sé così complessi com'è quello della successione dei tipi monetari nelle varie regioni e nelle diverse epoche, non si trascuri di passare in rapida rassegna le rappresentazioni di divinità fluviali sulle monete siciliane, dove esse compariscono con frequenza non minore che sui tipi della Magna Grecia. E facile accorgersi che, nel rappresentare il simbolo fluviale, le monete siceliote si comportano nella stessa guisa di quelle italiote, con l'unica peculiare caratteristica della molto maggior popolarità e dif- fusione della figura del toro androprosopo, il quale seguita a dominare i tipi sicelioti assai oltre i termini cronologici fissati per le monete dell'Italia Meridionale. Le apparente- mente pili numerose " irregolarità „ contro le norme che ab- biamo or ora delineate, non sono invece che il portato di influssi esterni che agirono, per ragioni sopratutto politiche, sui tipi monetari. Poiché la figura della divinità fluviale comparisce sulle monete siceliote un po' più tardi che nella Magna Grecia i^), così noi abbiamo a che fare qui soltanto con le due forme più recenti di rappresentazione; quella del toro androcefalo e l'altra del dio fluviale in figura umana. Anche la flgura I (i) Non saranno forse da ritenere anteriori al 500 le monete di Gela; e di qualche decennio posteriori sono certamente quelle di Ca- tana (HoLM, Scoria della Sicilia, III, 2, pagg. 33, 50). I 137 ■del toro comune non dovè però restare del tutto ignota ai sicelioti, se dobbiamo credere alla informazione di Timeo, che ad un'immagine del dio fluviale Gela, sotto aspetto di toro, si prestava culto nella città di Agrigento (i). La figura del toro androcefalo va assumendo, sui tipi di Gela, un aspetto sempre più umano, nel corso del V secolo, alla fine del quale troviamo la testa del giovane dio fluviale, col solo attributo delle corna (Hill, pag. 8i). Però il toro androprosopo era per Gela ciò che il toro comune era stato per Sibari e fu poi per Turii: Io stemma della città; per- ciò lo vediamo ancora riapparire verso il 400 (Hill, pag. 123), per far posto di nuovo alla testa umana del dio, alla fine del IV secolo. Sui tipi di Catana, il fiume Amenanos è raffigurato in forma di toro androprosopo (Holm, pag. 50; Hill, pag. 48; Head, pag. 131); ma negli ultimi decenni del 400 troviamo la faccia umana con o senza l'attributo delle corna (Hill, pag. 133; Head, pag. 133). Anche Entella e Stiela — lo stabilimento succeduto a Megara — portano sulle litre e sulle dracme del V secolo il toro androprosopo (Hill, pagg. 91, 92 ; Head, pagg. 137, 151); tipo che non si ripete più nel secolo successivo. Più significativa è la seiie monetaria di Agyrium : ivi il fiume Palankaios è rappresentato in forma di toro androprosopo a partire dal 420 a. C. fino agli ultimi decenni del IV secolo fHiLL, pag. 139 ; Head, pag. 124), quando il suo posto è preso dalla figura umana del dio fluviale (2). Il toro androprosopo che troviamo sulle monete di Aetna, dalla seconda metà del IV secolo in poi, è di tipo affine a quelli della Campania (Hill, pag. 182; Head, pag. 119) ed è appunto un riflesso dell'insediamento di una guarnigione di mercenari campani nella città, avvenuto nel 396 a. C, per opera di Dionisio (3): ed è probabile che anche qui. (i) Timeo in Schol. ad Pinci., Pyth., I, 185 (/'. H. G., I, pag. 222. n. 118): Tòv '(àp (xa-jpov) iv x-q TióXet 8Eiv.vópLevov tr?| slvai to'j aXapi8o^, '/.OihàKzp 'f, TtoXX'f] y.aT6/6'. 8ó^a, àXX'er/wv t-zzi réXcovo? xoò Trota jjlo'j. (2) L' Hill (pagg. 177, 220) interpreta diversamente questa lignra. (3) Holm, op. cit., II, pag. 250. 10 138 come nella regione di Neapolis, esso sia passato di li -a poco a rappresentare, sotto aspetto tauriforme, Dionysos Hebon (D. Non m'intrattengo sul toro disegnato sul rovescio deile monete di Tauromenio, che non sta lì come simbolo di una divinità fluviale, ma soltanto come la pii^i naturale illustra- zione del nome della città ; esso è raffigurato in fogge di- verse, con disegni in generale presi a prestito dalle altre città siceliote (cfr. Hill, pag. 171). /Vncora due parole sulla figura del toro comune in fun- zione di simbolo fluviale, che comparisce, a partire dal 400^ a. C. circa, sui tipi monetari di quattro città siciliane. Per prime, Catana e Leontmi coniano, alla fine del V secolo, delle monete di alleanza che portano sul rovescio il toro ga~ loppante, con un pesce disegnato nell'esergo (Hill, pag. 133; Head, pag. 134). Nella seconda metà del IV secolo, anche Adranum conia monete che portano effigiato il dio tluviaje Adranos sotto un duplice aspetto: come figura umana sul diritto e come bue galoppante sul rovescio (Hill, pag. 176; Head, pag. 119). Abacaenum rappresenta sulle monete del III secolo il piccolo torrente montano Helicon in figura di un bue gradiente (Hol:\i, pag. 240; Hill, pag. 220; IIi:Ar», pag. 118). Infine a Gela, il ricordo dell'antico aspetto tau- rino del dio fluviale informa il disegno di alcune monete di bronzo della fine del IV e della seconda metà del III secolo, le quali presentano il toro ordinario, ritto in mezzo ad un campo di orzo {Br. M. C, Sic, pag. 73; Holm, pag. 113; Hill, pag. 166 ; Head, pag. 142). Per poco che si osservino codeste figure, ci si accorge come esse non siano se non la riproduzione, più o meno pedissequa, del tipo in voga a Turii fino dalla seconda metà del V secolo ; esso sembra esser penetrato in Sicilia per la via di Leontini, la fedele alleata di Atene, ed essersi di lì diffiiso in qualche altra re- gione dell'isola. (i) Lo stesso accadde probabilmente anche a Tauromenio : vedi Hill, pag. 200. \)A 4ija;iUj Meli lu \ -liuti finora considerando, e rifacen- domi all'accenno, dato più addietro in una nota fpa^. 114, nota 4), sulla questione dell'uso della figura taurina come simbolo fluviale nelle arti rappresentative, sembra che il complesso dei ricordi letterari e delle testimonianze monu- mentali offerteci da queste monete, ci permetta d: venire alle seguenti conclusioni. L'origine della figura taurina come simbolo iluvia.^ nun è certamente da ricercarsi nel mito di Acheloo, bensì nel ravvicinamento del fiume al toro, suggerito all' irnma;i;na- zione degli antichi da alcuni caratteri di somiglianza che si potevano scoprire fi'a la natura dell'uno e quella dell'altro (J^). Più che r impeto e la violenza — j)ropri dei torrenti e meno assai dei grandi fiumi — dovè imporsi il confronto tra la benefica azione fec(jndatrice dei fiumi e la proverbiale capa- cità generativa del toro. E che sopratutto quest^azione fe- conda delle acque abbiano visto i Greci riflessa nel toro, mi sembra lo dimostri la denominazione di ^' Toro „ data alla costellazione zodiacale corrispondente al periodo delle bene- fiche pioggie prinìaverili, promessa di un dovizioso raccolto. Da questa assimilazione del toro coi fiumi prese le mosse il mito di Acheloo. Poiché la sua natura acquatica di dio fluviale suj)poneva in esso la possibilità dì metamorfosi (c^V. pag. 114, nota 2j, così il mito immaginò per lui quelle due che pei- un fiume erano le più ovvie : la trasformazione in serpente e quincli in toro. La prima riflette semplicemente l'immagine di un corso d'acqua osservato dall'alto, la. se- conda ne riproduce la natura ne' suoi caratteri essenziali. Nel peri(jdo più arcaico del loro sviluppo, le art: rap- presentative (xjnobbero soltanto la figura umana degli dei' fluviali; e anche |)iù tai'di, l'ebbe^ro sempre più familiare. Però, verso il VI secolo, a lato dell'aspetto umano del elio, comparisce la sua immagine taurina. K, lì per lì, sembra che questa rappresentazione si sia informata a due tipi fJistinti : il tipo del toro ordinario per i fiumi in generale, ;1 tipo del (1) t-ii. -i iKH. UH ì .yi:i>j)iiy .^ \ . yvf (pópo')': K'i'. p.O'Jv.K'fi/.o',,; \'.z''i'[rjn'Vt ^ '."Ani^ S'.v. To pt'/.'.ov v.al v^/'s'ìf; y.ul 140 toro androprosopo per l'Acheloo in particolare. Questa figura del toro androcefalo nacque forse dal desiderio di riunire le membra umane del dio fluviale Acheloo con quelle taurine che esso assunse nella sua lotta con Eracle; e fu preferita subito dagli artisti, come quella che, per la sua singolarità, rivelava a colpo d'occhio all'osservatore il suo significato. D'Altra parte Acheloo fu l'unico dio fluviale la cui rinomanza non fosse esclusivamente locale; tanto che si può dire che ila pittura vascolare non conosca altre rappresentanze di di- vinità fluviali in forma taurina, all' infuori di quella di Acheloo in lotta con Eracle (i): al tempo stesso, egli era il massimo fiume della Grecia, noto a tutti, quello al quale si usava identificare ogni altro corso d'acqua. Così che la rappresen- tazione del toro androprosopo — propria dell'Acheloo — prevalse rapidamente sull'altra e rimase la sola usata ad esprimere le divinità fluviali. Data la precoce vittoria del tipo del toro androprosopo, le rappresentazioni della figura taurina comune in funzione di simbolo fluviale dovettero essere scarsissime; non tanto però che noi non possiamo ancor oggi comprovarne l'esi- stenza. Accanto al ricordo dell'antico toro di Gela, conser- vatoci dallo scoliasta di Pindaro, e al noto passo di Eliano (2) — per non citare altre non meno evidenti testimonianze dei testi antichi — abbiamo le serie monetarie delle città italiote, facenti capo al tipo sibarita, le siceliote, imitate da Turii, e, al di fuori dell'Occidente Greco, quelle di Fliunte <3). Sulle (i) Acheloo comparisce dapprima sui vasi a ligure nere in l'orma dì toro con tutta la parte superiore del corpo e le braccia umane (Rei- NACH, Reperioire des vases, I, pag. 55, n. 7 ; pag. 458, n. 6; Calai. 0/ vases in Br. Ahts., II, un. B 228, 313), poi in forma di toro andropro- sopo (Reinach, Bep., 1, 259, 4 ; 393, 4, ecc.). (2) Ael., Varia IJisL, II, 33: 'I'tjV tojv r^o-'xy.ò»'^ zóz'.y v.u\ -za ó^iOpa c/.rJtùiv «j,èv àvhpiuKoii.ó^-DCU': a'noóc, ISpóoavTo, o: Zi '^^^jùjy tiZoz. aòioìc irepiéG-rjv.av, ^0031 [lìv oùv £ÌxàC&D-:v ol ItO{j.'fàX'.ot |j.èv tòv l'.pa::'.vov v.al tòv MsTtóit-^v, Aav.sòatjxóvio: cà xòv Eò;:ojxav, -iv.uojviot Zi xa: ^h'L'Azio: tòv 'A^ujiióv, (3) Il tipo del toro sulle monete di L'iiunte comincia verso il 430 a. C. e dura sino alla fine del IV secolo (Br. M. C Pelop., pag. 33, tav. VI, 141 quali tutte la figura taurina s'introdusse, come ho detto, per amor di arcaicità — giacché alla metà del VI secolo o poco dopo, Laus e Reggio imprimevano già il toro androprosopo che doveva essere ormai familiare alla pittura vascolare — e su alcune, per forza di tradizione, fino a tarda epoca si mantenne. Firenze, Diceiiibre i^i'). Giulio Giannelli. nn. 19 e segg. ; Head, pag. 408). Nonostante il diverso parere del Gardner, '' Journ. Hell. Stud. „, VI, pag. 80 e segg., e le incertezze dell' Head, non mi par dubbio, dopo aver letto il luogo di Eliano, che sia da riguardare quella rappresentanza come simbolo fluviale (cfr. Odelberg, Sacra Corinthia, Sicyonia, Phliasia^ Upsaliae, 1896, pagg. 190 e segg.; Waser in R. £"., VI, 2780) ; tanto più che il tipo fliasio par derivato da quello di Turii. Su un didramma di Selinunte è rappre- sentato Eracle in lotta con un toro ; la figurazione è qui probabilmente un simbolo della forza solare, rappresentata da Eracle, che doma la violenza distruggitrice delle acque, personificata dal toro (Holm, III, 2, pag. 122; cfr. pag. 72). Simile è il significato della rappresentanza im- pressa sulle più tarde monete di Sagalassos (Pisidia): un toro — il fiume Keistros(iscr. KECTPOC) — abbattuto da un dio (Dioniso o Apollo). Head, pag. 710; cfr. Waser in R. £"., VI, 2780. Soltanto quando quest'articolo si trovava già sotto stampa, ho potuto leggere lo studio di Salvatore Mirone, Les divi- nités représentées sur les monnaies antiques de la Sicile, pubblicato in '' Revue Nmnismatique „, XXI (igiy-iS), pa- gine 1-24. Mi ha fatto piacere riscontrare che lo studio com- parativo delle monete siciliane consacrate alle divinità fluviali^ ha condotto il Mirone a coìiclusioni che non si discostano dalle mie. AncKegli è persuaso che " la figuratioti primitive des divinitcs fluvialcs commence par la forme animale et l'anthropomorphise graduellement „ ; e crede che il cani- 142 binììicnto sia dovuto al progì'csso delL'arte clic, divautta via via piii aditila, '' esitò a rappresentare ini immagine che mal " s' adattava alle sue concezioni artistiche ,, : mentre, nel pe- riodo della sua decadenza^ ricorse di nuovo alla primitiva im- niagine, meno difficile. Il Mirane osserva anche che la grande diffusione dei culti fluviali in tutte le regioni della Sicilia po- trebbe fornire una prova della venerazione dei Siculi per queste divini tei, in epoca anteriore allo stabilirsi dei Greci: e ciò, naturalmente, per r inestimabile beneficio che i corsi d'acqua rappresentano in una regione caldissima e di ricca produzione agricola al tempo stesso. G. G. Qi issi di C. CLOVIl^S e di li. OPPIOS I\Iolte congetture e molti studi sono stati fatti intorno alle monete di C. Clovius e Q. Oppius, e potrà sembrare su- perfluo che io ritorni su questo argomento. Ma se dal punto di vista analitico, descrittivo e pondometrico lo studio di Bahrfeldt u), che tutti gli altri riassume, può dirsi esauriente, non è ancora stata detta l'ultima parola sulla località di ori- gine delle dette monete. Non si è potuto cioè ancora stabi- lire in quali zecche siano state battute. Io non presumo di definire la questione, ma intendo di portare il mio modesto contributo alla soluzione del problema. Credo utile di premettere un cenno di cronistoria della monetazione di bronzo della Repubblica Romana, atto a sta- bilire lo stato di circolazione di moneta bronzea all'epoca in cui sono state presumibilmente emesse le monete in que- stione. Prescindendo dagli assi librali e trientali fusi apparte- nenti al primo periodo della monetazione romana, l'emissione dell' asse coniato fu abbondante nel sistema sestantario (229217 a. C.) e abbondantissimo nel sistema unciale (217- 15^ a. C); ne è prova il numero considerevole di esemplari giunti sino a noi. Nell'anno 150 a. C. improvvisamente cessa l'emissione dell'asse. Non è certa la causa di questa sospensione, ma, molto probabilmente, ciò avvenne perchè non vi era più ne- cessità di emettere un taglio di moneta di cui doveva esservi : grammi 13,60. Bab. voi. II, pag. 276(7'. Vedi Tavola, n. 9. ÌB' — Testa di Venere diademata a destra. K - Q • OPPIVS • PR • Vittoria con lunghe ali a penne pioventi, che cammina a destra volgendo il capo a sinistra e tiene una lunga palma appoggiata sulla spalla destra. Nella mano sinistra una patera , ricolma di frutta. (i) Tenuto calcolo dei 99 esemplari pesali da Bahrfelct (loc. cit.). [2) Babelon, Description des iMoiinaies de la RepublUjHe Romaim. {3) Gli assi di Clovius che portano la stella dietro la testa della Vittoria sono alquanto difterenti. La testa delia Vittoria stessa è più piccola e si scorge una parte maggiore del busto. Questa differeriza di tipo fa pensare che si tratti di un'altra emissione (A). (4) Babelon. loc. cit. (5) Dressel, Zeitschrifl f'ùr Kiimismafic, 1910, XXIII, pag. 365. (6) Tenuto calcolo dei 45 esemplari pesati da Bahrfeldt, loc. cit. (7) Babelon, loc. cit. 147 \'arianti : a) La -testa di Venere è rivolta a sinistra. ò) Piccolo capricorno dietro la testa. Vedi 'J'avoln, n. 9. e) Mezzaluna dav^anti alla testa in basso, c^) Capricorno dietro e mezza luna davanti alla testa. Bahrfeldtc» nell'accurato studio descrittivo di queste r':ioncte parla anche del piccolo fulmine alato che si trova c.::asi sempre nel rovescio di questa moneta ai piedi della \'ittoria a destra. Il disegno è tenue e poco rilevato per cui questo dettaglio può facilmente sfuggire se non si è pre- venuti. Questo asse è assai pii^i raro del precedente di C. Clo- vius e non credo di esagerare dicendo che per rarità stanno tra di loro come i a io. E' sempre di bello stile, talvolta bellissimo. \'edi il magnifico esemplare illustrato in. 9,'. ALTRO ASSE DI O. OLPILS. 2." jE. Asse semiunciale. Peso medio dei 5 esemplari cono- sciuti : grammi 10,97. Massimo gr. 12, minimo gr. 10.12. Baiirfei.dt (2)^ voi. Ili, pag. 151. Vedi Tavola, n. 5. /©' — Testa di X'enere diademata a destra. R — Q • OPPIVS PR • Vittoria di prospetto con piccole ali allungantesi in alto, che tiene nella mano de- stra una corona, nella sinistra una palma. Questa moneta, di cui non fanno cenno i vecchi testi, fu descritta per la prima volta dal Gnecchi <3). Il B^hrfeldi U» re cita altri tre esemplari; un quinto illustrato fn. 5) fa parte della mia collezione. I detti autori considerano questa moneta come variante. lo invece la considero come un'altra entità monetaria per la (I) Iìarterldt, loc. cit. 12) Baiirfiìldt. Nnc/ìlrage itnd herickiigituf^eìi ztir Mititzkittide dcr EOmisc/ien Republik, voi. Ili. Ilildesheiin, 1919. (3) Rivista lliìliana di Niimismalica, 1902, pag. Ji. in !', \ 1 1 u II I ' .r, Navhlrage, ecc. 148 foggia e ratteggiamento affatto diverso della Vittoria e, più di tutto, per lo stile. Ma di ciò parlerò piìi diffusamente in seguito. Poiché Grueber u) nel suo catalogo del British Museum assegna allo stesso periodo un pseudo asse di L. Plancus, praefedus ìirbis, traendone conseguenze che discuterò in se- guito, per dovere d'imparzialità do la descrizione della mo- neta quantunque si tratti di una falsificazione. ASSE DI L. PLANCUS (falso) ìE. Asse semiunciale. Peso gr. 13,30 (Grueber (2), voi. I [4124]). B' — CAESAR Die • TER Busto alato della Vittoria; dietro la testa una stella. 9 — L • PLANCVS PRAEF • VRB • Vaso da sacrificio (specie di anfora). Vedi Tavola, 11. 3. Questa moneta fu giudicata falsa primieramente da Hill (3), in seguito questo giudizio fu confermato dal Wil- lers (4) e da altri. Il falsario ha approfittato della somiglianza della figura della Vittoria dell'aureo di L. Plancus con quella dell'asse di Clovius, per ritoccare malamente nel rovescio uno di questi assi, fabbricando l'effigie di una brutta anfora a spese della preesistente Minerva. Ne è riuscita una moneta ineccepibile al diritto, mentre il rovescio è completamente rifatto. Ho voluto dir questo per dare un ultimo colpo di piccone ad un falso monumento. Ben poche cognizioni storiche abbiamo intorno a C. Clo- vius. Si sa che nell'anno 45 egli era governatore della Gallia Cisalpina, da una lettera direttagli in quell'anno da Cice- (i) Grueber, Coins of the Roman Republic in the British Museum, London, 1910. (2) Grueber, id. (3) Hill, Lettera all'A. (4) WiLLERs, Gescìiichte der ròiìiischen Kupferptàgung, pag. 99, nota i 149 rone (0. Fu poi nell'anno 293. C. consul suffecttts {^^', inoltre può darsi che il Clovius menzionato su di una iscrizione fu- neraria deirepoca di Augusto (3) sia egli stesso. In quanto a Q. Oppius gli unici documenti storici che lo riguardano sono appunto le monete da lui battute in qua- lità di praefectus (4). A questo proposito si può arguire che egli fosse uno dei " praefecti classis „ che seguirono G. Cesare in Spagna nell'ultima spedizione contro i Pompeiani, e secondo l'Eckhel i5) insieme al suddetto Clovius. Ma se la scoperta del nuovo asse di fabbrica spagnuola prova la presenza di Oppius in Spagna, è soltanto una pura ipotesi che C. Clovius facesse parte della spedizione. Le monete di questi due personaggi hanno una stretta analogia per l'epoca e le circostanze in cui furono emesse, per la qualità di praefectus ed infine per avere in comune l'effigie della Vittoria, al diritto nell'asse di Clovius e al ro- vescio in quelle di Oppius; il che suggerisce che queste monete siano state battute in onore delle vittorie di Cesare. A questo riguardo le opinioni degli studiosi sono con- cordi ; solo il Willers (6) giustamente pensa che l'asse di Clovius sia stato emesso in occasione del trionfo delle quattro vittorie (fine dell'anno 46 a. C.) e quello di Oppius per la vittoria di Munda, 45 a. C. E' questa la mia opinione che conforterò di nuovi argomenti più innanzi Riguardo alla zecca d'emissione nulla di concreto è stato detto. Eckhel (7) per primo mette in dubbio che siano state (1) CicHRo, Epistolae ad Familiam^ XIII, 7. (2) Babelon, Ioc. cit. (3) Okklm, Iscrizione n. 4859. (4) VViLLEKS, ioc. cit., interpreta le lettere PR per PRAETOR an- ziché PRAEFECTVS. Se così fosse si potrebbe pensare che Cesare avesse lasciato in Spagna Oppins in qualità di pretore dopo la Vittoria di Munda (A). (5) Eckhel, Docirina nnmrnoritm . v/ , v<^l V, pag. 173. (6) Willers, Ioc. cit. (7) EcKiiEL, Ioc. cit. 15^ battute in Roma. Lenormant i^' le considera di fabbrica spa- g-nuola basandosi sul fatto che '' in quel momento della sfar:,:: romana noji st batlevaìio monete di rame a Roma, mentre :ii Spagna le abitudini particolari del paese le reclamarano im- periosamente „. Mommsen <2> pure le riferisce alla Spagr.a : Cavedoni (.3) le dice emesse in qualche porto della Licia o a Rodi; Friedlaender Uj a Tessalonica; Babelon '5) è del pa- rere che l'asse di Clovius sia stato battuto in Spagna e quello di Oppius in Spagna o in Sicilia; Gnecchi (6) in Spa- gna o in Sicilia ; pure alla Spagna le attribuiscono il Ca- brici i?) ed il Willers (8). Cohen <9) invece assegna le due monete alla zecca di Roma. Di questo stesso parere è Gruc- ber ( io>^ ma egli basa la sua ipotesi sul presupposto che l'asse di Plancus sopradescritto sia una moneta autentica. Ricono- sciutane la falsità, con generale consenso, tutto il ragiona- mento viene inevitabilmente a cadere. Prendendo in attento esame l'asse di C. Clovius, si ro- tano particolarità stilistiche e paleografiche, che fanno subito escludere che esso sia un prodotto della zecca di Roma. In- nanzi tutto, dal punto di vista artistico, la testa della Vittoria, nella quale si vogliono raflìgurare i tratti di Calpiu-nia, mo- glie di Cesare (i^) è assai diversa e di molto migliore fattura ti) Lenokmant, La ìiioìinaic daiis l'aiitiqiiilr, voi. II, pag. 312-315. (2) i\Io>iMSKx, Hisioire de la inonnaic rout. (3) Cavedoni, Aìuiali dell' Istituto, 1850, pag. 152 (4) Friedlaender. Btrliner Blalt fiìr Miinz., voi. II. pag. 147. (5) Babelon. Ice. cit. (6) Gnecchi, Rivista Italiana di Niimisììiaiica^ voi. XV, pag. ij. 17) Cabrici, La Niunismatica di Augusto. Studi e materiali di c?r- cheologia e numismatica, voi. II, 1902. (8) Willers, VViener Nuni. Zeitschr., 1902. {g\ Cohen, Monnaies cons. Paris, 1857. (io) Grueber, Niimisniatic Croii., 1904. (Il) Questo primo esempio di personificazione della propria moglie nella tigura della Vittoria, fu seguito da AI. Antonio per la moglie Fulvia, nel quinario battuto a Lione (Bab.. Ani., 32), nel denaro di Mussidir^s Longus (Bab.. Mtissidia, 4) e nell'aureo di Nnmonius Vaala (Bab., JVa- mofiia, i). In seguito così fece anche Augusto per la moglie Scribor.ia (Bab., Julia. 17) (A). I=;l della stessa etìigie che si nota in una moneta contemporanea coniata a Roma. Intendo parlare dell'aureo di L. Plancus praefectiis Urbis che porta nel diritto la stessa leggenda C • CAESAR Die • TER (Bab., Munatia. i) (vedi tavola, n. 41. Qui i tratti della figura sono assai grossolani, l'insieme della testa è goffo e inespressivo, e, ciò che piia importa, i ca- ratteri della leggenda, in tutto simili a quelli delle monete contemporanee di Roma, sono assolutamente diversi da quelli che si notano sull'asse predetto. Questi sono caratteristici e non trovano riscontro in monete coniate a Roma, né prima né dopo quest'epoca. Queste caratteristiche paleografiche, che sono ancor pii^i evidenti nella leggenda del rovescio, rivelano una speciale tecnica incisoria. Le lettere nelle parti terminali sono chiuse da piccoli tratti, il che da loro un aspetto speciale a mar- gini taglienti ANCO, una circolare illeggi- bile ed una esagonale con busto nimbato ed il nome lOOANNOY U). Un altro ritrovamento fatto nel 1878 presso Perm fece conoscere altri oggetti con contromarche. Uno ne porta cin- que delle quali una cruciforme, una arcuata con busto nim- bato e monogramma, due circolari con busto di fronte e una rettangolare. Il nome ANAPEOY vi è inciso sotto (5). Due piatti mostrano cinque contromarche (6). Una casseruola trovata a Cherchel ha quattro contro- marche, una cruciforme col nome ANAPCOY e il monogramma (i) Die antikcn Gold-imd Silber-Moiiumenie des k. k. Miìnz-und Au- tiken-Cabineltes in IVien, pa^jg. 78-79, n. 90, tav. S. VII. CtV. Dalton, Catalogne of early christ. antiqnilies, paji. 186. (2) Erklàrnn^ einiger Ktmsiwerke der K. Eremiiage in Compie rendti de in Commission imperiale Archéologiqite poitr /'annéc 186'], pa.ug. 48-50; atlante, tav. Il, n. i, {3) Idem, pag. 52; atlante, tav. II, n. 4. (4) Idem, pdg. 211. (5) Compie rtudii de la Coni in. imphiale archéologiqite pony iH'jS-'ji)^ pag. 148; atlante tav. VII. (6) Idem, pagg. 157 e 158. 174 della parola GYBIOY, la seconda ovale ha un busto nimbato col nome KOCMA, la terza rettangolare ha un busto nimbato col nome I(jO[ANN]OY e forse 6YBI0Y in monooramma, la quarta esagonale sembra contenere il nome [I0YCTI]NIAN0Y(^). Altri gruppi di oggetti siriaci portano delle contromarche che per quanto io sappia non sono state edite : così il mis- sorio, il calice e la patena di Riha. L'Ebersolt ha invece de- scritte, senza però riprodurle (2), le marche del flabellum di Stùmà, oggi al museo imperiale di Costantinopoli : esso ne "porta cinque, la prima rotonda con un busto nimbato e la dicitura IGOANNOV, la seconda poco chiara con un mono- gramma di cui ben si vede solo la lettera K e attorno le let- tere di un nome... GEOV.-., la terza elittica con un busto nimbato sopra al monogramma di 0EOACOPOV e attorno il resto di un nome... OV..., la quarta infine cruciforme col mo- nogramma di GEOACjOPOV nel centro e nelle quattro braccia il nome AI-OM-IA-OV. Altre oreficerie siriane contromarcate si conservano ?.\ Museo Britannico e furono edite dal Dalton. Dal tesoro di Lampsaco proviene un sostegno di lampada a forma di tri- pode con due marche cruciformi aventi le lettere che for- mano il nome C6CT0C. Un disco ha quattro marche in due delle quali, identiche, fu letto il nome CICINNHC. Dal tesoro trovato presso il monastero d'Acheripoetos a Cipro proven- gono un piatto con cinque marche ed un vaso esagonale con tre simili a quelle del piatto (3). Una delle marche è rettangolare con sommità arcuata e contiene una figura di Santo col nome + IOANNIC e un monogramma che può es- sere svolto in TTGTROY; la seconda rettangolare ha forse il nome + TPY(ct>)O0N; la terza ha un busto di santo forse col nome + 0OOIVl(AC); la quarta ha un monogramma e il nome (1) V. Waille, iVo/6' sur une patere d'argent découverie en Algerie, in Builelin d'archeologie, 1893, pagg. 83-90, tav. X e Perrot, C. R. Acad. Inscr., 1893. P^e- 8. (2) la Revne Archéologique, 1911, 1, pagg. 407 e segg. (3) Dalton, Catalogne cit., nn. 376, 379, 397, 399. Altri oggetti con- tromarcati provenienti da Cipro passarono alla collezione Morgan in New York ; non ne ho notizie precise per il dettaglio che mi interessa. 175 (+ IOO)ANNOY ; la qu nta cruciforme ha pure un monogramma e il nome CICINNIC Forse più di tutti importante è il tesoro scoperto nel 1912 a Malaja Pereschtschepina nel governo di Poltava (O. Esso fu trovato con monete di cui la più recente è del- l'anno 668: quindi l'epoca del suo nascondiglio è perfetta- mente stabilita. Fra i molti oggetti quattro specialmente deb- bono fermare la nostra attenzione. Il primo è un piatto di argento con l'iscrizione '' + ex antiquis renovatum est per Paternum reverentissimum episcopum nostrum amen + „ ; tale Paterno fu vescovo di Tomi (l'odierna Costanza) al prin- cipio del VI secolo. Al rovescio vi sono quattro marche che furono lette Ko|7T,Ta;, Hsvo'pO.ou, Mr.wa e l'ultima, latina, D(omi- nus) N(oster) Anastasius P(ius) A(ugustus). L'epoca dunque della verifica è stabilita fra l'anno 491 e il 518. Vi è inoltre incisa anche la seguente nota : " s/.^^''' >'-^-^a?(^^^) AiToa; x.. t)'jY/.ia; Y,. Ypay.|j,aT« i;. y.7.1 ypu((7iou) oùyxia; p. ypa;xf;.aT3c ■/-. zal [;.l{;cto'j) ^pu(GLO'j) '^o[jÀ(7[j.olt7. fi. che distingue il peso dell'argento e quello della doratura. Il secondo oggetto è un /sovi^iócs^rTov che porta cinque marche, lette Mà(5i(^-0(7), narpix-fc:), + Da-rpixi; (n)p7.(-/ìévYi;, e Bwy.a. Inoltre vi è la nota ''è(7T(i) tó yspvL[ió;£f<7T0u) cùv TO'jT(o A'.Tpz; Y.. oOy/.'.av a. yQ7.[y.y.y.zix) y.. Un boccale (Cìttov) (i) Disgraziataiìiente non mi furono accessibili gli studi di Maka- HENKO, Beneschewitsch e Farmakowsky nel Bolleit. della Cornili. Inip. Russa di arcìieol., voi. XLVI, pagg. 207 e segg.; XLIX, pagg. loi e segg. e 117 e segg., uè il volume di Sarietzki edito a Poltava nel 1912. Conosco solo le note di Farmakowsky in Archaeol Anzeiger, 1913, pa- gina 229 e segg. e di Robrinskoy in Mcm. de la Sor. dts Antiq. de France, 19I3, Parigi, 1914, pagg. 225 e segg. Per le note sul peso del metallo prezioso debbo ricordare che iscrizioni consimili si trovano an- che al rovescio di argenterie romane: di solito sono semplicemente gra- tile, ma alcune volte sono incise. Ricordo fra queste la patera del tesoro trovato ai Fins d'Annecy (Cfr. Deonna in Reviie ArcJiéolog., 1920, pag. 127) che reca al rovescio : V • S • C • P Il XII L'iscrizione va probabilmente letta voto soluto comprobatum pondus mentre la seconda linea da dei numerali che non so mettere in accordo col peso dell'oggetto, che è di gr. 520. 176 reca le cinque marche + nxT:i{yj.;), 0ojaa, Uy-^{i)y.i;, (ny.TcìJ/.i-^ e Mà(;L)p;. In ultimo un piatto ha le cinque marche {^i)zyi;, 'Bx{Gi'k'.]o;, 'Hpa/.AiO'j (Ko;j.i)T{y.;), Xzigzo'^{6zo;) e (na)Tpu(i;). Lo studio di questi monumenti, di cui il numero po- trebbe forse essere aumentato da una esplorazione dei musei, ci può condurre a delle conclusioni non prive d'interesse. Abbiamo un monumento merovingico attribuito al secondo quarto del VII secolo e molti bizantini che possiamo rite- rnere di diversi secoli ; alcuni portano cinque contromarche delle quali generalmente quattro sono a due a due iden- tiche. Tutto ci conduce ad accettare l'ipotesi di Smirnoff e Dalton che esse fossero dei segni ufficiali e che il loro numero usuale fosse quello di cinque. Alcune di queste contromarche portano delle figure nim- bate, certo di santi, accompagnate dal loro nome, Giovanni, Andrea, Cosma, Tomaso, altre dei nomi di imperatore (Giu- stiniano) o d'imperatrice (Teofano) o delle immagini che sembrano tolte da monete imperiali, senza nome, o col nome di Anastasio. Le altre sono in generale con nomi o mo- nogrammi di difficile spiegazione (I) ; CECTOC, CICININHC (?j, CICINNIC, lOOANNOY, eEOAOOPOV, TPY(O)(j0N, ecc., sono r nomi che con maggiore o mmore sicurezza si sono decifrati. A questi corrisponderebbe sull' unico oggetto merovingico conLromarcato, una immagine religiosa, una figura d'uomo che rie orda le monete contemporanee ed un nome ARBALDO. Essi sono probabilmente i nomi dei funzionari proposti alla verifica dei metalli preziosi. Sarebbe quindi assai importante che tutte queste contromarche fossero di nuovo studiate con maggior attenzione di quanta loro si è data fino ad ora e fossero edite con tutta esattezza onde poter chiarire alcuni punti del problema che rimangono oscuri. V o (i) Lo stesso nionogramnia B+C '^il sembra si possa leggere su A due degli oggetti trovati in Russia: cfr. C. R, i86j cit., pag. 52 e C. R. i8']8--]() cit., pag. 156 (attorno al secondo lo Stephani avrebbe letto il titolo di CXOAACTIKIC, che apparirebbe anche su un altro oggetto C R, iSj8-jg, cit., pag. 148: ma la lettura non è sicura) e su quello di Vienna. 177 La marca sugli ogg-etti d'oro bizantini può essere messa in rapporto con la disposizione del e. If, § ii del " Libro del prefetto „ dell'imperatore Leone il saggio, con la quale si vieta ad ogni orefice di lavorare l'oro o l'argento a do- micilio, ed ordinando che il lavoro fosse fatto solo nelle of- ficine della via di Mese. Tale disposizione non può avere altro scopo se non di ottenere un controllo sulla lavorazione e quindi sulla purezza del metallo. Non sappiamo se tali of- ficine fossero statali, ma dato lo spinto di immenso controllo governativo suH' industria costantinopolitana, non sarebbe assurdo il supporlo: ed il concentrare ivi la lavorazione dei metalli preziosi può essere messa in rapporto con la marca ufficiale apposta agli oggetti di oreficeria, come anche deve avere relazione col funzionamento dello CuyocTadiov di cui in seguito dovrò lungamente occuparmi, trattando dell'organiz- zazione delle zecche nel basso mipero. Certo è importante a questo proposito un passo di Sinesio, che cito di su la traduzione latina: " ubi enumeraverunt, ubi appenderunt, ubi denique publico sigillo aurum obsignaverunt „ (i), passo sul quale hanno già richiamata l'attenzione Cuiacio e Gotofredo commentando il decreto di Giuliano che istituisce la funzione degli zigostati. Esso deve essere posto in rapporto con un testo agiografico del VII secolo, ancora piìi esplicito (2) è il racconto di un miracolo ove si narra come il carico di stagno portato da un bastimento è cambiato in " argento di primo titolo detto di cinque sigilli „ '^> [J-'^'^ 7^'^^ /.aGG'lTSco; eòpsOr, p.£- Ta^vV/iOèi; Zi; àpyupLOv ttow-tìgtov tÒv z.a);o6[/.£vov 7:£VTa'7CppayiaTov, mentre il piombo è trasformato in argento " di secondo ti- tolo „ i'-; Sz'jTzfjv àpY'jpiov. Più precisa conferma dei dati ar- cheologici non si poteva trovare. Se col " pubblico sigillo „ abbiamo la chiara menzione di segni ufficiali posti a garanzia del titolo sugli oggetti di oro e d'argento ; se il fatto e largamente documentato per l'impero bizantino ed un esempio ne abbiamo anche nel regno merovingico, non v'è ragione di meraviglia che si ve- (1) Epis/. 127. MiGNE, P. G. LXVT, 1507. (2) CoMBEFis, Hisloria Ilaeresis moiifl/iclifarittii, Parigi, i6-j8, pa gin.'i 640 e 6|i. 178 rificasse anche nel Langobardo. Il testo di Rothari, che non può ricevere altra spiegazione, lo proverebbe (0. Da ciò la menzione di un oro puro che frequentemente ricorre nei do- cumenti italiani dell'alto medioevo, di un aurum obryzum. Già in una carta toscana del 737 (2) sono citati auri solidus obridiacus (3) pensantis numero duo, questo per l'ambiente langobardo; e per il bizantino ricordo i documenti di Ra- venna che già nel 539 e 546 parlano di auri solidos domi- nicos probitos obriziacos optimos U), formola che si ripete per tutto il VI secolo, se non piij per i soldi, almeno per le libbre e per le oncie d'oro (5). Chi doveva ricevere quest^oro non sempre si trovava nelle condizioni di poterne verificare la purezza: è quindi logico pensare all'esistenza di una marca ufficiale che la garantisse, posta sulle barre o sugli oggetti : da ciò la punizione di chi la marca falsificava. Ma in un certo qual senso è più importante constatare che le marche ufficiah di controllo venivano poste non solo su oggetti di orificeria, ma anche su masse o barre di me- talli preziosi. Dico più importante perchè tali barre così con- trollate potevano servire, come infatti servirono, a pagamenti delle grosse somme: cosa che già risulta da leggi contenute nel codice Teodosiano. Vediamo quali esempi sono giunti sino a noi di tali barre contrassegnate. (i) La marca ufficiale di garanzia sugli oggetti preziosi la ritro- viamo più tardi ueli' Italia medioevale: si veda a Venezia la disposi- zione riferentesi al sigillum ducatus nel capitolare del 1233. Capitol. delle arti veneziane, ed. Monticolo, I, 120. XVI, e MI IP. Leges, t. Il, col. 1693, CLXVI. Pili tardi, a Milano, i bullatores auri sono ricordati nei testi e nelle leggi. (2) Trova, n. 514 che erroneamente la data del 738. (3) Così leggerei l'obridi acus della carta. La forma obridriacus è nelle notae papinianae: cfr. Keils, Granunat. lai., IV, 325, i.* colonna, n. II, La forma obryzatus si ha in Cod. Just. 11, u, 3 e 12, 48. (4) Marini, Papiri, u. ti 4, 41. (5) Marini, Papiri, n. 120, a. 572; 121, a. 591; 122, a. 591; 125, ecc. Il termine obrizo si corrompe poi in ehrizo nel X secolo in Ravenna {Rcg. S. Apollinare, nn. i, 3, 4, 5, io, ecc.) in briciuni nell'undicesimo (idem, n. 34); a Roma in ebries nel 983 {Arch. paleogr. ital.^ II, tav. 15), ebritias a Roma, Sutri, Toscanella {Arch. Soc. Romana SI. Patria, XVI, 1893, pag- 340; XXI, 1898, pagg. 497, 499, 501, 502, 504, 505, 507, 518, 520, 527, 529; Arch. paleogr. ital., II, tav. 16). 179 Alcune danno il nome delle officine da cui provengono e l'indicazione della purezza dell'argento; cosi quelle trovate a Dierstorf hanno : 0F= • PRI • MVS TR • PVS • P I (ex) of(ficina) Primus Tr(everis) pus(ulatus) p(ondo) I (- li- br. i) (i) o come meglio fu letto: of(ficinator) primus Tr(eve- rorum) pus(ulati) p(ondo) I. La seconda porta (^) : PRI . .CI • TR PS ^ P • I cioè : . . . Prisci(anus) Tr(everorum) p(u)s(ulati) p(ondo) I. Le barre trovate a Laibach (Emona) (3) con 50 aurei di cui il pili recente è del 353, portano il busto e il nome dell'im- peratore Magnenzio, la marca in forma di sigillo quadrato con riscrizione FLAV (Flavius o Flavianus) e l'altra pure quadrata con iscrizione in due linee, di cui la prima è il- leggibile : C AQ PS che ci richiama per la zecca di Aquileia allo stesso tipo di quelle sopra citate di Treviri. Il sigillo col busto e il nome dell'imperatore Magnenzio ricorda quello col busto e il nome di Anastasio sulla patera del governo di Poìtava. Il solo nome dell'officina, e non quello della zecca, por- tano alcune sbarre trovate in Inghilterra (4): così una rinve- nuta con monete di Arcadio e di Onorio a Tower ha : EX OF FÉ HONORINI (i) CIL, XllI, 10036, 14. (2) CIL. XIII, 10036, 15. (3) LuscHiN V. Ebengreuth in Monatsblatt d. Niim. Gesell. Vienna, 1911, pagg. 345-349. (4) CIL, VII, 1196-1198. A queste marche recanti semplicemente il nome delle officine vanno avvicinate quelle col solo nome del fonditore PROCVLVS COCXIT della raccolta Weber (cfr. catalogo vendita Ilirsch, Monaco, 1909, n. 2938, tav. 57) e BENIGNVS COXIT di una sbarra egi- ziana (cfr. RuBENSoiiN in Archaeol. Anzeiger, 1902, pag. 46). i8o L'altra di Coleraine trovata con monete che vanno da Costanzo II a Costantino III : EX OF PA TRI CI ci E la terza che è integrabile: (EX OF FL) CVRMISSI Infine ricordo la barra trovata nel 1900 a Richborough^i V ora al museo di Canterbury, con : EX OFFI I3ÀTIS Portano esse sole il titolo dell'officina come garanzia di peso e di titolo, al modo di alcuni aurei merovingici. Ma altre barre offrono maggior ricchezza di segni: così la massa d'argento di Dierstorf porta quattro marche (2) : i) di tipo monetiforme con la figura di Roma e la di- citura VRBS ROMA ; 2) tre busti imperiali che ricordano quelli dei pesi uf- ficiali del secolo quinto; 3) la marca CAND che va letta: candidum argentum; 4) la marca PAVL cioè Paulus o Paulinus, il nome forse del funzionario che l'ha bollata. E veniamo alle barre d'oro. Alcune trovate nel basso Egitto (3) portano : ANTIVS [PjROBAVIT oppure : ACVEPP SIG 6RM0V PROBAVIT ERMY cioè il segno del probator (in greco So/c.f/.acTr.;) e del signator. Ma più importanti sono le marche sulle barre d'oro di (i) Cfr. Havekfield, in Antiquary, 1900, pag. 335 e Athenacum^ 5 gemi. 1901 ; CIL, VII, addit. pag. 640. (2) CIL, XIII, 10036, 13. (3) Cfr. Hill, in Proc. Sor. Antiq. XX, pagg. 92 e segg.; Rubensohn,, in Archaeol. Anzeiger, 1902, pag. 46. i8i Transilvania (i) e miglior correlazione hanno con gli oggetti artistici che abbiamo elencati. Le barre possono dividersi secondo le marche in quattro serie: A) reca le marche: i) LVCIANVS 2) FL • FLAVIAN OBR • I • SI(t :! VS PRO SIG- AD DIGMA ^ Cioè: Lucianus obryziarius primus signavit. Il termine Obri- ziarius si trova nelle glosse registrate anche dal Du Gange. La seconda marca va letta: FI. Flavianus probator signavit ad digma. Su ogni barra è battuta una volta la prima marca e quattro la seconda. B) Reca la marca i) e le tre seguenti : 3) QVIRILLVS ET DIONISVS ^ SIRM SIG % 4) Q z Q tre busti imperiali ^ Q z 5) La figura di Sirmio sedente tenente una palma con sopra una stella: sotto SIRM. Le due sbarre di questa serie recano una volta la marca i), 3), 5) e due volte la marca 4). C) Reca la marca i) e le due : 4^) z o z tre busti imperiali ^ z O 5 rt) La figura di Sirmio e. s. con la palma sopra cui il monogramma ^ e sotto SIRM. Gli oggetti di questa serie recano ognuno una volta ogni marca. D) La quarta serie si compone delle marche i) e 4 «) bat- tute la prima una volta e la seconda due volte. (I) CIL, III, 8080. Siamo qui davanti a dei blocchi d'oro marcati (verso il 375-378) dai pubblici funzionari della zecca imperiale di Sir- mio, l'obryziarius, il probator che li ha esaminati al cam- pione (digma =: (^£l'y(7-a) che li hanno riconosciuti di metallo puro e che perciò vi hanno imposiio e fatto imporre dagli altri funzionari la marca (signum) di garanzia. Come sugli oggetti preziosi che ho piìi in alto elencati, anche qui la stessa marca appare in certi casi ripetuta due volte: la cor- relazione è evidente fra i bolli dell'impero d'occidente del IV-V secolo sulle barre, e quelli bizantini (sugli oggetti) del VI-VII sec. Ciò convalida l'ipotesi che i nomi letti sulle marche bizantine siano di funzionari di un ufficio statale. Le barre di cui abbiamo fatto cenno (O dovevano avere quindi un valore legale e dovevano esser quelle che si ac- cettavano nelle casse dello stato secondo il cod. teodo- siano (2). Se abbiamo potuto ricordare un oggetto merovingico (la coppa di Valdonne) marcato come le orefìcierie bizantine, un testo di Paolo Diacono (3) ci prova forse che anche le barre d'oro venivano bollate in epoca langobarda e ciò suf- fragherebbe la nostra interpretazione del passo di Rothari. Tale testo si riferisce all'invasione sassone della Gallia me- ridionale (a. 574) e del tributo pagato per aver libero il ri- torno: qui dum ad Sigispertum regem pergunt multos in itinere negotiatione sua deceperunt, venundantes regulas aeris, quae ita nescio quomodo erant coloratae, ut auri pro- bati atque examinati speciem simularent, unde nonnulli hoc dolo seducti dantes aurum et aes accipientes pauperes sunt effecti. Ora non mi pare possibile che l'inganno fosse basato solo sulla coloritura delle sbarre di bronzo che dovevano simulare delToro : questo è detto provato (4) ed esaminato e (i) Portava anche il nome di regulae aurea, Vulgata. Josua, 7, 21. Cfr. anche l'editto di Diocleziano 30, la (CIL, III, pag-. 1951). (2) Cod. Teod. XII, 6, 2: XII, 7, i; VI, 52, 2; IX, 17, 2. (3) Hist. Laiig., 3, 6. Queste barre segnate erano probabilmente fatte ad imitazione di quelle bizantine. (4) Aurum probatum sta in rapporto con la funzione del probator indicato nei marchi di Transilvania. % i83 doveva assai probabilmente portare il segno della prova e dell'esame, la marca ufficiale cioè. Ma per ritornare al testo dell'Editto, il segnare o figu- rare l'oro (sia che si adotti la lettura del codice di Gotha (i) o quella di tutti gli altri manoscritti) trova la sua spiegazione nei monumenti che siamo venuti esaminando. Dobbiamo ri- tenere che il concetto del grande legislatore era quello di introdurre anche nel regno langobardo la marca di garanzia dell'oro ; che questo egli abbia ottenuto non possiamo dire, che nessun oggetto langobardo a noi giunto reca di tali marche. * In un certo qual senso non si ottenne nemmeno l'appli- cazione integrale del concetto di regalia applicato alla mo- neta; un grande ducato langobardo sfugge completamente al potere centrale e batte moneta per suo conto, indipen- dentemente dal ve. il ducato di Benevento. Se anche sono di dubbia attribuzione alcune monete che il Wroth vuole dei duchi da Grimoaldo I a Gisulfo I, è certo che con Ro- mualdo II (706-731) comincia a Benevento una monetazione propria imitante nel tipo e nel taglio il nummo imperiale e recando con-e solo segno del duca, l'iniziale del suo nome nel campo. Il fatto è troppo noto perchè io abbia ad insi- stervi. Il ducato beneventano ha voluto così, anche nelle monete, affermare il suo continuo separatismo dal regno. Ma su un'altra moneta enigmatica debbo richiamare l'at- tenzione: è un piccolo aureo del medagliere municipale di Milano (^} più volte edito, ma sempre inesattamente. Esso ha esaltamente : (i) La credo preferibile malgrado l'avviso contrario degli editori dell'Editto nei MGH ; sio;nare è termine tecnico e specifico come ap- pare dai marchi di Transilvania e dalle diciture aes signatum, auriim signatum tanto conmni, Signum e poi in rapporto con sigillnm e questo è il termine usato nel testo agiografico sopra indicato. (2) N. 3106, peso gr. 1,33. t84 vB^ — ARIP€R .-. X • C€L • RGX figura del sovrano di faccia che tiene nella sinistra il globo crucifero. 9 — IFFO GLORIVSO AVX Croce potenziata (fig. 5). Fig. 5- Il richiamo al nome reale può riferirsi tanto ad Ari- perto I (653-661) quanto ad Ariperto II (701-712): il tipo nulla <:i può dire che la derivazione è evidente dalle monete im- periali, prendendo ad esempio un diritto che già appare sotto Tiberio Costantino (578-582) epoca nella quale fa anche la sua apparizione la croce potenziata che figura sul rovescio (i). Intorno a un duca Iffo la storia è muta; per quanto il nome non sia raro nei documenti langobardi i^), nessuno di •quelli che lo portano ebbe si alto grado. Di un duca Wiffo è cenno in una lettera di Gregorio Magno (3), ma oltre alla differenza grafica non lieve, anche il tempo non concorda, perchè questo sarebbe vissuto nel 599 e non sappiamo poi con tutta certezza che fosse un langobardo. Siamo anche in questo caso costretti a formulare una ipotesi. Ricordo che a Lavis, villaggio posto a non molti chi- lometri da Trento, furono scoperte nel 1885 le traccie di una tomba contenente fra le altre suppellettili una di quelle croci (i) Il Sabatier, pag. 23T, nn. 6-7, tav. XXII, 18-19 indica appunto un semisse ed un treinisse di rovescio analoghi al nostro che assevera di " fabrique barbare „. Ciò dimostra che il tipo era diffuso fra i po- poli barbarici. (2) Cfr. gli esempi citati in Bruckner W., Die Spracìie der Latigo- barden, Strasburgo, 1895, § 74? Anmerk. 2, pag. 150. Il iMeyer C. Sprache und Sprachdenlìmàler der Langobarden^ Paderborn, 1877, pag. 292, lo •dichiara ungewissen ursprungs. (3) Reg, IX, III. Cfr. Hartmann, Gesclì. It., Il, t.'' p.'^, pag. 156, n. 4. i85 auree caratteristiche delle tombe langobarde (i). Su di essa è riscrizione CNC IFFO, che fu anche Ietta PNC IFF'O. Ricordo che altre croci langobarde portano delle iscrizioni non prive di interesse: così due di Monza di cui la prima reca il mo- nogramma CR simile a quello che appare sul rovescio delle monete di Astolfo, e l'altra il doppio monogramma /^ R Sappiamo che il nesso R sulle monete langobarde deve es- ser sempre svolto in Rex. Inoltre una famosa croce trovata in una tomba ricchissima di Cividale porta il nome del ce- lebre duca Forogiuliese CISVLF; la croce di Lavis ha molti rapporti con quest'ultima e per il confronto con la moneta in discussione io sono portato ad attribuirla al duca Iffo. Dato il luogo del ritrovamento della croce, lo penso duca del ducato tridentino; infatti del grande e celebre ducato non conosciamo se non il duca Euin morto nel 595 ed il suo successore Gaidoald; poi le nostre conoscienze hanno una lacuna sino a Alahis, vivente ai tempi di re Cuniperto. Prima di lui vi è largo spazio per includere il nome d'Jffo vivente ai tempi del primo Ariperto, oppure ben possiamo porlo dopo Alahis, sotto il secondo re dello stesso nome. 11 titolo di Gloriuso è protocollare nei documenti ducali langobardi sia beneventani quanto spoletini (2); è quindi logico ritro- varlo riferito ad un duca di Trento. Come ultima ragione a giustificare la mia supposizione penso che una infrazione alla regalia monetaria non doveva esser possibile se non in uno dei quattro grandi ducati: ora tanto a Forum Julii quanto a Benevento ed a Spoleto conosciamo i nomi dei duchi nel periodo al quale la moneta sarebbe riferibile (3) e non rimane quindi possibile se non pensare al ducato di Trento. Comun- que, in qualsiasi modo si voglia considerare questa moneta, essa rappresenta un fenomeno sul quale era doveroso ri- chiamare l'attenzione. (i) Cfr. Campi, Le iouibe barharicìie di Civezzano, Trento, 1886, pa- gina 26; Orsi in Atti e Meni, della R. Dep. di St. Fair, per le prov. di Ronìd^na, 1887, pngg. 353-355; Diì: Bayk, /«^///.s/r/V Arm^o^., pagg. 87-88. (2) CiiKOUsT A., V f iter sue luingen iieber d. laug. K.-und H.-Urk., pagg. 109 e 137. (3) Cfr. le lavole cronologiche in IIodgivIn Tu. Italy and Iier invaders, voi. VI, pagg. 36, 62, 84. 13 86 Le monete langobarde non offrono altra caratteristica notevole in merito alle questioni di diritto sino ai giorni di Ahistulf (749-756): sotto questo re appare al rovescio, in luogo della solita rappresentazione dell'arcangelo Michele con la dicitura SCS MIHAHIL, una stella o fiore a sei raggi e sei fiamme avente attorno o la dicitura + FLAVIA LVCA o l'altra + FLAVIA PITA C. I nomi delle città sono assai più numerosi nei conii del successore Desiderius (757-774) per il quale abbiamo la dicitura : + FLAVIA TICINO, seguita qualche volta dalla lettera C ; + FLAVIA MEDIOLANO; + FLAVIA SEBRIO. seguita qualche volta da una delle let- tere I, S, T, & ; + FLAVIA PLACENTIA, seguita da AVG- in nesso; + FLAVIA VIRCELLI; + FLAVIA VmCENClA, seguita qualche volta da FG- ; + FLAVIA TARVISIO, seguita qualche volta da C oppure CI; + FLAVIA LVCA ; + FLAVIA PITA C. Questa serie di iscrizioni che può forse essere prose- guita (I) deve fermare l'attenzione dello studioso. Dapprima è notevole che sul rovescio dell'auro scompaia l'immagine del Santo protettore dei langobardi per lasciare il posto ad un'immagine senza preciso significato quale è la stella, e ad un nome di città. Quando sia avvenuta tale sostituzione è (i) Accenno principaliiiente ad una moneta ancora inedita, esistente nella raccolta Gavazzi in Milano, della quale già posso dar cenno grazie alla cortesia del proprietario. Essa ha al diritto + Q|^ . DGSI • D€R R X X attorno alla solita croce potenziata, ed al rovescio -|- FL'''A PL-VM- BIA H attorno alla solita stella. Essa è della zecca di Ponibia, comi- tato certamente laiigobardo giacché nel 745 un documento parla dei finibus pkiuibense {Cod. Dipi. Langob.^ n. XI) e nell'anno 841 abbiamo notizia di un Maginardo vicecomes plumbiense (MHP. Chart. I, 39, n. 23). Le monete auree senza nome regio, portano anche i nomi di zecca FLAVIVCLIV, FLAVIA 9TVNA (Cortona?) e FLAVIA PISTVRIA su una ancora inedita (su altre è alterato in PITVAIA). difficile dirlo: il materiale numismatico ci riporterebb - ad Ahistulf, ma forse i documenti ci permettono di risalire ad epoca anteriore. Già un documento del gennaio 730, cioè del regno di Liutprando, contiene la menzione di sol. lucani ed un altro di un solo mese posteriore al primo ricorda un auri soledus stellatus nobus lucano (i): i termini si ripetono in carte del 739 e 746 ^2)^ tutte dunque anteriori ad Ahistulf. Perchè nei contratti questi soldi si potessero dire stellati bisognava che portassero la stella e non il S. Michele; e perchè si dices- sero lucani era necessario che il nome della zecca vi appa- risse scritto chiaramente. Dalle carte si dovrebbe indurre che il nuovo tipo è apparso sotto Liutprand. Lascio gli stellati di Cunincpert e di Liutpert che si trovano in alcune colle- zioni, essendo assai probabilmente delle falsificazioni moderne. Se i primi soldi stellati sono apparsi sotto Liutprand, come i documenti ci porterebbero a credere, dobbiamo ritenere che sotto questo re vi è stato un doppio tipo di monetazione aurea, quella cioè degli stellati col nome della città ove ve- nivano coniati, e quelli invece col San Michele senza il nome della zecca, le monete cioè che comunemente ci sono note. La doppia monetazione è numismaticamente documentata sotto Ahistulf e nulla logicamente ci vieta di farla risalire anche al suo grande predecessore: sotto Ahistulf le monete con nome di zecca appaiono a Lucca e a Pisa, sotto Liut- prand sembra solo a Lucca. Si direbbe che il movimento di trasformazione comincia nel ducato toscano e che solo sotto Desiderius, quando il regno langobardo si sgretola, si dif- fonda anche nel rimanente d'Italia. Tutto ciò è concomitante ad un affievolirsi del potere monarchico e ad un precisarsi del movimento autonomistico delle città italiane. 11 nome delle città, sulle monete citate, è preceduto dal- l'appellativo Flavia. Esso è nome reale del tempo di Au- thari (3), ma lo portarono anche altri re barbarici, Odoacre, (i) Trova, nn, 477 e 478. Per la lettura lucano clr. Simonetti iu S/u(^i Storici, I, 1912, pag. 472. (2) Tkcjya, nn. 519. 595, 598. (3) Paolo Diac, III, 16. CtV. Ciiroust, op. cit., pagg. 25 e segg. Teoderico (^) e il visigoto Reccarecio, forse per l'analogia osservata dallo Stark col goto franiòs, signore: certo non fa premesso al nome delle città in ricordo del titolo di Flavia dei tempi romani (2), perchè quelle non l'ebbero e i titoli romani non perseverarono nel medio evo. Una rara ecce- zione è data dalle monete visigote, sulle quali è inciso COR- DOBA PATRICIA (che anche appare in una formola notarile (3) nome che si trova in Plinio e in Isidoro (4). E solo in epoca tarda che a Colonia si fa rinascere sulle monete il nome di Colonia Claudia Ara Agrippinensis (vel Agrippina) o Col. Claud. Augusta Agrippiniensium, che già figura sulle mo- nete di Postumo. Con la coniazione di Carlo il Grosso tro- viamo la formola abbreviata COLONIA A, che sarà svolta completamente in COLONIA AGRIPPINA ai tempi di Ottone III. Perchè il titolo d'onore Flavìus (Paolo Diacono dice oh dignitatem Flavium appellarunt) sia stato unito al nome delle città è problema che piìi riguarda la storia costituzionale del Regno che non la numismatica: era importante avvertire che già forse dai tempi di Liutprand e certo da quelli di Ahistulf il nome delle zecche appare chiaramente scritto sulle mo- nete, mentre prima tutto al più poteva celarsi sotto la dub- bia interpretazione di una iniziale posta nel campo del diritto. J (1) Oltre alle fonti indicate in Chroust, si cfr. Mommsiìn, Ostgoih. Studien in Neiies Archiv, XIV, 536 e pref. alla sua ediz. di Cassiodoro; L. Hartmann, Gesch. Ital. im Mittelallers, I, Gotha, 1897, P'^g- ^^ e li, I.* p. (Gotha, 1900), pag. 65. (2) Su colonie e municipi che portarono il titolo di Flavia cfr. J. AssMANN, De Coloniis oppidisque Ronianis qiiihus imperatoria nomina vel cognomina imposita siint. Djss. Jena, 1905. Non è cosi sostenibile neppure la tesi di L. Hartmann riportata da Kubitschek, Chrysopolis^ in Niim. Zeitsch.^ 1909, pag- 46, che cioè sulle monete abbiano portato Tcpiteto di Flavia quelle città che all'epoca della coniazione erano regie in senso ristretto vale a dire non sottostavano a un duca bensì a un gastaldo. Ora, ad esempio, Lucca era certamente ducato anche ai tempi di Liutprando e di Desiderio. Sulla situazione di Pisa rispetto al regno siamo complete: mente all'oscuro. (3) MGH. Formiilae, ed. Zeumer, pag. 587, 20. (4) Plin. H. N., Ili, io; Isid. Pac, Chron.y C. 36 (Espi.fia Sagrada, Vili, pag. 291) e CIL, HI, pag. 306. Non spiegato è il NARBONA GA- LER • oppure (yAL • ERA ^^^ qualche moneta visigota di quella città. i89 Appare non solo con un predicato onorifico ma anche con delle aggettivazioni non prive d'interesse. Così il nome di Flavia Placentia è seguito dal nesso AVG che va svolto in Augusta. 11 nome di Augusta Placentia non figura in alcun documento langobardo, salvo che nella carta del 12 mag- gio 716, ove è detto Actum Augusta Placentia, la sola ro- gata non da un comune notaio ma da un Vitalis vr. subdia- conus exceptor civitatis Placentinae (i). Se la lettera C che segue i nomi di Ticino, Pisa, Treviso, può svolgersi in Ci- vitas (e la variante di una moneta di Treviso del ripostiglio di Hans (2) ove si legge CI lo confermerebbe) se le lettere FG- (o forse FC) di una moneta di Vicenza ci rimangono di interpretazione dubbia, come pure le lettere I, S, T, G- che seguono il nome di Seprio, il trovare sulla moneta di Pia- cenza il titolo di Augusta collegato col fatto che il solo do- cumento piacentino scritto da un funzionario reca Augusta Placentia, dimostra che questo era il nome ufficiale della città. Ma nella carta non appare il titolo di Flavia, che solo sta sulla moneta; ciò mi fa pensare che vi fu aggiunto a chiara dichiarazione d'essere puramente regio il diritto di moneta battuta nella zecca di Piacenza. Flavia Placentia Au- gusta mi par voglia dire in altre parole: moneta regia bat- tuta nella zecca di Piacenza, mentre il nome della città era semplicemente Augusta Placentia (3). Questo perchè i mate- riali da me indicati non abbiano da trascinare incautamente qualche studioso a rinforzare con nuove fantastiche disserta- zioni il vano tentativo che in questi ultimi anni il Mengozzi ha fatto per galvanizzare e presentare sotto nuove spoglie una ben giustamente morta teoria, che vorrebbe si conti- nuassero nei secoli del predominio langobardo in Italia un complesso di diritti acquisiti alla città e che questa esistesse quasi come entità giuridica di contro al dominatore straniero. (i) Porro, CD£., n. 3, coli. 14-15. Cfr. Cfr. Chroust, pag. 48. (2) E' la moneta n. 25 secondo la catalogazione di F. Jecklin, il quale però non la lesse rettamente. (3) Mi sembra superlluo avvertire che da nulla ci risulta che Pia- cenza portasse il titolo di Augusta in epoca romana, come asseverano dei tardi cronisti. Cfr. il Chroìticon placentinnm di Giovanni de Mussis in RIS. XVI, coli. 561 e 564. 190 Sarà bene ora renderci conto quali forme abbia assunto il diritto monetario nelle Gallie sotto il regno merovingico, onde poi meglio comprendere il successivo sviluppo del di- ritto monetario in Italia. Le tribù germaniche che dal Reno premevano i confini dell'Impero già fino dal terzo secolo avevano appreso a contraffare la moneta romana: così molte imitazioni delle monete di Tetrico, se proprio non appartengono agli Ala- manni d), certo sono prodotte dall'industria di popoli Bar- barici. Dopo pili che il bronzo si imita Toro; il de Jonghe ha indicata la curiosa imitazione di un soldo di Costantino e nell'importante ripostiglio di Dortmunt abbiamo delle fal- sificazioni barbariche da Magnenzio a Valentiniano II. Con- quistate le Gallie si direbbe che le tribù Franche non hanno saputo liberarsi di questa inveterata abitudine delle falsifica- zioni, copiando i soldi ed i tremissi sino a quelli di Foca ed anche di Eraclio, ma indicando con lettere nel campo il nome dei luoghi ove venivano coniate, e qualche rara volta scri- vendo il nome intero v2) dapprima specialmente sulle monete regie. 11 che dimostra un rapido sorgere di numerosissime zecche per tutte le Gallie immediatamente dopo la conquista. Per la questione che ora ci interessa possiamo dividere le monete merovingiche in varii gruppi. Il primo si compone di quelle che portano un nome regio, cominciando da Teo- derico re d'Austrasia (512-534). Dapprima non portano se non un nome ed un monogramma, poi con Theodebertus d'Austrasia anche l'effige del sovrano (3) ed un segno di zecca. Più tardi al nome del sovrano e della zecca, si unisce quello del monetario, CHRA • MNVS sotto Hildebertus, DACE F(ecit?) sotto Sigibertus, ANTIMI M(onetarius) sotto Childe- (1) C(ììììe vorrebbe il Forrer, Alamaniiische Tetricus-Na( /ipi ài^tiiii^en in Beri Miinzbl.^ 1911, pai^o. 56-61. (2) Cfr. G-AbALOR ^'^ ^^^ imitazione ci: Giustino II. Tolsi 01, n. 527; /^VRIL ^^' ^^^^ trcniisse al nome di An.istasio, ecc. (3) Cfr. Quanto dice Procopio. Bell. Golii., Ili, 33. 191 bertiis III, e così via. Il colleg"arsi del nome dello zecchiere con quello del sovrano è significativo: dimostra come quello venisse assumendo un'importanza non trascurabile: e infatti la monetazione merovingica non è una monetazione regia, ma prevalentemente una monetazione di monetari. A questo "ruppo si possono anche aggiungere quelle monete che portano un nome di maggiordomo. Così il nome di Ebroin (f 68i) figura su un denaro che porta al rovescio il nome del monetario Rodemarus e su un altro, del ripo- stiglio di Bais, a rovescio anepigrafo. Inoltre quelle che por- tano i nomi dei patrizi di Marsiglia, Antenor, Ansedert e Nemfìdius (i). Un secondo gruppo di monete merovingiche è costituito da quelle che portano un nome di chiesa : qui possiamo con- siderare due sottogruppi. Il primo reca generalmente il nome della chiesa al diritto ed il nome del monetario al rovescio; il secondo porta invece al diritto " Racio „ seguito dal nome della chiesa (esempio Racio S. Martini) o dai termini Ecclesia (esp. Racio Ecles. Senon.) o Basilica o più raramente Mu- naxtirii. Come si vede le amministrazioni dei beni ecclesia- stici batterono moneta. Un terzo gruppo di monete merovingiche reca dei nomi di vescovi : così Avitus Ebescobus di Clermont-Ferrand (674- 689), Lambertus ips (= ipiscopus) a Lione, Procolus Eps a Clermont-Ferrand nel sec. VIII, Norbertus E[)s a Riom, ecc. Un quarto gruppo, numericamente il più importante, reca un nome di località seguito da termini diversi : castel- lum o castrum, civitas, curtis, domus, pagus, portus, vicus, villa. Al rovescio generalmente il nome del monetario. Il nome della civitas è qualche volta scritto per esteso, o abbre- viato, o ridotto in monogramma : il nome del vicus è qual- che volta unito sulla stessa moneta col monogramma del nome della città dalla quale dipende. Così ad esempio le monete di Caranciaco e di Mauriaco vico portano il mono- gramma AR cioè Arverno civitas. Un caso eccezionale è il nome di due città sulla stessa moneta, che si verifica per una (i) Cfr. Carpentier A., Marseille. Motuiaies des pairices, in Uevue Ntimism., 1864, p;iffg. 1 18-130. 1 192 che reca al diritto Segusio civitate (Susa) e al rovescio Si- duninsi(iim) in civi(tate) Va(llensium). Importanti sono le mo- nete che al nome di località hanno unite le indicazioni sinc- nime domus e villa (0. Un quinto gruppo di monete merovingiche indica che sono coniate da enti tutto affatto speciali. Alcune derivano dall'amministrazione del tesoro: così una moneta di Rennes reca al diritto RÀCIO FIS(ci) e al rovescio REDONIS; altre portano invece al rovescio il nome di un monetario (esp. Abolenus). 11 termine poi si trasforma in quello di Racio Do- mini: l'uso dei due può anche essere contemporaneo, perchè lo stesso monetario Abolenus segna anche una moneta con questa seconda formola. Un altro gruppo di monete reca le diciture in palacio (2), in scola re(gia), in scola fit, escola re(gia), monita in sco(la), scola re(gia): sarebbero monete coniate per o nella scuola palatina (3). Infine un certo nu- mero di monete poitano le indicazioni di mallum (Mallo Ar- lavis, Mallo Campione, Mallo Manriaco o Matiriaco, Mallo Satidi?) il luogo cioè ove il popolo teneva le assemblee. Un sesto gruppo di monete reca semplicemente il nome del monetario o dei monetari, perchè si verificano dei casi di monete portanti due nomi d'uomo (4). Da questa sia pur sommaria esposizione si possono trarre delle conclusioni fondamentali. Dapprima la multipli- cità delle zecche nell'interno del regno merovingico, giacché bisogna accettare l'asserzione che già nel XVII secolo emet- teva il Le Blanc, che cioè tutti i nomi di luogo scritti sulle monete indicassero altrettante officine monetarie: anche i testi ci provano che i monetari risiedevano in diverse città, così la vita di S. Eligio (I, 3) che indica una zecca di Li- moges (publica fiscalis monetae officina) o la vita Aridii ab- (i) Un elenco è dato da L, Maxe-Werly, in Rev. Belge de Niint.^ 1890, pag. 14 e segg. (2) Cfr. Rev. Nnmism., 1896, pag, 437, tav. Vili, 9. (3Ì Cfr. G. DE PoNTON d'Amécourt, Monnaies de fècole palatine in Ann. Soc. Num., IX, 1885, pagg. 258 e segg. (4) Data l'importanza del tenomeno ne richiamo qui alcuni esempi, riferendomi a A. de Belfort, Descript., nn. 651 1, 1757, 6045, 6172, 66c^ e Prou, Calai. Monn. rnérov., nn. 92, 171, 172, 173, 183, 237, 2707, ecc. 193 batis Lemovicini che ci parla di una " Ricovera coniunx Tu- ronici monetarii „ (i). Così sulle monete stesse abbiamo un Romanos mu(nitari) Acauninsis a St. Maurice d'Agaune, un Cornino monetario Albigiinse ad Albi, un Mone(tario) Juffo in Daernalo. Alla multiplicità delle zecche fa giusto compenso la multiplicità delle persone che avevano diritto di battere moneta: il re, i maggiordomi, le chiese e così via, conside- rando che anche un gran numero di semplici località farebbe pensare che ogni proprietario avesse ricevuto o si fosse arrogato il diritto di battere moneta. E la teoria del Fillon (2), che malgrado tutto io ritengo la meglio fondata fra quante sono state emesse per spiegare la monetazione merovingica. A questa manca dunque il fondamento di ogni diritto regio e quindi anche ne deriva l'impossibilità di ogni concessione del diritto di moneta, che rientra invece fra i diritti di im- munità di ogni dominio. Quale è la genesi di questa, per così dire, organizza- zione monetaria? Io credo che varie ragioni fondamentali vi abbiano contribuito: la prima è la dispersione dei monetari delle zecche imperiali sciolte al momento dell'invasione. Gli operai si separano, qualcuno rimane a continuare il lavoro in un'officina alla quale dà il suo nome. Così si possono spiegare le monete che portano la dicitura VIENNA DE OF- FICINA LAVRENTI, imitante un tremisse di Maurizio Tiberio, e la lionese con DE OFICINA IVIARET, imitante un tremisse di Giustiniano. E la Gallia meridionale che ci mostra aver nome gallo-romano i piij antichi monetari vissuti in epoca nota: a Lione Maurentius (511-558) e Dacco (551-575), a Vienne Laurentius (582-602), Antimius a Tours (575-595): è la Gallia meridionale che da il massimo numero di imitazioni delle monete imperiali le quali portano le iniziali di Marsi- glia, Arles, Valenza, Vienne, Viviers, Usez, Senez, Venasque, Die, località tutte non lontane dai soppressi centri monetari dell'Impero. Questi operai, che continuano ad imitale il tipo imperiale, sono ben ricordati da Cassiodoro (3): Monetarios (i) Cfr. MGH. Ss. Rr. inerov., IV, paor. 671; III, pag. 591. (2) B. F'iLLON, Letlres à M. Duf^ast-Mattfeux, pap:. 35, Idee analoghe o anche A. de Baktiiélemy, in Rev. Nuntisfu., 1895, pag. 81. r l'arti n/. V. -^o. (3) Variaruìtì, V, 39. 194 autem, quos specialiter in usum publicum constai inventos, in privatorum didicimus transisse compendium, qua prae- sumptione sublata, prò virium qualitate functionibus publicis applicentur, testo fondamentale che già ho avuto occasione di ricordare e importantissimo non solo per il fatto che ri- marca, ma anche perchè si riferisce a quella parte delle Gallie alla quale abbiamo accennato. E bene anche ricordare che nelle Gallie un gran numero di monetari lavorava, come anche in Oriente, nella propria officina al di fuori di quella statale: l'assorbimento di questi operai nei possessi privati deve esser stata estremamente facile. Ma questa diaspora della famiglia monetale non può certo spiegare il grandissimo numero dei monetari che tro- viamo, già all'inizio del VII secolo, sparsi in tutti i paesi delle Gallie. È necessario quindi ricorrere ad un altro ordine di fatti. Prendiamo in esame le tessere plumbee romane (i): è indiscutibile che fra le loro molte varietà ve ne sono alcune che hanno il carattere di una quasi-moneta. I passi di Mar- ziale e di Plauto dimostrano per Roma ed Atene la circola- zione di questa " nigra moneta „ e i dati archeologici ne confermano la diffusione, giacche furono trovati i medesimi tipi del medesimo conio in Gallia e a Roma, in Italia, in Grecia, in Egitto. Le tessere private hanno avuto un valore di piccola moneta, per lo piìi limitata entro i confini della villa, della domus, del grande possesso fondiario insomma, che possedeva una sua propria organizzazione economica (2). Così considerata una classe di tessere, è facile vedere come essa formasse il punto di partenza per una parte della mo- netazione merovingica: nelle Gallie abbiamo, contrariamente a quanto si verifica in Italia alla fine dell'Impero, dei grandi possessi fondiari, dei veri latifondi, di cui si impossessano i (i) Su queste si vedano le opere fondamentali del Rostovtsew, Ètiides sur les plombs aniiques, in Revne 2\'u;n., 1897-1899; Riniskiia svintsoviia tesseri. Pietroburgo, 1903; Ròmische Bleilesserae. Lipsia, 1905. Inoltre il catal. della coli. Recaniier del Dissard e le note del Maxe- Werley citate nella bibliografia. (2) RosTovsEW, Rolli. Bleites., pag. 108, 111-116. 195 capi g-ermanici durante l'invasione pur mantenendo in essi come ben si sa tutte le forme di struttura economica del distrutto regime. Per la mancanza del concetto giuridico della moneta considerata come regalia, non vi era impedi- mento legale a che alla coniazione delle tessere nella villa per l'uso interno si sostituisse una coniazione monetaria. Il re, che probabilmente dispone delle antiche officine imperiali, ha degli artefici che meglio si attengono al tipo monetario vero; i privati, che hanno degli antichi coniatori di tessere o dei monetari che molto hanno subito l'influsso di quegli esempi, dispongono di un numerario che rapidamente si dif- ferenzia dal tipo della moneta imperiale. Il monetario meiovingico non ha veste di funzionario, ma di artefice: non dipende, salvo i monetari regi, dal re, ma bensì dal signore laico od ecclesiastico nel cui possesso egli vive e per il quale egli lavora. Se una publica fiscalis monetae officina può esistere in qualche luogo, infinite sono le officine private che si uniscono alle altre necessarie al- l'organizzazione economica della villa. Ed è anche possibile ritenere che un semplice privato conii liberamente del me- tallo; il che servirebbe a spiegare le monete che portano semplicemente il nome del monetario. Trovo inutile sviluppare largamente questi accenni che sono sufficientemente chiari per chi conosca l'organizzazione territoriale nelle Gallie ed il perseverare delle sue forme nel trapasso romano-merovingico. Solo voglio richiamare qualche prova ai'cheologica a sostegno di quanto ho asserito: la prova è data da un perseverare delle monete plumbee anche sino al VII od all'VIII secolo (0. Nel gabinetto delle me- daglie presso la biblioteca nazionale di Parigi si conserva (i) Anche nel XIII secolo si trova un piombo che riproduce il tipo delle monete di Sigfrido II arcivescovo di Magonza (1200-1230): inedito da Buchcnau in Blàlter f. Miinfreiiiìde, 1904, coli. 31 19-3120. Anche molti piombi bizantini andrebbero studiati sotto questo punto di vista. Esiste infatti un interessante testo di Michele Psello (1020-1072) nel Ióvo^{>t; Tcùv vójxuiv [Fair, ,^'r., CXXII, 955-956) che sembra annoveri fra i mezzi di pagamento che debbono essere valutati a peso, oltre l'oro e l'argento, anche il piombo, mentre vi contrappone le monete minute che debbono essere nun, erate. 196 una tessera che porta al diritto TIDIRICIA V, cioè Tidiriciaco vicus, attorno ad una testa, ed al rovescio + SIG-OAfDO, cioè Sigoaldo, attorno ad una croce (0. Ora di tale vicus conosciamo molte monete di stile analogo al piombo citato, ed una porta appunto il nome del monetario Sigoaldo (2). Il Fillon ha fatto conoscere due altri piombi: il primo ha al diritto una testa diademata e intorno + VIENNA VICO ; al ro- vescio + VIVATVS MON attorno ad una croce crismata can- tonata da quattro punti. Il secondo ha al diritto il nome in- completamente leggibile di FÉ • • • IPEA • attorno a un busto a sinistra, e al rovescio ALFINIV • MON • attorno ad una croce. Il primo pesa grammi 2,60 e il secondo gr. 2,18 'S). Altri piombi merovingici sono stati pubblicati dal Baudry e dal Chalon (4). Il numero delle tessere di tipo monetale citate è assai piccolo in rapporto a quello delle monete merovingiche giunte sino a noi: ma bisogna tener conto della facilissima alterabilità del metallo che ne ha distrutto la massima parte. In Italia un gruppo importante di piombi ci è dato dal territorio di Luni (5). Un primo piombo, noto in 22 esemplari di diametro variante da 15 e 25 mm. e di peso da gr. 3,080 a 14,020, reca al diritto un busto grossolanamente disegnato e al rovescio VENANTIVS EPCS (A e N in nesso) scritto cir- I (i) Prou, Cat. M. mér , n. 2372; cfr. Reviie Niiin., 1886, pag. 210 e Fillon, Eludes nitmism., 1856, pag. 92 che dà una diversa lettura. Il piombo pesa grammi 12,30. (2) Proq, op. cit., n. 2365. (3) Fillon B., Considératioìis liislar. et artist. sur les monnaies de France, Parigi, 1850, pag. 216, nn. Ili e V e tav. IV, 3, 5. (4) Baudry, in Bull, de la Soc. Nat. des Antiq. de France, 1877, pagg. 40-42. Chalon R , in Rev. Belge de Numism., 1859, pag. 545. Si veda anche nn piombo monetiforme disegnato in Conbrouse, tav, 158 L, n. 17, che però non mi pare merovingico. (5) Cfr. U. Mazzini, Dì una zecca di Luni, in Miscellanea di studi in onore di G. Sforza, Lucca, 1918. Dal punto di vista che sto trattando sarebbero da studiare anche alcune rare monete di piombo o piombi monetiformi mussulmani fra i quali indico quelli editi da Stickel nella Zeitsch. d. Deut. Morgenl. Gesellsch., XL, 1886, pagg. 83-84 (ctr. anche XXXI, 1877, pag. 534) e da Casanova, in Revue Numismatique, 1900, pagg. 184-185 Ma r indagine ci porterebbe troppo lontani dal nostra soggetto. 197 colarmente attorno ad un monogramma che non può asso- lutamente leggersi " ecclesie basiliane „ come vorrebbe il Mazzini. Il piombo apparterebbe al vescovo di Luni, Ve- nanzio, al quale già nel maggio 594 il papa Gregorio Magno indirizzava una lettera e che è ancora citato nel 603 in una epistola dello stesso ponteficie a Deusdedit vescovo di Mi- lano. Un certo numero di questi piombi è rivestito da una sottilissima pellicola di rame, altri sono di una miscela di rame e piombo: questo e il loro numero fa escludere siano delle bolle, perchè ai 22 esemplari citati bisogna aggiungerne altri II, identici ai primi ma con la dicitura rovesciata. Di stile analogo è un secondo tipo di piombi che reca al diritto un busto fra due croci ed al rovescio un rozzo monogramma nel quale il Mazzini ha letto Lazarus, il nome cioè del vescovo successore a Venanzio sul trono episcopale di Luni e contemporaneo alla conquista della città compiuta da Rothari: il piombo è noto in due esemplari del peso di gì-- 3'05 e 3>98. Un terzo tipo è rappresentato da otto piombi di dia- metro e peso variabili, che recano da un lato la dicitura ECCL e dall'altra B e un monogramma che contiene le let- tere L, A, N, E. Il Mazzini ha letto P^cclesie Basiliane, dal nome della primitiva cattedrale di Luni, il che è probabile ma non sicuro. Un altro piombo reca al diritto il solito busto fra due croci e al rovescio una f alla cui asta verticale è adossato una B; nel campo a sinistra una croce, a destra una V e un segno lunato. Trascuro gli altri piombi trovati nel territorio di Luni perchè si rivelano di epoca posteriore e probabilmente non di origine locale: quelli presi in esame costituiscono già un gruppo importante sia per l'unità di stile quanto per il nu- mero delle loro varietà. Il nome di Venanzio ne fa certa l'ori- gine dall'antica città tirrena, ma parlare di una zecca uftì- ciale a Luni è assurdo: Roma e Ravenna erano nell'Italia settentrionale e centrale le sole zecche dell'Impero, al quale appartenne, sino alla conquista di Rothari, anche la Marit- tima. È dunque una coniazione puramente locale quella che ci sta innanzi: coniazione di un numerario divisionale d'in- 198 fimo valore per l'uso interno dei possessi della chiesa lu- nense, o per sopperire alla mancanza di quelle frazioni di folli che coniavano le zecche imperiali e che mal potevano giungere alla riviera tirrenica, separata come essa era ter- ritorialmente dal corpo dell'impero. I piombi col nome del vescovo lunense ed il suo busto mi pare non possano tro- vare altra spiegazione, e ad ogni modo essi contribuiscono a chiarire il problema della monetazione merovingica. Per ritornare a questa, debbo osservare che vi è uno 'stretto rapporto fra il monetario e l'orefice, come ben prova il notissimo passo della vita di S. Eligio, per quel principio da me in altro luogo illustrato, il quale fa si che nell'eco- nomia della vita medioevale le professioni affini, separate nell'epoca romana, s'accomunino nello stesso individuo. L'ore- fice-monetario è il depositario dei metalli preziosi: battendo la moneta e mettendovi il suo nome egli da con questo al pubblico una garanzia sul peso e sulla bontà del metallo (0. Tale garanzia si esprime col termine, come infiniti documenti portano, di probatae monetae (2); l'artefice è probatus. Ricor- diamo che S. Eligio è detto faber aurifex probatissimus, e la legge degli Alamanni (3) stabilisce un'alta composizione per il faber aurefix aut spatarius qui publice probati sunt. In quest'ultima forinola appare un'intervento statale (publice probati); ora mi richiamo alla prima parte di queste mie (i) Le falsilìcazioni d'epoca merovingica (Cfr. Prou, Ca/n/., nn. 206, 282, 359, 380, 409, 522, 691, 722, 963, 1008, 1022, 1025, 1147, 1231, ecc.) non possono spiegarsi se non come la prova che si voleva far circolare sotto un fdlso nome, che dava garanzia, una moneta scadente. L'abbi- namento delle funzioni di orefice e di monetario è già stata osservata da A. DE LoNGPÉRiER, Revue Nitin., VI, 1861, 407-428 = Oeuvres, II, 514 e da DuLiTH, Journal internai. iVarch. ntimism., II, 1899, 285, per l'Egitto tolemaico e vi sono indizi per ritenere che avvenisse anche nell'Egitto bizantino. (2) In epoca tarda il termine si altera; cfr. la forma probabiles de- nari!, nummi probabile?, nei diplomi di Ottone Ili, ed. Sickel, n. 89, ^35j 350 e in quello riportato nel Chron. Laurish., MGH.. SS. XXX, pag. 401. (3) § LXXIV, 5 (LXXIX, 7). Da cfr. con la formola della legge Bur- gunda (X, 3): qui aureficen electum occiderit 150 sol. solvat ; e con quella della lex rom. burg. (II, 6); prò aurefice electo 100 sol. 199 note, all' illustrazione cioè del marchio di garanzia posto sulle oreficerie merovingiche. Si può ritenere che esso non potesse esser usato se non dalTaurefix publice probatus, il che gli da una situazione preminente di controllore. Fra la marca dell'oreficeria e la formola della legge vi deve esser stato uno stretto rapporto che oggi noi presentiamo senza pur poterne afferrare in pieno la fisonomia. L'orefice-monetario diveniva il depositario di grandi quantità d'ogni prezioso metallo e fra le sue funzioni, oltre quella di eseguire la moneta, deve essersi trovata anche quella di tener banco di cambio; ad ogni modo professione lucrosa non per lui solo, ma bensì anche per il signore al quale era legato col vincolo della ministerialità. Da ciò l'at- taccamento ad un privilegio che dava si tanto reddito e l'im- possibilita durata per tutto il medio evo d'eliminare le mo- netazioni signorili e lasciar sussistere la sola monetazione regia. Questo per la massima parte dell'Europa occidentale. La speciale struttura della regalità nel regno merovingie o ed il suo continuo affievolirsi aveva permesso il sorgere di infinite zecche particolari, stato di fatto che era diventato stato di diritto. Nelle epoche successive i signori ottengono dal sovrano dei diplomi concedenti la moneta onde avere e lo stato di fatto e lo stato di diritto. Il concetto giuridico della monetazione feudale è tutto insito già nella forma par- ticolare della monetazione merovingica. * * La riforma monetaria cominciata da Pipino ^ compiuta da Carlo Magno può sintetizzarsi così: ricondurre la moneta ad essere un diritto regio, afiìdare la sorveglianza e la di- rezione delle officine monetarie al conte, dando in via ec- cezionale ai missi un potere di controllo superiore. Salvo quindi l'apparire dei missi, i carolingi non hanno fatto altro se non applicare per tutto l'impero quanto già esisteva, come meglio vedremo in seguito, nel regno langobardo. La tanto vantata riforma non fu se non un plagio. Il passaggio dal sistema merovingico al carolingico non fu certo attuato in un giorno; abbiamo ancora delle monete 200 che portano i nomi dei monetari sotto Pipino (Auttramno, Gaddo, Novinus), sotto Carlomanno (Leutbra....) e sotto lo stesso Carlomagno (Arfiuf, Auttramno, Gervasius, Maurinus, Odalricus, Rodland, Walacarius). Le officine monetarie sono ancora numerose; nei primi tempi alcune portano, come nel- l'epoca merovingica, nomi di chiese. Nell'anno 805 Carlo- magno decreta col capitolare di TionviUe (§ 18) che non si conii moneta se non al palazzo; e rinnova la prescrizione nell'anno 808, senza però ottenere d'essere obbedito. Dopo di lui il numero delle zecche aumenta e l'editto pistense (864) che stabilisce non potervi essere zecche se non a Quen- tovic, Rouen, Reims, Sens, Parigi, Orleans, Chalon, Melle e Narbonne, oltre che all'officina palatina, rimase inascoltato; sotto il regno di Carlo il Calvo funzionano circa 130 zecche. La scelta dei monetari, che in origine dipende dal conte, ai tempi dell'editto pistense è fatta da quelle persone in quo- rum potestate deinceps monetae permanserunt: ai conti non rimanevano quindi se non le officine regie. La moneta, fa- cente parte del comitatus, segue le vicende di questo e di tutti i diritti ad esso collegati: quando i conti rendono ere- ditaria la carica, del diritto di moneta s'impossessano attratti dai grandi lucri che con esso erano congiunti. Nel diploma di Carlo il Semplice per la chiesa di Autun (i), con cui esso concede al vescovo la moneta della città, essa è detta: mo- netam quam in praefato urbe comitalis potestas dominabatur, essa cioè era dominio e proprietà del conte. Ciò è confer- mato dai diplomi per Treviri del 902 e per Puy del 924 (2). Nel X secolo la moneta è dunque proprietà dei conti o dei vescovi-conti, i quali alla fine del secolo cominciano ad iscri- vere il loro nome a fianco di quello del sovrano nei pezzi da loro coniati. Questo per le zecche regie. Ma già Ludovico il pio nell'anno 827 aveva inaugurato il sistema di concedere officine monetarie speciali a certe chiese, se possiamo ritenere attendibile il fatto riportato nella Translatio S. Sebastiani, per S. Medardo di Soisson. Certa è la fondazione di una zecca per Corbie sassone fatta dallo I (i) Dell'anno 900 : Cfr. Recueìl des ììist. de Frante, IX, png. 486. (2) Cfr. Prou. Calai iìioìiu. carol., pagg. lv-lvii. I 20I Stesso sovrano nell'anno 833 (i), per la chiesa di Mans nel 836 (2), e sono ben noti tutti i diplomi che danno a chiese e monasteri i diritti ormai uniti nell'economia medioevale di mercato e moneta. Se questi diplomi in origine non conce- dono se non la fondazione di una zecca che batta monete di tipo regio, con la carta del 920 per Prum (3), Carlo il Sem- plice riconosce al monastero il diritto di coniare proprii nu- mismatis monetam: essa quindi perde il suo carattere pub- blico e diviene una cosa privata. Cominciano i vescovi dei paesi renani a porre le iniziali dei loro nomi sulle monete; così a Strasburgo OD per Odbert (907-913), GD per God- fried (913), RS per Richwin (914-933), VEB per Eberhard (933-934): Salomone III vescovo di Costanza (892-911) scri- verà sul rovescio dei suoi denari il nome intero SALOMON. Siamo agli inizi della monetazione signorile. Ciò nei paesi d'oltr'alpe dell'Impero carolingico: con maggiori dettagli dobbiamo studiare quanto è avvenuto in Italia nel medesimo periodo. * * Quando Carlo Magno conquistò l'Italia si trovò innanzi ad una situazione monetaria ben diversa da quella francese. Qui il re langobardo aveva conservato, salvo le eccezioni di cui sopra ho accennato, specie Benevento, il pieno diritto regale della moneta che veniva battuta in un certo numero di zecche sotto la sorveglianza e la direzione del conte, que- stione quest'ultima che mi riserbo di dimostrare in seguito. Nell'insieme un perfetto ordinamento statale che servì a Carlo da modello per i suoi tentativi di riforma compiuti nel resto dell'Impero. Dopo la sconfitta di Desiderius alcune zecche continua- rono a battere l'abituale moneta, del cui tipo già ho parlato, ma togliendo il nome del re e sostituendolo con una leg- (1) BòHMER-MiilILBACHER, 893. (2) BÒHMER-MUHLBACHER, 928. (3) Recueil des hist., cit., IX, pag. 548. Cfr. anche il diploma per Caiiibray del 911 in Prou, op. cit., pag. lxvi, nota i; quello di S. Mar- tino di Tours, Recueil, IX, pag. 528. 14 202 gendd fittizia, composta in generale delle lettere V, I, O, N, ciò fecero le zecche di Lucca, di Pisa, di Pistoia e alcune altre delF Italia centrale. Quella di Lucca anche creò un secondo tipo, ove il nome della città invece di essere scritto per esteso è espresso in un monogramma. Sono queste le monete che così erroneamente furono dette auto- nome e che invece non sono se non il prodotto di una co- niazione transitoria del momento confuso ed anarchico che seguì lo sfasciarsi del regime antico quando il nuovo non si era ancora organizzato. Ma ben presto tutte le zecche del regno ricominciarono a battere la moneta regia per Carlo re, copiando il tipo langobardo: la moneta aurea ha cioè al di- ritto la leggenda D(ominus) N(oster) CAROLO (oppure CA- ROLVS) R (oppure REX), scritto in circolo attorno ad una croce potenziata e solo per un esemplare di Lucca attoino ad un busto di prospetto. Al rovescio la moneta porta la dicitura FLAVIA (oppure FLA o FL) seguito dal nome delle zecche. Queste sono Milano, Bergamo, Seprio, Ticino, Lucca e Pisa. La moneta di Pisa ha il nome della città seguito da C, iniziale di Civitas. La massima parte di queste monete ci sono note dal ritrovamento di llanz; ora un pezzo contenuto in questo ri- postiglio solleva un problema interessante. E un pezzo d'oro di stile analogo a quello degli altri conii ma avente al di- ritto la dicitura + DOMM : S CAROLVS scritta attorno al mo- nogramma R -F; al rovescio la dicitura + FLAVIA CVRI-AM attorno all'abbreviazione GIVI. Il problema che si pone è questo : dato che tutte le monete carolingiche di cui stiamo occupandoci derivano da prototipi langobardi, la moneta di Coirà deriva anch'essa da una precedente moneta di stile langobardo oppure essa rappresenta l'apertura di una nuova zecca, creata da Carlo Magno, ed in questo caso a quale epoca è ella attribuibile. Nel V secolo la Rezia dipende civilmente dalla diocesi d'Italia ed ecclesiasticamente da Milano come prova la sot- toscrizione al concilio del 451 : Abundantius (vesc. di Como) prò se et prò absente sancto patre suo Asinione episcopo ecclesiae curiensis primae Rhaetiae. Essa fa parte del regno 20^ di Teoderico di cui i confini giungono lungo il Reno sino a Basilea (i), ed è amministrata da un duca ed è ritenuta come la rocca che difende l'Italia (2). Subisce poi la conquista franca e viene in potere di Teodeberto d'Austrasia verso il 536-537 (3) e ancora nel 590 è il luogo di riunione dei venti duchi che Chidelbertus manda contro l'Italia (4). Malgrado questa dominazione franca l'iscrizione sepolcrale del vescovo Valentianus (f 7 gennaio 548) è datata dal post cons. di Ba- silio (5). Per quanto dipende da Milano ecclesiasticamente, il suo vescovo Vittore firma gli atti del concilio di Parigi del IO ottobre 614 e Tello quelli del concilio di Attigny, che ebbe luogo fra il 760-762 (^) ai quali non partecipavano se non vescovi del regno franco : dipendenza quindi nominale puramente. Il testamento del vescovo Tello (15 die. 765) è datato con gli anni di Pipino: tutto prova che la Rezia Cu- riense mai non fece parte del regno langobardo (7). Dunque la moneta carolingica di Coirà non rappresenta la continua- zione di un tipo langobardo: essa è il prodotto di una nuova officina apertavi da Carlo Magno, in quanto che non cono- sciamo nemmeno monete merovingiche attribuibili alla Rezia. Tale punto ammesso in modo sicuro, rimane a spiegarsi perchè Carlo Magno abbia introdotto nella zecca un tipo essenzialmente italico, facendo apparire anche sulla moneta il titolo di Flavia premesso al nome di Coirà, titolo caratte- ristico. L^unico dato che ci sorregga è la divisione dell'im- pero dell'anno 806, per la quale il ducato curiense viene (1) ScHUBERT, Uiilerwerfuiig der Alaniaìinen nìiter die Franken. Stra- sburgo, 1884, pag. 57. (2) Cassiod., Var., I, XI ; VII, IV, Ed. Momniseii, pagg. 20 e 203-204. (3) Procop., Bello goth., I, 14 ; Agathias, Risi., I, 4, 6, 7. (4) Gregor Turon., H. /'., X, 3; Paolo Diac, III, 31. (5) CIL., XIII, 5251. (6) MGH., Conc, I, pagg. 185-192; II, pag. 73. (7) E' quindi una tarda e leggendaria tradizione quella raccolta dalla Chronicii Mediolanensis che mette come paesi retti da Desiderio " Liguriam, Emiliani, Venetiam, Alpes Coriam (sic), Retiam, Tusciam ^ et Sampnitam „. Cfr. Tediz. Cinquini, Roma, 1904, pag. 11. La Genea- logia comitiim Angleriae, altra mistificazione del XIV secolo, spiega " Retia de quo est Coriam „. Stessa ed., pag. 29. 204 dato a Pipino, cioè unito all'Italia (i). Ma d'altra parte os- servo che la moneta di Coirà porta il nome di Carolus rex francorum, è quindi anteriore alla coronazione imperiale del- l'anno 800. Bisogna da ciò concludere che una forma d'unione della Rezia all'Italia aveva già avuto luogo innanzi questa ultima data (2). La coniazione dell'oro alla fine del sec Vili in Italia non è stata dunque qualcosa di eccezionale, un sem- plice perseverare della tradizione langobarda : ebbe invece grande importanza, tanto da condurre alla creazione di una nuova zecca (3); è quindi doloroso che i documenti siano muti intorno al regime monetario italiano durante gli ultimi anni del sec. VIII, o che i documenti a noi pervenuti ri- mangano inesplicabili. Tale è il § 9 del Capitolare di Mantova: De moneta- Ut nullus post kalendas augusti istos denarios quos modo haberi visi sumus dare audeat aut recipere; si quis hoc fe- cerit, bannum nostrum componat. Al capitolare si assegna generalmente la data del marzo 781, ma quale moneta si intendeva con esso demonetizzare ? Il Prou fa un lungo ragionamento per dimostrare che con la disposizione legislativa si intendevano colpire quei de- nari che hanno al diritto la leggenda CAROLVS scritta su due linee, per sostituirvi i denari a monogramma U). Non mi sembra che lo studioso francese sia riuscito nella sua di- mostrazione, e ciò per diverse ragioni. Intanto egli deve am- (i) MGH., Legum, I, pag. i:io e segg.; Capii,, I, pag. 126. Non vidi: U. Stutz, Karls des Grossen divisio voii Bistiim itnd Grafschaft Chiir.^ Historische Anfsàlze Karl Zetimer z. 60 Gebiirlslag... dargebracht. Wei- mar, 1910. (2) Cile fosse unita alla marca d' Italia-Austiia, come sostiene il Baudi di Vesme, Dell'orig. rom. del comitato, pag. 284, noia 51, non so proprio dirlo. (3) La monetazione di Coirà continuò coniando denari sotto Ludo- vico il Pio (Mader, Krit. Beitr., IV, 9) e sotto Ottone I (Dannenberg, pag. 369). Poi dal vescovo Ulrico (1002-1026) ebbe una monetazione ve- scovile (Dannenberg, pagg. 369-371, 501, 672). Coirà fu staccata eccle- siasticamente da Milano dopo l'anno 842, quando Verendario suo ve- scovo è ancora al concilio milanese dell'arciv. Angilbcrto, e prima del- l'anno 847 quando Gerbraco è già al concilio di Magoiiza. (4) Catalogne ruonn. caroL, pagg. viii-xi. 205 mettere che la demonetizzazione del tipo non avvenne con- temporaneamente in Francia ed in Italia, perchè il § 5 del capitolare di Francoforte del 794 chiama " novi denari! „ quelli che Carlo Magno dice portare " nominis nostri no- misma „, cioè il monogramma; tredici anni sono un po' troppi perchè i denari si dicano ancora nuovi. Ma di una nuova moneta parla anche una lettera di Alenino datata del mag- gio 796(1) che il Prou non ricorda; il § 18 del capitolare di Thionville dell'anno 805 indica i denari qui modo mone- tati sunt, e per non perderci a citare tanti esempi documen- tari, ricordo che le carte pistoiesi dell'anno 812 contengono la menzione di " novios denarios „ (2). Che denari sono questi? ancora quelli dal monogramma che il Prou vorrebbe coniati nel 794 o quelli del tipo XPICTIANA RELIGIO ? Che i denari dal tipo del monogramma si siano formati per influsso italiano, lo provano alcuni conii di Treviso (3), che rappresentano una transizione verso tale tipo. Inoltre dei denari con CAROLVS su due linee abbiamo in Italia quattro tipi distinti, quelli col rovescio R F, poi quelli col rovescio R F collegato con altro monogramma, quelli col nome della zecca scritto su una o due linee (LVCA, PARMA, MEDIOL., ecc.) e infine quelli col nome della zecca scritto in monogramma (LVCA, SEBRIO, PARMA). A quale di tutti questi tipi si vuol riferire il decreto di Carlo? A uno solo o a tutti? Come si vede la questione è assai oscura e ben lontana dall'aver avuta una soluzione. Qualche nuovo contributo al problema porteremo nello studio cronologico dei tipi carolingici. (i) Jaffè, Mori. Alciiiniaua, n. 53; MGH., Epist.^ ed. Dtimmler, pa- gina 140. E' importante notare che i denari della nuova moneta servono ad Alenino come una indicazione di peso. (2) Fioravanti, Mem. stor. pistoiesi, doc. pag. 18 ; Zaccaria, Aneciio- t or uni //leciti aevi, pag. 307. (3) Prou, Catal., cit., n. 911. Ripostiglio llanz n. 85-86 catal. Jecklin. Si ritiene anche che il monogramma di Carlo nei diplomi abbia avuto origine dalla imitazione bizantina: cfr. Lechner J., Das mo/iogramtn tn de/i Urkimde Karls des Grossen, in Neiies Arc/iiv, XXX, 1905, pa- gina 702 e segg.; Wolfram G., in Jahrb. d, Gesellsch. fiir Lothringische Gesch. tmd Alierthiimskunde, XVII, 1905, pagg. 346-349; Poole R. L., The Seal and Moiiogra/ii of Charles the Great, in The English Hist. Rew., 1919, pagg. 198 e scgg. 206 Che ad ogni modo ai testi legali non si deve dare se non una importanza minima nello studio della storia econo- mica, lo prova il fatto che quei denari del tipo CAROLVS su due linee che certo sono i più antichi fra tutti quelli coniati da Carlo Magno in Italia, hanno continuato a circolare libe- ramente in barba a tutti i capitolari. Lo prova il ripostiglio di Ilanz, databile al più presto dell'anno 8io : esso conteneva 39 denari di Carlo Magno e di questi tre soli erano del tipo del monogramma, due di Treviso e uno di Pavia I Per di più osservo che il più antico documento italiano dell'epoca carolingica che parli di denari grossi è il lucchese dell'ot- tobre 8oi (0. Ora fra i denari del tipo CAROLVS su due linee e quelli al monogramma, vi è una notevole differenza di diametro e di peso; il termine di grossi non si adatta se non a questi ultimi ed è strano che nessun documento li citi fra le due date 781 e 80 r. Come si vede vi sono non pochi elementi che si oppon- gono all'accettazione della tesi del Prou: cosa tanto più grave perchè così rimaniamo all'oscuro di quando avvenne la riforma ponderale di Carlo Magno e più difficilmente po- tremo studiarne le ragioni. E certo ad ogni modo che Carlo Magno ha continuato in Italia il diritto regio della moneta già vigente sotto i lan- gobardi, senza intaccarlo con strappo alcuno, come per nulla lo intaccarono i suoi successori sino alla fine circa del se- colo IX. Una situazione tutto affatto particolare si presenta però, durante il regno di Carlo per territori non appartenenti al regno langobardo: Benevento, Roma e Venezia. A Bene\'ento il duca Arichi (II), regnante dal 758, bat- teva secondo la tradizione del ducato, delle monete tipo bi- zantino portanti quale unico suo contrassegno l'iniziale A nel campo del rovescio. Caduto il regno Arichi s'intitola (i) Meni, e doc. per servire alla storia del ducato di Lucca, t. pag. 4. iV, 207 principe, e tale titolo appare sulle monete ove alla leggenda dei tempi precedenti " Victoria augustorum „ si sostituisce quella di " Victoria principi „. Le lotte con Carlo e la vit- toria del re franco non hanno lasciata alcuna traccia sulle monete. Morto Arichi nel 788, il figlio Grimuald (III) già prigioniero di Carlo, fu da questi riconosciuto come succes- sore legittimo d'Arichi dietro un tributo annuo, il patto di vassallaggio e il riconoscimento della signoria di Carlo espressa palesemente mettendo il nome di questi sulle mo- nete e sui documenti ('). In conseguenza Grimuald battè delle monete d'oro che portano al diritto il suo ritratto con la leggenda + GRIMVALD, oppure + GRIMVALD DX (dux), e al rovescio DOMS •:• CAR • R e nel campo le lettere GR ; inoltre delle monete d'argento che portano al diritto il mo- nogramma di Carolus rex ed al rovescio quello di Grimoald. 11 beneventano appare dunque come un duca (si osservi bene e non principe come il genitore) che batte una moneta por- tante il nome del re: il vincolo di vassallaggio è chiara- mente espresso. Ma come è noto Grimuald scuote ben presio il giogo franco dopo sposata una nipote dell'imperatore Costantino VI; e dal 793 tiene testa agli eserciti di Carlo. Il nuovo periodo di libertà ben si vede sulle monete, che riprendono il tipo di Arichi con al diritto + GRIMVALD ed al rovescio VICTO- RA •:• PRINCIP con le lettere GL nel campo. Così le monete d'argento portano al diritto il monogramma di Grimuald ed al rovescio BENEBENTV. Nulla più rimane della sudditanza al re franco, del quale come dei suoi successori non appare alcun segno sulle monete di Grimuald IV (806-817), di Sico (817-832), di Sicardo (832-839) e di Radelchis (839-851), le (i) Set prius cum sacramento luijus modi vinxit ut Langobardorum iiicntuin tonderi fecit, cartas vero nummos sui iiomiiiis caracteribus superscribi semper juberet. Accepta deiiique licentia repedandi, a Be- neventi civibus magno cum gaudio, exceptus est {Grintoaldtts). ì\\ snos aureos ejusque nomine aliquamdiu tìgurari placuit. Scedas vero simi- liter aliquanto jussit exarari tempore. Reliquia autem prò nihilo duxit observanda; mox rebellionis jurgium iniliavit. Erchempertus, Ilisi. ìnvi^- ben., e, 4, ed. Waitz, MGH., pag. 236. 208 quali portano liberamente il titolo di PRINCE BENEBENTL È sotto Adelchis (853-878) che riprende la dominazione franca: mentre le monete di questo principe in un primo tempo por- tano solo il nome + ADELHIS PRINCE, dopo la spedizione di Ludovico II (866) esse portano sul diritto + LVDOVI- CVS IMRE e sul rovescio + ADELHIS PRINCES, e più tardi solo il nome dell'imperatore, o quello dell'imperatore e dei- imperatrice Angilberga coi titoli di Augustus e di Au- gusta. Dopo la rivolta del gran langobardo contro l'ignobile giogo franco, è il pontefice Giovanni Vili che tenta stabilire la sua sovranità sopra Benevento: abbiamo in corrispondenza una moneta che reca + ADELGI • PRN e nel centro un mo- nogramma con le lettere lOHA, mentre al rovescio sta il nome della cattedrale SCA • MR. Con gli ultimi principi di Benevento ritorniamo alla monetazione che porta il solo nome del Signore langobardo. A Capua possiamo osservare un fenomeno analogo: le prime monete dei conti di Capua portano il nome dell'arcan- gelo Michele e della città CAPVA: ma dopo la morte di Lan- dolfo (marzo 879) il conte Pandonulf si sottomise a papa Gio- vanni Vili che subito fece battere una moneta portante at- torno al nome della città il suo + IOANNES • PAPA, moneta ricordata anche da Erchempertus (0, che quasi adopera le stesse parole che già usò per narrare che Carlo Magno fece porre il suo nome sulle monete e sulle carte beneventane. A Roma ci si presenta un fenomeno analogo. La zecca dell'Urbe aveva coniato per i re goti e, dopo la restaura- zione del potere bizantino, per gli imperatori d'Oriente. Ciò deve essere durato fino al primo decennio circa del sec. Vili, perchè leggiamo nel Liber pontificalis, nella vita di papa Co- stantino (708-715): hisdem temporibus cum statuisset populus Romanus nequamquam heretici Imperatoris nomen aut chartas (i) Quia Pandonulfus prius se subdiderat dicto papae in cuius vo- camine et cartae cxaratae et nummi figurati sunt. Erchemp , e. 47, ed. Waitz, pag. 254. 209 vel figuram solidi susciperent (i). L'accenno all'eretico impe- ratore deve riferirsi a Filippicus Bardones (711-713) che rav- vivò la controversia dei moneteleti nella sinodo constantino- politana del 712. È noto che i primi saggi di monetazione papale sono le tessere in rame di Gregorio (731-741) e di Zaccaria (741- 752) (2 ; ma monete propriamente dette non ne abbiamo che con Adriano (3) (772-795) il quale batte dei denari d'argento che portano al diritto la dicitura — HADR • • ANVS Px P at- torno al suo busto e nel campo I e B, e al rovescio — VIC- TO-IA DNN .*• attorno ad una croce potenziata con ai fianchi le sigle R e M ed all'esergo la marca dell'oro CONOB. RM è la marca della zecca di Roma come sui tremissi di Co- stantino V e Leone IV. Come si vede è il tipo bizantino che si ripete con l'anacronismo della marca dell'oro su una nìo- neta d'argento. In quanto poi alle sigle del diritto I e B, esse non sono state spiegate in modo soddisfacente: vi si è voluto leggere Imperator e Basileus, oppure Jesus e Basileus. Le medesime sigle Bl le troviamo su monete arabe d'oro che ripetono il tipo imperiale di Eraclio, Eraclio Costantino ed Eracleone (4). Una imitazione diretta dalle bizantine non è ammissibile, in quanto che gli aurei dei tre basilei non hanno mai nel campo le due lettere come le imitate monete arabe: ma invece recano il monogramma di Eraclio con una (i) Lib. poniif. ed. Duchesne, I, pag. 392. (2) Per tutte le monete papali che verrò citando mi riferisco, salva nel caso di altre indicazioni, all'opera del Serafini. Non deve meravi- gliare se le due tessere monetarie sono rettangolari : anche i bronzi di Costantino V (741-755) dalla marca XXX hanno la stessa forma. Cfr. Wroth, Calai. Imp. Byz. Coins^ n. 70-71, pag. 389. (3) Si potrebbe pensare che è attribuibile all'usurpatore Toto duca di Nepi (767) una moneta edita dal Wroth, nel catalogo delle monete vandale, ostrogote e langobarde del British Museum (pag. 153, n. i, tav. XXI, i) che ha al diritto la leggenda y — 1|||| TOTO + ^-^^ '*^" torno ad un busto a d. con paludamento e corazza : al rovescio, attorno ad una croce potenziata, una leggenda senza significato. Per lo siile la moneta appartiene al sec. Vili. (4) Cfr. i cataloghi di Berlino, Neutzicl, cit., n. 21 e di Parigi, I a- voix, cit., n. 26. 2IO delle lettere A, B, I, G, 6, K nel campo, mentre al seguito della leggenda al rovescio VICTORIA AVGG- hanno le lettere numerali da A a I, cioè da i a io. Questi ultimi sono cer- tamente i numerali che contraddistinguono le officine della zecca costantinopolitana; nessun influsso debbono aver avuto sulla monetazione islamica ne è possibile pensare ad una de- rivazione da loro. E stata enunciata l'ipotesi che la marca Bl sugli aurei mussulmani fosse un segno di valore, dello stesso tipo che IB (== 12) sui bronzi bizantini della zecca d'Ales- sandria; oppure che si dovesse leggere Bl come 2.^ indi- zione. La moneta di Adriano non deriva ad ogni modo dal tipo dei tre basilei, bensì da quelle contemporanee di Co- stantino V Copronimo (741-775) coniate in una zecca d'Italia che dallo stile il Wroth vorrebbe fosse Roma. Che la zecca dell'Urbe malgrado la citata asserzione del Liber Pontificalis avesse continuato a coniare in nome dell'imperatore d'Oriente da Filippico a Costantino V lo provano non solo le citate considerazioni stilistiche del Wroth, ma più sicuramente an- cora l'esistenza di un tremisse coi busti di Costantino \' e di Leone IV, posteriore dunque al 751, che porta al rovescio attorno alla croce potenziata la solita dicitura VICTORI AVG-TO (augustorum) e nel campo il segno di zecca di Roma, RM. E sotto lo stesso imperatore abbiamo dei bronzi con il segno XXX e l'indicazione di zecca [R]OM (0. Da ciò si vede come siano tendenziose o volutamente false molte asserzioni del Liber Pontificalis, dove i dati sono sfacciatamente alterati per il fine politico della Santa Sede. Per ritornare al denaro di Adriano e alla marca IB, osservo che le monete bizantine coniate fra Giustiniano II e Costan- tino V non hanno mai segni di zecca nel campo, ma bensì alla fine dell'iscrizione nel rovescio, se provengono dalla zecca di Costantinopoli, secondo la classificazione del Wroth; li hanno invece nel campo al rovescio gli aurei di coniazione provinciale, di Cartagine, di Roma e di Ravenna. Questi segni sono varie lettere (A, B, 6, G, H, I, M, R, S, A, TT, 0) (l) Wroth, Catal. of. the Imp. Byz. Coitis, II, Costantino V, n. 65, pag. 388 e tav. XLV, io. Il tremisse è di bassissima lega, di electron. Per il bronzo slessa opera nn. 70-71. 211 qualche volta la combinazione l€, oppure una stella con una delle lettere I, A, €, H, A, R, o la combinazione RM già ac- cennata. Salvo quest'ultimo caso, tutti gli altri non possono richiamarsi ad iniziali di zecca (non esistendo che Ravenna e Roma), ne a numerali di officine, perchè si arriverebbe a cifre troppo alte: forse sono segni di emissione dei quali il significato esalto ci sfugge e forse ci sfuggirà sempre. In quanto poi ai segni al diritto della moneta e nel campo, questi si osservano sotto Leone III e Costantino V nelle zecche italiane e sono lettere f, C. A, R, A ; oppure due let- tere, ai due lati del busto imperiale, RI, lA e il loro signifi- cato ci è ignoto, ma probabilmente costituiscono una serie di segni di cui qualche elemento solo è giunto fino a noi, e fra i perduti vi era probabilmente il prototipo del segno papale, IB. Questo primo denaro d'Adriano è dunque tutto affatto ancora nella tradizione bizantina. Adriano batte ancora un altro tipo di denari che si al- lontanano dagli esempi bizantini e più si avvicinano alla tes- sera di Gregorio. Essi hanno al diritto su tre linee, tagliate da una croce, la leggenda HADRIANVS PAPA, e al rovescio pure su tre linee, SCI PETRI; questo genitivo fa presupporre l'espressione completa Sci Petri moneta. Tale denaro mostra nel papa il pieno pos^:esso del diritto monetario. Ma appena avviene la conquista carolingica le cose cambiano aspetto: è a Roma che si batte un denaro portante la dicitura sul diritto + CAROLVS REX FR(ANCORVM), attorno al mono- gramma, che continua sul rovescio + ET LANG(OBARDORVM) AC PAT(RICiVS) ROIVI(ANORVM) attorno ad un altro mono- gramma poco chiaro, che io leggerei come una R con due tratti inclinati ai quali sono attaccate le lettere A e fi. Da Leone III sino a Giovanni Vili la moneta romana assume un aspetto che già abbiamo incontrato a Benevento: porta il nome dell' impttratore al diritto in circolo attorno al mo- nogramma IMP, ed al rovescio + SCS PETRVS attorno al monogramma del papa. Considero questa seconda faccia della moneta come rovescio, a differenza di quanto fanno altri studiosi, perchè l'indicazione " sanctus petrus „ tiene il posto del nome della zecca che non è di regola sul diritto. 212 I denari romani assumono quindi l'aspetto completo di un denaro imperiale dove per una speciale concessione, che non sappiamo se avvenuta in seguito ad accordi, appare il mo- nogramma del papa; il tipo stilistico è poi tutto affatto franco, mentre a Benevento era continuato il tipo locale pur con l'iscrizione del nome del nuovo signore. Il nome dell'impe- ratore Carlo appare sui denari del tempo di Leone III; quello di Ludovico il pio da Leone III a Gregorio IV; quello di Lotario da Gregorio IV a Benedetto III; quello di Ludo- vico II da Benedetto HI a Giovanni VIII. Il monogramma IMP del diritto è qualche volta sosti- tuito da PIVS o da ROMA. Giovanni Vili approfitta della de- bolezza degli ultimi carolingi per battere un denaro dal quale scompare il nome dell' imperatore : esso ha al rovescio + ROMA attorno al monogramma papale, e al diritto SCS PETRVS scritto verticalmente ai due lati del busto dell'apo- stolo la cui presenza ci indica il lato più importante della moneta. Ma con l'incoronazione di Carlo III si ritorna al tipo imperiale, apparendo sul diritto + CAROLVS IMP attorno al monogramma del papa. Con Marino I il tipo cambia ancora: al rovescio abbiamo MARINI PP attorno al monogramma di Roma, al diritto + SCS PETRVS attorno al monogramma di Carlo. Con Adriano III e Stefano VI la disposizione è scam- biata ritornando al tipo del diritto con + CAROLVS IMP at- torno al monogramma di Roma e del rovescio con + SCS PETRVS attorno al monogramma del papa. Ma in vacanza dell'impero Stefano batte una moneta che ha al diritto + SCS PETRVS attorno al monogramma papale e al rovescio + SCS PAVLVS attorno al monogramma di Roma. Comunque si voglia considerare la questione, è chiaro che il pontefice non batte moneta con diritti sovrani, ma solo con diritto feudale: come egli deve attendere il riconosci- mento imperiale perchè la sua elezione sia valida così deve mettere il nome del suo signore sulle monete. La moneta di Roma è un caso di coniazione feudale in Italia avanti il X secolo: è evidente che il pontefice mal subisce il giogo ed approfitta della vacanza o della gran debolezza deli' im- pero per cancellare il nome del sovrano dai comi, pronto 213 poi a rimettercelo appena l'imperiale potenza si è rista- bilita (I). Il reddito della moneta romana appartiene al papa: ciò risulta chiaramente dal XV cap. degli atti del concilio di Ravenna dell'anno 877 (2), col quale enumera i beni dipen- denti immediatamente dal fisco pontificio e che non potevano essere dati in beneficio. Se il reddito era papale non lo era il diritto di battere moneta, puramente imperiale ; perchè anche nel suo giuramento (3) l'imperatore riconosce nell'illi- mitata autorità del pontefice quanto a lui apparteneva od ai suoi romani, ma mai in nessun atto egli cedette a questi il suo Diritto monetario. * * Pili semplice si presenta il problema per Venezia. La città lagunare passata dalla reale alla nominale dipendenza dell'Impero d'Oriente, divenuta tributaria dell' Impero Caro- lingio (4), batte nel nome di Hludovicus dapprima di Hlota- rius poi, una moneta di tipo completamente franco e portante (i) Nella datazione dei documenti privati esistono grandi divergenze: le carte di Monte Aniiata per il territorio romano {Arch. Soc. Roin. di St. Patria, XVI) per tutta l'epoca carolingia recano prima il nome del- l'Imperatore e poi quello del papa: così le carte Viterbesi del registro Farfensc. Le carte di Subiaco seguono in un primo tempo la stessa regola (dee. a. 837), per poi invece posporre il nome dell' Imperatore a quello del papa (docc. aa. 850, 857, 866, 876). (2) Concilio di Ravenna^ 877 (Mansi, XVII, 337), § XV : Auctoritate summi judicis d. n. J. Ch praecepimus, decernimus et modis omnibus interdicimus, ut amodo et deinceps nuUus quilibet homo petat patrimonia sanctae nostrae ecclesiae,... videlicet... monetam romanam... sed haec omnia in usum salarli sacri palatii Lateraneusis perpetualiter mancant, ita ut solitos reditus et angarias perpetualiter absque ulla contradictione persolvant. (3) Vedi quelli di Carlo Magno e di Ottone I in Hauck., Kirclieii- gesck., II, 83 e Jaffé, Biblioth., II, 588-594. (4) Cfr. oltre la storia del Kretschmayr, gli studi particolari; Fanta, Die Vertràge d. Kaiser mit Venedig bis ztmi Jahre 98 j, in Mittheil. d. Insi. f. òst. Geschichisf., i.°suppl.eE. Lentz, Der allmahliche Uebergang Venedigs von fakiischer zu nominelkr Abìidngikeit von Bysanz, in Byz. Zeitsch, III, 1894. 214 sul rovescio il nome della zecca. + VENECIÀS o + VENECIAS MONETA nel primo caso, VENECIA nel secondo. La libbra veneta è già citata nel patto dell'anno 840(^1). Quando l'im- pero carolingio declina, e del suo potere meno teme la città, avviene, come a Roma, la scomparsa del nome imperiale: la nuova moneta, pur continundo il tipo franco del tempio, reca al diritto + DS CVNSERVA ROMANO IMP ed al rovescio XPE SALVA VENECIAS (2). Determinare quando questi denari furono battuti e quando vennero sostituiti dagli altri portanti la dicitura '' Cristus imperat „ di cui in seguito dovremo parlare, è cosa assai malagevole : certo la loro epoca non può esser fatta scen- dere, per ragioni stilistiche, oltre la fine del IX secolo. Nel medesimo periodo i documenti veneti sono datati con gli anni degli imperatori di Costantinopoli. Nell'antitesi fra le carte e le monete è tutta la politica veneta la quale mantiene i suoi rapporti con Bisanzio per ottenerne 1 criso- boli che le aprono le porte dei mercati mediterranei; e nel medesimo tempo col tributo all'impero carolingico facilita le concessioni di tutte quelle esenzioni di dazi ed aggravi che le permettono dapprima di penetrare, poi di mantenere una situazione commercialmente privilegiata, nei centri di traf- fico della valle padana. La moneta veneta è battuta in ori- gine certamente come moneta imperiale; poi lentamente, con tutta l'organizzazione del palatium, sfugge alla potestà sovrana per passare esclusivamente sotto quella del doge, il quale si guarderà bene di ricordare in qualsiasi modo tale trapasso abusivo e si farà riconoscere, da Rodolfo nel 925, il diritto monetario come consuetudine datante dai più antichi tempi (3). Per concludere: il principio romano della moneta intesa quale diritto regio fu ereditato ed applicato in massima dai langobardi, e da questi si inspirò Carlo Magno nella sua ri- Ci) MGH. Capa., ir, n. 233, § 34, pag. 135. (2) La forinola ricorda il " Deus adiuta Romanis „ dell'argento di Eraclio nel 615. Cfr. Chron. Alex., I, pag. 706, ed. Bonn. (3) Cfr. il diploma in Schiaparelli, / dipi. Hai. di Liidov. Ili e di Rodolfo II, N. XII. Inoltre Dandolo, in Rr. II. Ss., XII, col. 200 B. 21! forma abolendo la libertà di moneta che vigeva nelle Gallie sotto i Merovingi. I successori di Carlo non seppero mante- nere intatto il principio nei paesi d^oltr'alpe sino alla fine; Io seppero o lo poterono in Italia, imponendo anche il nome sovrano in territori in un certo qual modo esterni al regno, Roma e Venezia. È solo sotto i re d'Italia che il principio viene intaccato ed in breve volgere di anni quasi distrutto : come ciò sia avvenuto dovremo ora vedere. * * * Con un diploma datato del 21 novembre 894 (i) Beren- gario concede ad Egilulfo vescovo di Mantova la moneta pubblica : con altro del 9 gennaio 905 concede alla chiesa di Treviso due parti della moneta pubblica che appartene- vano al fisco (2). Di una moneta mantovana anteriormente al documento berengario non abbiamo notizia alcuna attra- verso testi e carte, ne esemplari in essa coniati sono a noi pervenuti : la sua esistenza è possibile se ammettiamo la tesi che ogni comitato alla fine dell'epoca langobarda avesse la sua moneta, e che tale diritto si sia perpetuato nell'epoca carolingia. Il documento di Treviso ci fa vedere come Be- rengario concede due parti della moneta, quelle cioè che appartenevano al fisco: cede dunque solo il reddito della zecca, e non tutto, poiché le altre porzioni dovevano essere sotto altra signoria che non la regia, probabilmente la comitale. I diritti di Mantova vengono confermati in seguito da un diploma di Lotario del 27 maggio 945, nel quale il re dice: confirmamus S. Mantuane eccl. publicam ipsius civitatis mo- netam a predecessoribus nostris iamdictae sedi concessam : statuentes ut in Mantua, Verona atque Brixia habeat robo- rem et discurrat. Secundum conventum civium predictarum (i) ScHiAPAUELLi. / iliploììii di Berengario /, N. XII. " Monetani pu- blicam ipsius Mautuane civitatis nostri regali dono ibi perpetualiter liabendam concedimus .,. (2) ScHiAPARELLT, op. cit., N. LII, " duas portioncs publicae nionttae " ad cauieraui nostri palatii olim pcrtinentes „. 2l6 urbium constet mixtio argenti et ponderis quantitas (i). Il tracciare Tambito entro il quale doveva aver corso e valore la moneta mantovana, in Verona e Brescia, e quindi anche nei loro comitati, è assai importante; come lo è anche l'in- tervento dell'assemblea cittadina nel fissare il tipo della mo- neta. Il conventus civium esercita alla metà del X secolo un potere che fino ad ora non gli è stato riconosciuto. Si viene dunque formando nell' Italia-Austria uno slesso stato di diritto che si era già sviluppato nella Francia e nella Germania (^): il passaggio della moneta dal fìsco ai vescovi. È in questo stesso periodo che appaiono le più antiche mo- nete di Verona: la prima porta al rovescio il nome della città ed al diritto l'invocazione + HIXPI N0MIN6, poi seguono quelle coi nomi di Ugo e Lotario, di Lotario solo e poi di Berengario IL Del 921 è un documento che cita un Domi- nicus monetarius de Civitate Veronae ^3). Vediamo un pò* l'assieme dei fenomeni monetari che si sono svolti neir Italia-Austria fino a questo momento, perchè possono dar luogo a considerazioni interessanti. Sotto i langobardi abbiamo due zecche sicure, testificate dalle monete, a Vicenza e Treviso: la seconda continua sotto Carlo Magno ed i suoi successori, la prima scompare, a meno che non vogliamo a Vicenza attribuire due denari di Carlo, il primo col nome in due Imee e col rovescio Rex Francorum col segno di zecca V (4), il secondo dal tipo im- periale recante lo stesso segno sotto il busto. Anche se questa attribuzione vogliamo ammettere è certo che dopo Carlo Magno non rimane in funzione se non la zecca di Treviso. Questa funziona evidentemente come zecca della (i) Torelli, Regesto lìiantovano, n. 21. (2) Per la seconda vedi J. Menadier, Dos Miìnzrecht dcr deiiischen Bischófe, in Berliner Munzblàtter, 1910, pagg. 581-585, 604-607. (3) Zanetti, tomo IV, pag. 390. Già però una carta del 920 contiene il passo "... argentum den. bonos spendibiles qualis in illis diebus hic in civitate Verona per caput ambulaverit monete publice den. duode- cim... „. Ardì. Paleogr. ItaL, III, tav. 8. (4) Prou, n. 894. 217 marca, termine che g-ià appare nell'anno 8i8 (i). Sotto Be- rengario Verona viene acquistando sempre piij valore: è la città fedele ove egli trova rifugio ad ogni rovescio di fortuna, è la città forte, chiave d'Italia, come già l'aveva intuita Teo- derico e come meglio la comprenderà Ottone. Sotto il re italico è Walfred conte di Verona che diventa marchese del Friuli (f 896), e sotto Berengario li, nel 952, troviamo già noto il nome di Marca di Verona (2). La cosa certo preesi- steva al nome, e forse il nuovo ordinamento è contemporaneo al sorgere della zecca di Verona, che osserviamo bene, coin- cide quasi con lo spegnersi della zecca di Treviso. Le ul- time monete di Treviso sono battute al nome di Lotario, certo il I; le prime di Verona datano al più tardi del 920 come sopra abbiamo visto, ma probabilmente sono a que- st'epoca anteriori. Forse Treviso ha continuato a coniare per qualche tempo nel nome di Lotario anche dopo la morte del sovrano, fenomicno che può essere sostenuto da quanto avvenne in Francia ove ancora nel sec. XI S. Filiberto di Tournus batteva monete al nome di Lotario. E in epoca in- termedia fra gli anni 855 e 920 che avviene il trapasso Tre- viso-Verona: tutto ciò può farci pensare ad una speciale po- litica di Berengario rispetto a Verona. £ evidente che con la concessione dell'anno 905 Beren- gario cede al vescovo di Treviso non due parti della zecca che nella città più non esisteva, ma due parti di quei red- diti dal fisco ottenuti dalla zecca: e la donazione fors'anche è fatta per allievare il danno od il dolore che il trasporto stesso della zecca aveva prodotto alla città. Certo è che la donazione viene confermata nel 991 e 966 da Ottone III, nel 1014 da Enrico II, nel 1026 da Corrado II, nel 1047 da Enrico III, nel 1065 da Enrico IV, nel 1070 da Enrico V, nel 1142 da Corrado III, nel 1144 da Enrico VI e ancora nel (i) Cadoalum comitem et niarcae Foro iulianensis praefectum. Ann. reg. frane, ad. a. {MGH., Ss., I, 205). Cfr. ancora lo stesso testo ad. aa. 819 e 828, op. cit., pagg. 206 e 274. Nella Vita Hlud., ce. 32 e 42 si hanno i termini di provincia e ducatus. MGH,, Ss., II, pagg. 624 e 631. (2) Contin. Regin., 952; ed. Kurzc, pag. 166. 15 2l8 1154 da Federico I (i), cioè quando la zecca certo non esiste in Treviso. Da quanto siamo venuti esponendo si delinea un rap- porto fra zecca e marca, che pur s'impone anche se con precisione non possiamo afferrarlo; non solo ma ancora una ripartizione dei diritti sulla zecca fra il fisco ed altri poteri. Si è giunti sino al punto in cui pervennero rapidamente tanto la Francia quanto la Germania di battere delle monete si- gnorili? Vi sono dei dati che ciò testificano, e che ora dob- biamo esaminare. Prima di tutto debbo ricordare che molti contratti del X secolo, redatti nella marca veronese, fissano i pagamenti in denari " monetae publicae „ il che fa supporre che cir- colassero anche altri denari che non uscivano dalla zecca di Stato. Ma veniamo ad una carta assai piìj importante. Un documento imperiale di Ottone II, il famoso atto del 7 maggio 983 per gli uomini di Lasize, contiene la frase : et omni hominibus Longobardorum ibidem transeuntibus duos imperiales prò homine auferre (2). H diploma non ci è giunto in originale, solo lo conosciamo attraverso due copie. La prima, eseguita nel 1624 (alTarch. di Stato di Venezia) di- pende da altra copia autenticata il 27 sett. 1270; la seconda (all'arch. di Stato di Verona) è della metà del XVII secolo. Le due copie sono indipendenti e conservano entrambe la voce imperiales: non si può quindi pensare all'influsso del- l'una su l'altra (3). La distinzione delle monete imperiali dalle (i) SicKEL, Urk. O. Ili, nn. 69 e 225 ; Bresslau e Blocx, Urk. H. JI, 11. 3133; Bresslau, Ur/e. K. IL n. 66; Ughelli, V, 511, 5I2 ; Stu.mpf, Ada, n. 466; Ughelli, V, 519; Stumpf, Acta, n. 473 e 480. (2) La seconda delle fonti diplomatiche che sotto accennerò dà la variante accipere. (3) Tatti gii altri documenti che contengono la voce imperiales e che si attribuiscono ad epoche anteriori al Barbarossa, sono stati mal datati dagli editori: così OooRicr, Sior. bresc, V, 36, pubblica nn dcn:. come del 12 marzo 1022 mentre è del 1222; lo stesso autore, V, 76, ne da un altro del 27 aprile 1088 mentre è del 1288; così non può essere del 1069 la carta del monastero di Arona MHP. Chart. I, col. 618, ma certamente del Xlll secolo giacché vi si parla di turonesi e di medaglie. 219 altre è dunque di molto anteriore a Federico di Hohenstaufen^ e può farsi risalire al tempo ottoniano, quando cioè i mar- chesi acquistano una importanza grandissima. Riprova che conferma la verità dell'ipotesi sta nel fatto che il più celebre fra di loro, Ugo il Grande di Toscana, battè moneta in suo nome. Di questi coni abbiamo vari tipi: il primo esce dalla zecca di Lucca giacché ne porta il nome al rovescio + Cl- VITÀTE LVCA, oppure + CIVITATI LVCA. mentre ha al diritto, attorno al monogramma di Ugo, la leggenda + MARCHIO. Il secondo porta il nome di Ugo e di sua moglie Giuditta, avendo al diritto il monogramma con la leggenda + DVX TVSCII, ed al rovescio + DVX IVDITA attorno al nome LVCA. Il terzo tipo esce dalla zecca di Arezzo, probabilmente aperta dal marchese: reca al diritto + MARCHIO attorno al mono- gramma di Ugo ed al rovescio + CIVITATE attorno al nome ARITO ^^). Queste monete, note è vero in pochi esemplari, sono contemporanee ai denari lucchesi degli Ottoni e di En- rico, i denari imperiali della Toscana. Lo stesso fenomeno deve essere accaduto nell'Italia settentrionale se è possibile attribuire ai duchi di Carinzia e Friuli Otto e Corrado, e al duca Burcardo, alcune monete che il Dannenberg volle dap- prima di Breisach poi di Zurigo, ma che certamente non ap- partengono a quest'ultima città e sono di tipo nettamente veronese. In Germania, ricordo, abbiamo comunemente delle mo- nete imperiali e delle monete feudali coniate nella stessa zecca, sia al tempo degli imperatori Sassoni, quanto durante quello della casa di Franconia. Per ora ci basta aver richia- mata l'attenzione sulle non dubbie prove della contemporanea coniazione imperiale e feudale in Italia nel X secolo. Le concessioni imperiali ai vescovi continuarono anche dopo quelle di Mantova e Treviso: fra il 948 ed il 950 è da- (i) Su tutte queste monete si veda Corderò di S. Quintino, Della zecca e delle monete degli antichi march, della Toscana^ in Memorie luc- chesi, XI; Promis D., Monete di Ugo 1 march, di Toscana battuta in Arezzo, in Riv. della num. ant. e moderna, 1, Asti, 1865, pag". 30-32; LnrrzMANN JJ. Scheidemtinze des Herzogsthuuis Lucca, in Num. Zeitung, 1836, pag. 71; 1837, pag- 53- 220 labile un diploma perduto di Lotario, col quale viene con- cesso a Manasse arcivescovo di Milano la moneta della città (0. L'arcivescovo Manasse è una delle più grandi figure del decimo secolo e sulla sua politica abile e grandiosa è inutile ritornare tanto è nota. Imparentato con le più grandi personalità di Provenza, egli già nel 920 aveva avuto da Ludovico l'jus monetae d'Arles(2): ciò forse Taveva adde- strato neir impadronirsi della ricca moneta di Milano. La do- nazione non ha nulla che ripugni in se : non solo è nel ca- rettere e n^lla linea della politica contemporanea (3), ma, quando studieremo l'organizzazione dei monetari milanesi vedremo nello stretto legame fra questi e l'arcivescovo una prova della sua verità. Le monete milanesi dell'epoca non portano alcun contrassegno del potere arcivescovile: erano per il presule una fonte di lucro e null'altro, si da giustifi- care la riforma ottoniana di cui è cenno nell'Annalista Sas- sone (4K Certo è che i denari d'Ottone, gli ottolini, serbano gran fama ancora nel secolo XL così troviamo citati al 9 agosto 1021 a Lucca i sol. de Octo de Papia, nel 11 17 a Barletta i denarios bonos grossos de Oddone, e persino nella Provenza, avanti il 1032, i sol. de Otone (5). Il denaro tì'Ot- (i) Il diploma è ricordato in una bolla di Alessandro III, Totirs, 14 ottobre 1162, per l'Arcivescovo di Milano : J. W. 10764. Cfr. il passo: Preterea monetam qiiani iliustris memorie Lotarius quondam Romano- rum rex beato Ambrosio et pie recordacionis Manasse antecessori tuo eiusque successoribus sicut in ipsius privilegio exinde facto continetur, prò anime sue salute noscitur legiptime concessisse tam tibi quam su- cesoribus tuis auctoritate apostolica nihilominus confirmamus. (2) BM, 1481 : Recueii hisL de Frnme, IX, 686. (3) Gli storici milanesi del medioevo ignorano la donazicne, tanto che nel XIII secolo si è sentito il bisogno di fabbricare il falso diploma di Carlo Magno, i maggio 809, di ampia donazione d'ogni diritto all'ar- civescovo senza specificare la moneta {MGH, Dipi. Caro/., n. 277). Nel XIV sec. Galvaneo Fiamma parla di un privilegio di moneta dato da Teodosio a S. Ambrogio ! (4) Mediolanenses subjugans, monetam iis innovavit, qui numm usque hodie (cirra 1150-1152) Ottelini dicuntur. (5) Reg. capii. Lucca (Reg. Chart. Ita!.), I, n. 102; Cod. Diplom. Sa- 221 tone sta in un certo qual modo al denaro vescovile come r imperiale di Federico Barbarossa sta al denaro comunale. Le concessioni vescovili a poco a poco si estendono : Ravenna, la rivale di Milano, ottiene la moneta con una bolla di Gregorio V del 28 aprile 998 che viene confermata il 27 settembre 999 da Ottone III (i): ma non sembra che l'arci- vescovo abbia fatto uso del suo diritto. Diversamente avviene ad Aquileia: il grande patriarca Popone ottiene in data 11 settembre 1028 un diploma di Corrado II col quale gli viene conferito " licenciam monetam publicam infra civitatem Aqui- legiensem faciendi. Igitur denarios ipsius monete ex puro argento firmiter precipimus fieri et Veronensis monete de- nariis equiperari, nisi prenominatus patriarcha sua spontanea voluntate velit meliorari. Habeantque licenciam omnes nostri regni negociatores in qualibet venali merce ipsos denarios accipere, si tamen fuerint simplices falsitate (2) ,,. Subito egli si affretta ad esercitare il diritto e batte un denaro di cui il tipo è poi seguito, con variazioni stilistiche, per secoli. Più tardi Corrado II (1033?) confermando i diritti della chiesa d'Ascoli autorizza il vescovo a tenere mercato ^^ mo- netam etiam in civitate construere ad componendos nummos cuiuscumque generis ,; (3); nel 1047 Vicenza riceveva il di- ritto di battere moneta del tipo veronese (4); il 16 aprile 1049 Enrico III concede al vescovo di Padova " licenciam et po- testatem monetam faciendi in civitate Pataviensi secundum rese, Vili, n. XXXII ; Cartidaire de l'Abbaye de Lérins, ed. Moris et Blanc, I, pag. 30. In quest'ultimo cartulario una carta del 1094 (pag. 105) parla di den. papiensiurn. (i) Kehr., It. ppnt.^ V, Archiep. Rav., n. 166; Sickel, Die Urk. O. Ili, n. 330. Successiva conferma di Enrico II nel 1014 Bresslau e Block, Urk. K. II, n. 290 bis. (2) Bresslau, Urk. K. II, n. 131. Sul diploma si può vedere quanto scrisse P. S. Leiciit, // denaro del Patriarca Popone d' Aquileia, in Meni. Slor. Cividalesi, 1905, pagg. 50-54. Sulla moneta di Popone cfr. Pusciii A. Un denaro unico del Patriarca Popone di Aquileia, in Riv. Hai. Nuììtisin., 1914. Pa?g- 395-402. (3) Bresslau, Urk. K. II, n. 203. (}) Brunati, Re nuììi. Palav., cap. Vili. -222 pondus veronensis monetae sibi suaeque ecclesiae perpetua- liter concedimus atque permittimus et ut certior auctoritas huius nostrae concessionis videatur in una superficiae dena- riorum nostri nominis et imaginis impressionem, in altera vero ejusdam civitatis fìguram imprimi iussimus (i) „; il 27 giugno 1052 lo stesso imperatore conferma alla chiesa di Arezzo i possessi ed i privilegi fra i quali " in ipsa aritina civitate licentiam percutiendi denarios cuiuscunque monetae voluerit, secundum antecessorum nostrorum imperatorum piissimam largitionem (2) „, e fra il 1056 ed il 1105 è data- bile un diploma perduto di Enrico IV che concede la mo- neta al vescovo di Piacenza (3). Con l'affievolirsi e poi l'annullarsi pratico del potere im- periale nella seconda metà del secolo XI, si rendono inutili i diplomi di concessione. Nel fatto i vescovi si impadroni- scono della moneta e quando il potere del vescovo-conte cede passo a passo innanzi alla nuova forza comunale, è al comune che appartiene la moneta. La reazione non avverrà se non all'epoca federiciana: ma ciò appartiene ad altro pe- riodo al di fuori dei limiti cronologici che ci siamo fissati. Venezia che aveva battuto la moneta al tipo del tempio, con le diciture DS CVNSERVÀ ROMANO IMP al diritto, e XPE SALVA VENECIAS al rovescio, trasforma in seguito questo tipo segnandolo al diritto con la leggenda + CRISTVS IM- PERAI e ponendo al rovescio il solo nome di VENECI scritto al posto delle colonne del tempietto tetrastilo. Quando sia avvenuto il passaggio dall'una forma all'altra non si può dire: certo è che mancano per Venezia i denari al nome di (i) Gloria, Cod. dipi. Padov., doc. n. 152. (2) Pasqui, Docc. per la storia della città di Arezzo, doc. n. 177. I diplomi anteriori non fanno però cenno di tale diritto. Non si dimen- tichi però che una zecca era esistita In Arezzo sotto il marchese Ugo. (3) E' ricordato nel diploma di Corrado del 1140 edito anche recen- temente in Falconi P., Le monete piacentine. Piacenza, 1914, pagg. 93-94. 223 Ottone e che questi descritti ne tengono il posto. E con Timperatore Corrado che il nome del sovrano ritorna ad ap- parire sulle monete venete : conservando lo stesso rovescio ultimamente descritto, al diritto delle nuove monete appare dapprima + CONRAD' IMPER', poi, sotto Enrico III, + EN- RICVS IMPER. Con Enrico IV o V cambia anche il rovescio: al semplice nome della città ed al tempio tetrastilo viene sostituito il nome del Santo protettore + S MARCVS VENECIA e il busto dello stesso santo. Una notizia riportata dal Dan- dolo (2) riguardante la coniazione di una moneta al nome del doge Orso Orseolo (1030-31) deve ritenersi falsa: perciò la monetazione di Venezia durante il secolo XI non si diffe- renzia per nulla da quella delle altre città lombarde che bat- tono tutte al nome imperiale. E solo al tempo del Barba- rossa che Vitale Michiel (1156-1172) conia dei denari col suo nome, cioè al diritto • V • MICHL DVX • ed al rovescio -f • S • MARCVS VHE attorno al busto del Santo: si apre così la serie delle monete dogali. La coniazione di V^enezia non presenta nulla di partico- lare, se escludiamo il periodo ottoniano e dei cosidetti re d'Italia quando il nome del sovrano non appare sulle monete, da quella delle altre città dell'Italia settentrionale: batte cioè in nome dell'imperatore, liberandosi da questo vincolo solo quando le regalie, e quindi anche la moneta, passano dal so- vrano ai comuni. Ben pili complesso si presenta il problema per Roma : Formoso, Stefano VII, Romano e Teodoro battono moneta (891-897) al nome di Guido, di Arnolfo e di Lamberto im- peratori. Le monete recano generalmente al diritto il nome dell'imperatore scritto attorno al monogramma di Roma, e al rovescio il nome SCS PETRVS attorno al monogramma del papa: per un solo caso, sotto Formoso, tale rovescio (2) Ilic urbem Gradensein et ccclesias reparat, et monetam parvain sub ejiis noiiiitie, ut vidhnu^, excudi fecit. Dandolo, /US., XII, pag. 240. 224 presenta il nome FORMOSI PP attorno al busto dell'apostolo fiancheggiato dalle lettere SP. Una variazione troviamo con Giovanni IX (898-900): al diritto vi è il nome dell'imperatore Lamberto scritto attorno al monogramma del papa, e al ro- vescio il busto dell'apostolo con a fianco la dicitura SCS PETRVS scritta verticalmente. In vacanza dell'impero (900-903) Benedetto IV riprende il tipo dei due apostoli col diritto + SCS PETRVS attorno al monogramma del papa e col rovescio + SCS PAVLVS at- torno al monogramma di Roma; poi con Ludovico III (dopa 901) sostituisce al nome di Paolo quello dell'imperatore. In- fine adotta un terzo tipo sostituendo al monogramma di Roma la dextra dei. Cristoforo conia col secondo tipo di Benedetto. E l'energico Sergio III (904-911) che introduce più pro- fonde variazioni nel tipo monetario. Una prima sua moneta reca al diritto + SCS PETRVS attorno a p ; al rovescio + LODOVVICVS IVP attorno al monogramma PIVS: deve esser stata coniata nel 904, avanti l'accecamento di Ludovico. Il nome di Berengario non appare sulle monete di Sergio che invece presentano dei tipi nuovi e interessanti. Dapprima la leggenda SER + Gì • PP attorno al busto del pontefice, mentre al rovescio abbiamo + SCS PETRVS con RO . nel centro. L'introduzione del ritratto papale sulle mo- nete è assai importante, visto come in quest'epoca sono rari gli stessi ritratti imperiali: è il diritto di piena sovranità che viene esprimendosi sempre piii chiaramente. Un terzo tipo R I O delle monete di Sergio reca + SERGIVS PP attorno a — r ^ M I A mentre il rovescio porta il busto di S. Pietro fiancheggiato dalla dicitura SCS PETRVS su due linee verticali. Poi prende il sopravvento il nome della città; abbiamo cioè al diritto + RO •:• MA attorno a S «E e al rovescio il busto del santo con le lettere SP. Una variante ha il nome papale in mono- gramma. Un ultimo tipo di Sergio ha al diritto la leggenda + SALVS PATRIAE attorno al monogramma del papa e al 225 rovescio il solito + SCS PETRVS attorno al monogramma di Roma. Il successore di Sergio, Anastasio (911-913) riprende il quarto tipo del suo predecessore, quello col nome di + RO •:• MA • Giovanni X (914-928) avendo riconosciuto Berengario, mette il nome dell'imperatore sulle monete secondo due tipir nel primo + BERNEGARIV MP sta scritto attorno a ^--? M j A. mentre al rovescio abbiamo il busto dell'apostolo con a fianco lOH e S PETRS scritto su due linee verticali, nel se- condo + BERNEG-ARIV PP (?) attorno a lOHANS PA scritto in monogramma, mentre al rovescio è + SCS PETRVS attorno al monogramma di Roma. Ma morto Berengario e succedu- togli Rodolfo, questo non viene riconosciuto sulle monete: il conio reca infatti al diritto + SCS PETRVS attorno a lOHANS PA in monogramma mentre il rovescio ha una leg- genda quasi incomprensibile e rovescia B^SD attorno R O alla rappresentazione di un edificio con scritto a fianco ., 7. MA Con Giovanni XI (931-935) abbiamo al ^ + IOH(ann)ES P attorno alla dicitura A e al rovescio + SCS PET(rus) at- PAE torno al monogramma di Roma. Ma sotto questo pontefice un'altra autorità mette il suo nome sulle monete: è il potente Alberico II principe e senatore dei romani. Abbiamo al di- FI ritto + ALBRIC + PRICIP attorno alla dicitura ERI e al ro- IV ^ Ilo vescio + SCS PETRVS attorno a l + E oppure . Sotto O ^ I ^ Marino II (942 946) il diritto ha + ALBER •••• PRI attorno al monogramma di Roma e il rovescio + SCS PETRVS attorni al monogramma Marino. Sotto Agapito (946-955) abbiamo i seguenti tipi : P I — Al diritto + ALBERICVS attorno al monogramma _^ V e al rovescio il busto dell'apostolo con la dicitura. + SCS PETRVS. 226 :2 — Al diritto + AGAPITVS PA attorno al busto dell'apo- stolo e al rovescio + SCS PETRVS attorno al mo- nogramma di Alberico (i). Queste monete debbono trattenere la nostra attenzione. La nostra dicitura FIERI IV(ssit) ci ricorda quella che, con un diritto di Honorius (2), coniò il re svevo Richiar (448-456) con la leggenda IVSSV RICHIARI REGES (sic, in luogo di regis) forse alla zecca di Braga; o quella arabo-latina di Spagna IN NOMINE DOMINI IVSSIT MVSE AMIRAS (697-715), e corrisponde a fieri fecit; Alberico così non solo pone il suo nome al posto di quello imperiale, ma afferma in un modo sin qui inusitato, il suo diritto di moneta. Un parallelo lo troviamo nella coniazione già accennata dei marchesi di Toscana: sono questi i rari ma significativi esempi di una monetazione signorile in Italia. P Qualche dilficoltà offre la lettura del monogramma ^ \^ o V sulla moneta del tempo di Agapito. Alcuni lo lessero Aga- pitus (3), altri Patricius (4), basandosi sul fatto che questo ti- tolo è attribuito ad Alberico dalla Yitae pontificum e da Flodoardo. Certo è che col declinare del grande signore, il papa ri- prende il suo diritto e il suo nome dapprima confinato in (i) Sulle monete di Alberico si veda Gregorovius, Die Mitnzen Al- berichs des Fiirsten und Senators der Romer^ in Sitztingsber. d. K. Bayer Ak. pliiì. KL, 1885, pagg. 27-45 ^ ^- LA.BRUZZT, Di una nioueta di Albe- rico principe e senatore dei Romani^ in Ardi. Soc. Roni. Storia Patria, 1912, pagg. 133-149- (2) Cohen, Vili, n. 29 di Onorio. (3) ViGNOLi. De antiquioribiis pouf. rom. dcn.; Fioravanti, Aniiq. poni. rom. den.; Cinagli, Le iiionete dei papi, pag. 9; Promis, Alon. dei rom. pont.; Gregorovius, op. cit. ; Serafini, Monde e bulle pi. del me- nagi. Val. (4) ScHEDio, Origines Giielficae, Hannover, 1750, pag. 129; Carli, Ant. Hai., IV, pagg. 70-71 ; Provana, Studi critici, pag. 143; Keiir, op. <:it., pag. 469; Labruzzi, op. cit. 227 un semplice monogramma si stende di nuovo interamente sulla moneta e quello del senatore dei romani si rattrappisce in un semplice monogramma. Così il nome del papa si era affievolito innanzi a quello degli imperatori. Con Giovanni XII (955-963) abbiamo due tipi di monete: il primo, anteriore al 962, porta al diritto + DOMNVS lOHA oppure + DOM IOANES attorno a PAPA in monogramma, e al rovescio + SCS PETRVS attorno a ROMA in monogramma oppure ad una stella ad otto raggi (i). Ma coronato impe- ratore Ottone il Grande il suo nome ritorna sulle monete romane : i tipi sono due. Nel primo abbiamo al diritto il ri- tratto di Ottone circondato dalla leggenda + OTTO IMPE- RATOR, al rovescio + DOM lOHANNES attorno a PAPA m monogramma: nel secondo abbiamo + DOM lOHS PAPA at- T torno a O O e al rovescio + SCS PETRVS attorno alla mano T divina. Certo fra i due tipi sui riguardi della sovranità, vi è una sfumatura ben percepibile. Con Leone Vili (963-965) appare un nuovo tipo: al diritto + DOM LEONI P attorno a M O I T R O e al rovescio + SCS PETRVS attorno a ^ — _ : un al- A ^ ' ' tro tipo reca + LEONI PAPAE OTTO cioè " Ottone al papa Leone „ stabilendo bene la preminenza del potere imperiale sul papale. Con Giovanni XIII (963-972) abbiamo tre tipi di- versi ; il primo ha al diritto : I O H S PAPA OTTO e al rovescio + SCS PETRVS attorno al monodramma di T Roma. Nel secondo abbiamo il monogramma T O con la O leggenda circolare + lANNES PAP e al rovescio + SCS PE- (1) CtV. Kkiir in (JiielUìi mui f-'orschuìt^eii^ \\ [)a TTs i/C£',|7Ìvov e nulla ci induce a negargli un valore storico. E se si pensa che nel periodo in cui visse Dionisio I vi poteva essere l'origine di quell'abitudine generalizzatasi nei sovrani ellenistici e romani a richiamare una vantata parentela di- vina ed a farsi rappresentare con gli attributi del dio da cui dicevano di essere discesi, non reca meraviglia se Dionisio il Vecchio abbia scelto lo schema di Dioniso in omaggio forse al richiamo offerto dal suo nome. Un esempio di ri- tratto ellenistico, con attributi di Dioniso conservato al Va- ticano, può anche darci un'idea parziale della statua in pa- rola (2). Abbiamo visto che la statua di Gelone era nel tempio di Hera in Ortigia e le altre dovevano essere situate nei recinti sacri di altri tempi e nell'agorà e distrutte una volta furono sostituite da altre. Il forum maximum di Acradina, forse V ornatissìmum prytaneum di Cicerone <'3), era adorno di GToal e di j^o'/iiy^aTTrifia, ricchi senza dubbio di statue ono- rarie, fra le quali è naturale che dovessero trovare posto, fra quelle di legislatori e di strateghi, altre di tiranni. Disgraziatamente tutte queste statue andarono perdute; (1) El., V. h., VI, II, (2) Hellig-Amelung, Fiirer, I, pag. 157, v. 245; Amelung, Vatik. KattiL^ I, pag. 528, n. 338, tav. 72; cfr. anche Arindt-Bruckmann, Griech, li. Ròm. Portrdts^ \\w. 489, 420 (ritratti di Demetrio Poliorcete e Se- leiico 1 Nicatore). (3) DiODOR , XIV, 41; Cic, in Verr.^ IV, 119; Holm-Cavallari, To- pogr. arch. di Siracusa, pag. 247. per avere i ritratti di questi tiranni sicelioti bisogna ricorrere alla numismatica. È cosa generalmente saputa che le monete devono considerarsi i più sicuri documenti locali della pla- stica. Fin dall'epoca di Agatocle e successivamente nel pe- riodo della dominazione degli ultimi tiranni siracusani, le mo- nete dimostrano una forte influenza deirarte alessandrina per i rapporti di parentela con i Tolomei e per i caratteri stilistici. Infine sotto il regno di Cerone II, quasi tutte le monete portano sul diritto il ritratto del tiranno, seguendo così la moda di quel tempo (i). Non è così per i tiranni sicelioti piìi antichi, come Anas- sila, Gelone I, ecc. ; in quell'epoca non era stato ancora in- trodotto sul diritto delle monete il ritratto del principe nel vero significato della parola ; il quale ritratto doveva trion- fare nel periodo ellenistico. Tuttavia, verso il 490-480 a. C, certe figure su alcune monete, benché isolate, fanno sospet- tare che vi fu un tentativo d'incidere e rappresentare il ri- tratto di qualche tiranno siceliota di quell'epoca. Premesse queste considerazioni, crediamo opportuno di procedere alla disamina dei ritratti dei tiranni sicelioti, che si vedono sulle monete dell'antica Siciha, facendo tesoro delle attribuzioni del p. Giuseppe Romano (2), che fu il primo ad occuparsi dell'importante questione con una dotta monografia, pur troppo poco conosciuta dagli odierni cultori di numi- smatica siceliota, forse perchè pubblicata in un periodico che ebbe poca diffusione specialmente all'estero. (1) Ctr. Imhoof-Blumek, Portràtkopfe. auf antiken Miinzin hcll. u. hellenisierter Vòlker, Leipzig, 1885, dove sono raccolte tutte le monete con i ritratti dei principi greci. (2) G. Romano, Iconografia numismatica dei tiranni di Siracusa, in Atti dell' Accade IH ia di scienze e lettere della Sicilia, Palermo, 1859, pagg. 1-28 con una tavola. 8 ANASSILA. ^ — Biga tirata da due muli (à-rivr.) al passo : l'auriga seduto sul carro, i ginocchi all'altezza del petto, tiene le redini con tutte e due le mani ; Nike vo- lando a destra al disopra dei muli, li corona; al- l'esergo una foglia di alloro. Cp. I^ — MESSENION Lepre fuggente a destra; sotto un ramo d'alloro. Cp. CBM, pag. lol, n. i8 ; Hill, Coitis of aticient Sicily, tav. I, 14; Hill, Hi- storical greek coius. n. 15 ; Hfad, Hisf. Nitmoritm^, pag. 153. AR, tetradraninia (Parigi). ^ — Stesso tipo di biga, senza la Nike nel campo. Cp. ^ — MESSENION Lepre fuggente a destra. Cp. Babfxon, Traile. 11. 2214, tav. LXXXII, fi^. 13; Hkad, Hii^t. Numorum'^ pag- 153- AR, tetradramma (Parigi). B" — Stesso tipo di biga, senza la Nike nel campo e la foglia d'alloro nell'esergo. Cp. Ri — MESSENION Lepre fuggente a destra. Cp. Hill, Coins, tav. I, 13; Hill, Historical, n. 14; Holm, Storia, n. 24, tav. I, 17; Head. Htst. Nnmortim-, pag. 153. AR, clidramma (Londra). Il Babelon, esaminando le monete di questo tipo (i), ta notare che, se si osserva con attenzione la piccola figura seduta nella biga tirata dai muli, vi si riconosce, non su tutti i pezzi ma sugli esemplari di scelta, un profilo che non si può assolutamente considerare come banale. Ed in effetti l'illustre numismatico francese ha pienamente ragione; la barba a punta dell'auriga, il suo profilo energico, la ten- sione del suo sguardo danno l'impressione di un tipo con- creto e personale. Ma c'è anche di piìj ; questa stessa figura di auriga seduta nella biga comparisce sulle contemporanee monete di Regio (2). Ora questo fatto dimostra che la rap- presentazione dell'auriga barbuto sulle monete di due città dipendenti dallo stesso tiranno non è né casuale né inciden- tale e deve certamente contenere un significato, ad onta che un solo artista abbia inciso le figure sulle monete messene e regine. Noi sappiamo che Anassila, tiranno di Reggio, nei tre- dicesimi giuochi olimpici negli àywvs; itutsi/.oì riportò la vittoria ( I ) Babklon, L'iconographie et ses origines daiis les types monétaires grecs, in Rev, Numism., Paris, 1908, pag. 175. Nella tav. IV, fig. 11, la figura assisa è riprodotta ingrandita. (2) Carelli, Nttm. lialiae veter., tav. CXCIF, 1,263; Babelon, Traile^ 1, tav. LXXI, 13, 14 e 15. IO nella corsa dei carri tirati dai muli e quindi fece coniare, m ricordo di questo successo, le monete che hanno il tipo del- rà-TiV'/i (i). Dal momento che questo gruppo di monete riveste il carattere di monete storiche e commemorative, non può- arrecare meraviglia che Anassila, tutto pieno di orgoglio per questa vittoria, abbia ordinato la coniazione di molti esem- lari di scelta di queste monete, in cui l'auriga rappresen- asse sé stesso e quindi fosse un vero suo ritratto. Si potrebbe obbiettare sulla iconologia del diritto, so- stenendo che difficilmente si può provare questo fatto, attesa la piccolezza della figura assisa e della testa. Ma d'altro- canto si fa notare che, a parte che si osserva ad occhio nudo il profilo dell'auriga, il Babelon con il valido sussidio degli ingrandimenti fotomeccanici ha risolto la sottile quistione della differenzazione degli esemplari di scelta ed è perve- nuto a risultati che sembrano accettabili. Non bisogna poi dimenticare che in quel tempo compa- riscono i così detti darici con i ritratti dei re persiani (^), la cui classificazione cronologica è stata diffusamente trattata dal Babelon (3). Su queste monete persiane non vi è un ri- tratto nel significato vero della parola, ma una figura di un uomo barbuto inginocchiato, che allude ad un avvenimento storico, che qui non è luogo di ricordare. 11 tipo di questo darico persiano comparisce sotto il regno di Dario I (521- 486 a. C.) (4) e, data la diffusione di queste monete nel mondo ellenico, non può meravigliare se Anassila abbia voluto imi- tare tale coniazione, facendo incidere la propria figura assisa in quella biga, che riportò la vittoria ad Olimpia. (i) Arist., in Polluce^ IV, 12, 75. (2) Macdonald, Coin types their origin ami developement^ Glasgow,. 1905, pag. 150; Head, Hist. Num}, pagg, 827 e segg. (3) Babelon, Mèlaiiges numisììiatiqucs, IV serie, Parigi, 1912, pa- gina 254 e segg. ; idem, Traile, I, pagg. 262-64. (4) Hill, Historical greek coins, n. 11, pagg. 26-29. II GELONE I. B" ^ CEAAI (retrogrado). Il fiume Gela sotto Taspetto di una protome di un toro a testa umana barbuta a destra. Cp. Personaggio in una quadriga al passo a d. ; egli è barbuto e vestito di un chitone talare ; tiene la verga e le redini ; Nike vola a d. al disopra dei cavalli, tenendo una benda con le due mani. Cp. Babelon, Traile^ n. 2302, tav. LXXVII, 9; Head, Hist. Numr, pag. 140. AR, tetracirainiiui (Paiigi, De Luyncs). ^ — Stessa leggenda e stesso tipo. I^ — Stessa quadriga. Cp. Babelon, Traile, n. 2306, tav. LXXVII, 13. AR, tcti adi annua (Parigi). & — Stessa leggenda e stesso tipo. Cp. ■^ — Stesso personaggio in una quadriga. L^auriga volta indietro la testa. 12 Babelon, Traile, n. 2304. tav. LXXVII, 11 ; Head, Hist. Nttnir, pag. 140; HoLM, op. cit., n. 72, tav. I, 12. AR, tetradramma (Parigi, De Liiynes). Altri esemplari: Babelon, Tratte, nn. 2303, 2305, tav. LXXVII, io e 12. Alla morte d' Ippocrate nel 491 a. C, il suo principale cooperatore, Gelone, figlio di Diomede, prese il potere di \ Due aquile a sinistra su una lepre a sinistra; l'ul- tima con le ali aperte attacca la preda; la prima con le ali chiuse ed il collo rialzato. •CBM, pag. 20, nn. 131-132; Hill, Coins of an. Stci(y, pag. 165; Head, Hist. Niim}, pag. 123 ; Salixas, Le tnonefe dell'iiniicn Sicilia, tav. XI, 15. AE. (Parigi). Altre monete con la stessa testa: CBM: prig. 20, n. 133; Salinas, op. cit., tav. XI, i5. (i) Babelon e Tn. Reixacii, Reciietl i^éncreì des niounaies d'Asie mi- neurc, I, pag. 28, n. 4 (Amisos) e pag. 195. n. 62 (Sinope); Head, His/. Numonim*, pag. 502 (2) Imhoof-Blumek, Moniiniis grecqites, pag. 564 ; idem, Portralkópfe^ pag. 34; idem, Griech. Miinzen, in Abhandl. Akad., Miiiichen, 1890, pag. 652. (3) CuMONT F., Le Perseo d' Amisos, in Revtie arc/iéol., 1905, pagg. 184- 185, figg. I e 2. (4) Winter, in Jahrbiich de^ Insti tiits, 1894, pagg. 2 15 e segg. (5) Six., in Ródi. Mittìvil.^ 1895. P^gg- 180 e segg. i8 Dopo la caduta di Agatocle, dei tiranni particolari erano^ sorti in quasi tutte le città di Sicilia; Agrigento venne go- vernata da Finzia dal 287 al 277 a. C. Questo tiranno fondò sulle sponde del mar d'Africa una città alla quale diede il suo nome e dove trasportò gli abi- tanti di Gela, di cui demolì le mura e le case. Egli cinse la nuova capitale di bastioni, vi edificò un*agora ed alcuni tempi ; ma le sue crudeltà lo fecero detestare da tutti i po- poli a lui soggetti. Essi scacciarono le sue guarnigioni, come gli Agiri ne avevano dato l'esempio. Poco dopo egli morì. Diodoro (i) racconta un sogno di Finzia che gli prediceva la sua fine. Egli credette di vedere un cinghiale, a cui dava la caccia, rivolgersi e dargli la morte con un colpo delle sue zanne. Quel frammento non dice altro ed è probabile che Diodoro narrava poscia la morte di Finzia, della quale quel sogno poteva parere un presagio. Con Taiuto di questo passo Diodoro, si spiega l'introduzione del tipo di talune monete di Finzia sulle quali vedesi un cinghiale (2), per com- memorare questo sogno e per propiziarsi Artemide, alla cui ira il tiranno probabilmente era andato incontro. Riguardo alla testa delle nostre monete bisogna osser- vare che il P. Gardner e THead la ritengano come Apollo e l'Hill come Apollo od Ares, mentre il Salinas (pag. 30) la considera '^ come una testa giovanile imberbe con lunghi capelli coronati d'alloro „, non volendosi pronunziare sulla denominazione. Ma evidentemente i numismatici non hanno voluto dare peso al fatto che già in Sicilia cominciava ad introdursi la moda del ritratto del principe sulle monete e che Finzia poteva essere tentato dal proprio orgoglio a fare incidere la propria effigie sotto le spoglie di un dio. Chi os- serva con attenzione il diritto di queste monete si accorge subito che ci troviamo di fronte ad un ritratto concreto e reale, che non può essere attribuito altro che a Finzia, come lo comprova la leggenda e mai ci troviamo di fronte ad un ri- tratto ideale, che potrebbe essere attribuito a qualche divinità. (1) DioDORo, XXXII, 7. (2) CBM, pag. 20, nn. 135-139; Imhoof-Blumer, Moìiiiaies grecques,. tav. A, 16; Head, Hisf. Nitnioruni- pag. 123. 19 PHTHIA, MADRE DI Pirro. ^ — O0IAI Testa velata di Phthia. 9 — Fulnìine. Gardner, T/ie lyPts, tav. XI, 27; IIolm, op. cit., n. 462; Hill, Coins of (me. Sicily, lav. XII, 5; Hkad, Hsst. Nuniontfn-, pag. 324; Imhoof- Bll'mek, Poriràlkópje^ P^^o- 20. AE. (Parigi). Questa moneta venne coniata durante la dominazione di Pirro in Sicilia. Il Raoul-Rochette (i) crede che la testa del diritto di questo bronzo sia quella di Giunone, altri scrittori hanno creduto di riconoscere nella testa una personificazione ideale del distretto Phthia nella Tessaglia, da dove Pirro scoperse Torigine della sua razza ed infine T Hill (2) è d'av- viso che si tratti senza dubbio del ritratto idealizzato di Phthia, madre di Pirro. Ma quasi tutti i numismatici sono concordi nelFaccet- tare l'opinione che la testa velata su questa moneta sia il ri- tratto di Phthia. Il fulmine è simile a quello che si trova sulle monete di bronzo di Agatocle ; soltanto esso non è alato. PIRRO. ^ — iVPAKOIinN Testa di Pirro a sin. sotto le spoglie di Ercole giovane con la pelle di leone. Cp. (i) Raoul-Rochette, Méiiwire^ sur les médailles sicilienuts de Phyr- rhus, in Mént. de l'Accad. des Inscr., T. XIV, 2, Paris, 1840, pag. 253, (2) Hill, op. cit., pag. 162. 20 9 — Atena Promachos a d., indossando lungo chitone con il diploidion, e clamide sulle spalle, lancia nella mano destra e nella sin. lo scudo. CBM, pagg. 206-207, nn. 493-506; Hill, Coins 0/ nìicicni Sici/j', pag. 16^, fig. 46; Head, Co/;/, of Syracuse, tav. X, ji ; idem, His/. Nttmo- riini^^ pag. 183. AE (Parigi), Pirro sosteneva già da due anni e quattro mesi la guerra contro i Romani, quando i deputati di Sicilia vennero a chia- marlo in loro aiuto contro i Cartaginesi, dicendo che le città ■di Siracusa, d'Agrigento e di Leontini erano pronte a rice- verlo. Pirro venne in Sicilia, dove vinse i Cartaginesi ed oc- cupò quasi tutte le città e vi dimorò dal 278 al 275 a. C. In quest'anno gli affari del re d'Epiro declinavano in Sicilia, <:|uasi con la stessa rapidità con cui avevano in sulle prime prosperato ed i suoi alleati d' Italia lo supplicavano di ritor- nare in loro aiuto. Egli colse premurosamente un pretesto per lasciare un paese dove le sue speranze erano andate a vuoto. Queste monete furono emesse durante la permanenza <3i Pirro nella Sicilia e alcune furono riconiate su bronzi di Agatocle. L'Atena Promachos del rovescio è l'Athena Alkis di Macedonia, che per la prima volta comparisce su monete <;oniate da Tolomeo Soter in Egitto per Alessandro, il figlio "di Rossana, indi sulle monete d'argento di Pirro coniate du- rante la sua campagna italica e siciliana. La testa sul diritto •è evidentemente quella del re d'Epiro, sotto le spoglie di un Ercole giovane. Non può recare meraviglia questo fatto <^uando si sa che Alessandro il Grande abbia fatto riprodurre il suo ritratto sulle monete sotto le spoglie di questo eroe in anni anteriori all'epoca di Pirro. 21 CERONE II E FILISTIDE. ^ — Testa di Gerone II sbarbata con diadema a sin. ; dietro di essa una spiga di grano, o una stella, o qualche altra figura ; sotto qualche volta la let- tera O. Cp. ^ — BAIIAEOI • lEPHNOZ Quadriga a destra con Nike che la guida; nel campo qualche volta una stella; sotto o E o K. CBM, pagg. 209-10, nn. 524 25 ; Head, Coin. of Syracuse, XI, 3, pag. 63; Coiiì. arte, 46, 31 ; Holm, op. cit , n. 473, tav. VI, 6; Hill. Handbook^ tav. XI, 6; Hill, Coins of an. Sicily, tav. XIII, 5; Head, Hist. Nn- moriim^ pag. 184, fig. 107. AR. 32 litre (Parigi). ^ — Simile testa laureata di Gerone a sinistra. ^ — lEPHNOZ Cavaliere armato al galoppo a destra. CBM, pag. 215, \\v\. 565-577; Head, Com. oj Syracuse, tav. XII, i; Holm, op. cit., n. 480 ; Head, Hist. Numoruni^, pag. 185 ; Hill, Coins of mie. Sici/y, tav. XIII, ix. AE (Londra). 22 ^ — Simile testa di Cerone a sin. con diadema. Cp. 9 — La stessa leggenda e lo stesso tipo di cavaliere. CBM, pag. 216, nn. 578-597; Head, Coiti. 0/ Syracuse, tnv.XU, 2; Holm, op. cit. n. 481; IIkad. His/. A^'/Uficnon-, pag. 185. AE (Parigi). /B' — Simile testa di Cerone a sin. con diadema. Cp. J^ — lEPflNOI Biga a destra guidata da Nike, che porta le redini in ambedue le mani; i cavalli al galoppo. CBM, pagg. 216-217, un. 578-597; Head, Coin. of Syracuse, tav. XII, 3; Holm, op. cit., n. 482; nr:.\n, ///s/. Nu///onifn^ p:ig. 185; Imhoof- Blumkh, Porlralkòpfe^ t..v. II. 20. AE (Parigi). ^ — Testa della regina Filistide con diadema; l'occipite è coperto di un velo. Cp. ^ — BAIIAIIIAZ 0IAIZTIAOI Quadriga guidata da una Nike alata. CBM pagg. 212-214, nn. 540-558; Head, Coin. 0/ Syracuse, tav. XI, 7-9, Coin. anc, tav. 46, 33; Holm, op. cit., n. 474; Hill, Coins of atte. 23 Sicily, tav. XIII, 7; Head, Hisf. Niimontur, png. 184, fig. 108; Imhoof Blimer, op. cit , tav. II, 21. j\R, 16 litre (Pargi) /B' — Testa come sopra. y» — Stessa leggenda. Biga al galoppo guidata da Nike. CBM, pagg. 214-15, nn. 559-62; Head, Coiii. of Syracuse, tav. XI, io; HoLM, op. cit., n. 475, tav. IV, 17; Hill, Coins of anc. Sicily, ta- vola XIII, 6; Head, Hisi. Numoninr^ pag. 185; Imhoof-Blumcr, op cit., tav. II, 22. AR. 5 line (Lon 1- a). Come sopra si è detto, il ritratto appare isolato in mo- nete verso il 350 a. C. (i) e trionfa decisamente verso la metà del III secolo, quando i re del mondo greco amarono mettere le loro effigie sulle monete. Cerone II, facendo in- cidere il proprio ritratto e quello della moglie, ha seguito la moda diffusa di questo periodo ellenistico, in cui venivano rappresentate sulle monete delle figure concrete e reali, in cui venivano riprodotti dei veri ritratti di principi. Secondo Polibio (2), Cerone sposò la figlia di Leptine, (i) Cfr. Six., in Ntim. Chron., 1897, P^gg '97 ^ segg. ; CBM, Mysia^ -tav. Vili, 9. per uno statere di Cizico ,dove si è rappresentato Timoteo- (2) Polibio, I, 9. ragguardevole cittadino di Siracusa; ma né Polibio né gli altri storici ci fanno conoscere il nome della moglie di questo principe. In quanto alla testa incisa sulle monete, che portano la leggenda lEPHNOI, quasi tutti i numismatici sono concordi nel dichiararla un ritratto concreto e reale di Cerone II, fatta eccezione di alcuni scrittori, che considerano i ritratti di Ge- lone e di Cerone sulle monete di quest'ultimo principe come le rappresentazioni ideali dei più antichi tiranni di questo nome (^). Non così avviene per il ritratto di Filistide. Su questa quistione si occuparono il Torremuzza, il Panofka e l'Osann, che sostennero la tesi per l'identificazione della testa di Fi- listide sulle monete siracusane [^), il Raoul-Rochette (3), os- servando la somiglianza della testa con quella sulle monete che portano l'iscrizione IIKEAinTAN, ritiene che essa sia una testa di Demetra, il Romano (4) si decide anche per quest'ultima opinione ed infine Tlmhoof-Blumer (5) crede che la testa considerata di Filistide debba essere intesa per quella ideale di Demareta, moglie di Cerone I. Ma il Salinas (6) opina che si tratti di un semplice ritratto di Filistide, l'Evans (7) scrive che Filistide compare sulle monete sotto la forma di Demetra o di sua figlia e tutti gli altri numismatici moderni riconoscono che la figurazione sulle monete siracusane deve considerarsi come un vero e proprio ritratto di Filistide. Ma la quistione della identificazione delle teste di Ce- rone lì e di Filistide si è avvicinata alla soluzione perchè basata sui raffronti della scultura di un bassorilievo in marmo (i) Imhoof-Blumer, Portràlkópfe^ pag. 21. (2) Torremuzza, Sicil, inscr.^ pag- 66 ; Panofka, Lettera al duca Ser^ radi falco sopra un'iscrizione del teatro siracusano, in Poligr. Fiesolana, 1825, pag. 8; F. Osann, De Philistide Syracusanoruni regina, Giessen, 1825, pag. 4. (3) Raoul-Rochette, Méd. de Pyrr/ins, pagg. 2 e segg. (4) Romano, op. cit., pag. 6. (5) Imhoof-Blumer, op. cit., pag. 21. (6) Saltnas, Di due monete della regina Filistide, in Periodico di Num. e Sfragistica, Firenze, 1869, pag. 8. (7) Evans, in Freeman, Hist. of Sicily, IV, pag. 217. 25 della collezione Townley trovato nel mare non lungi da Gir- genti (i) con le teste incise sulle monete siracusane. Questo^ bassorilievo contiene due teste colossali, una virile e l'altra muliebre, le quali corrispondono esattamente a quelle incise sulle monete; difatti Tacconciatura delle bende e del velo sulla testa in marmo di Filistide è la medesima di quella che si vede sulla testa delle monete. L'identificazione quindi è sicura perchè basata principalmente su raffronti della scul- tura del bassorilievo con la figurazione delle monete. Il ri- lievo è assai importante perchè uno dei pochissimi elementi superstiti dell'iconografia plastica dei tiranni sicelioti. A questo fatto bisogna aggiungere che la testa è il ritratto di questo principe e non già il ritratto di Cerone I, il quale sa- rebbe stato rappresentato senza il diadema reale. Infine si deve ricordare che il padre Giuseppe Romano fu il primo a riconoscere che la statua equestre di Gerone II, eseguita dallo statuario siracusano Micune figlio di Nicerato, sia riprodotta sul rovescio in una serie delle monete di bronzo sopradescritte (2). Facendo tesoro delle dotte argomentazioni del Romano, in un mio recente lavoro (3) ho fatto notare la speciale caratteristica della fisionomia del diritto uguale a quella del cavaliere del rovescio, ed il modo con cui il ca- valiere tiene la lancia cioè con la punta acuminata di ferro al di dietro ed il calcio dell'asta avanti, facendo questo at- teggiamento allusione al carattere pacifico del principe. Tutti questi fatti confermano che il cavaliere, riprodotto sul ro- vescio di questi bronzi siracusani, è una copia della statua di Gerone fatta da Micone ed esistente ad Olimpia, secondo Pausania (4). In conclusione è fuor di dubbio che queste mo- nete ci danno i ritratti di Gerone II e di Filistide, sua moglie. La corona d'alloro sulle monete di bronzo di Gerone è propriamentr un attributo divino, ma non disconviene nep- (i) Ancient marb/es in the Brilis/i Museutn, X, lav. 32; Helbig, Hie- Kj/i II ìtnU IVulislis auf einein (ii>tii^eiiliner Relicf, in Rlteiìi. Mns., XXVIII, ', pagg. 153-6. (2) Romano, op. cit., pag. 12. (3) MiKONE, Micone, /ìi;/io di Niceralo, s/aliiario sinit usano, in A' Ita/, di Nitni., 1919, pagg, 60-64. (4) Pausania, VI, 12, 4. '\Z, 26 pure ad un ritratto del re, perchè appunto i primi ritratti di principi sulle monete, come ad esempio Alessandro il Grande, rappresentano il re come un dio e non vi sarebbe da meravigliarsi se anche Gelone avesse fatto ugualmente. Pare però che in seguito se ne sia astenuto ed introdusse nel ritratto il diadema. Difatti le monete d'argento hanno quest'ultimo e delle monete di bronzo conservate nel British Museum, tre soli esemplari hanno la corona d'alloro, gli altri venti il diadema. Il Six molto opportunamente fa notare che Gerone poteva benissimo portare la corona d'alloro di Zeus e di Apollo in qualità di sacerdote, prima di prendere il dia- dema reale. GELONE II. /B" — Testa di Gelone II a sinistra con diadema. ^ — 2YPAK0II0I TEAriNOZ Biga al galoppo guidata da Nike ; nel campo BA e qualche volta altre lettere. CBM, pagg. 2ioir, nn. 526-33; Head, Coin. uf Syracuse, lav. XI, 4; HoLM, op. cit., n. 476; Hill, Coins of aiicient Sicily, tav. Vili, 8; Hkad, Hist. Niitìiortmr, pag. 184; Imiioof-Blumer, Forlyiil/iopje, ta- vola II, 23. AR, 8 litre (Parigi). In un esemplare Bunburg 490 sembra che la leggenda del rovescio sia BAIIAEflZ invece di BA. /B" — Testa di Gelone II a sin. con diadema. Cp. I^ — lYPAKOIiOì TEAiihOI Aquila con le ali chiuse sopra un fulmine; nel campo BA con altre lettere. f 27 CBM, pag. 211, nn. 534-37 ; Head, Coht. of Syracuse, tav. XI, 5 ; Holm, op. cit., n. 477; Hill, Coins of ancieut Siciìy, tav. XIII, 9; Head, Hist. Numorwn^^ pag. 184. AR, 4 litre (Londra) Gelone li era figlio di Cerone li e verso il 238 a. C. sposò Nereide, figlia di Pirro, re dell'Epiro. Gelone premorì al padre nel 216 in età di più che 50 anni (i). La di lui morte, che sopraggiunse quando egli teneva pratiche segrete con Annibale, a danno dei Romani, arrestò le sue mene tanto a proposito, che non si è esitato da supporre che Gerone vi avesse contribuito (2). Ma, qualunque fosse l'attaccamento di quel principe per i Romani, non si saprebbe ammettere, senza prove manifeste, che egli avesse macchiato con un tale delitto gli ultimi giorni della sua lunga vita, nella quale aveva sempre mostrata molto mansuetudine. Tutti questi fatti e l'iscrizione BA sulle mo- nete ci comprovano che Gelone era anche re di Siracusa, cioè associato nel regno di suo padre, negli ultimi tempi della vita di questi. La leggenda lYPAKOIIOI rEAflNOI BA potrebbe completarsi benissimo in questo modo : 2:upay.ÓGioi réAojvo; RaTÙÉoi; sìxóva àvéO'/ixav. La testa sul diritto di queste monete è senza dubbio il ritratto di questo principe e non già un ritratto ideale di Gelone I, che sarebbe certamente stato rappresentato come un uomo più avanzato in età. (1) Ctr. FoLiHio. VII, 8, 9. (2) Cfr. Livio, XXIII, 30. 28 9 GERONIMO. Testa di Geronimo a sin. con diadema. BAIIAEOI lEPANYMOY Fulmine alato sopra una lettera. CBM, pagg. 220-21, nn. 637-38; Head, Coht. of Syracuse, tav. XIII, 10; HoLM, op. cit., n. 489 ; Hill, Coins of atte. Sictìy, tav. XIII, 15 Head, //;>/. Numorum-, pag. 185, fig. 109; Imhoof-Blumer, Porti di- kópfe, tav. II, 24. AR, 24 litre (Parigi). ^ — La stessa testa di Geronimo a sin. con diadema. F^ — La stessa leggenda e Io stesso tipo. CBM, pag. 221, un. 639-40; Head, Coin. of Syracuse, tav. XII, 11 ; Holm,. op. cit., n. 489* ; He.^d, Hist. Numorum-, pag. 186. AR (Parigi). B* — La stessa testa a sin. con diadema, r^ — Stesso tipo e stessa leggenda con Kl. 29 CBM, pag. 221, n. 644; Hfad, Coin. of Syracuse, tav. XII, 12; Holm, op. cit., n, 4891»: Head. Hisi. Numorum^, P^?- 186. AR (Parigi). ^ — Testa come sopra. Cp. 5>' — La stessa leg^genda e lo stesso fulmine alato. CBM. pag. 221, nn. 645-48; Head, Coììì. of Syracuse, \?^v XII, 13; Holm^ op. cit., n. 420 ; Head, Hist. Ntimorum-^ P^g. 186. AE (Parigi). Non appena Cerone morì, i tutori di Geronimo, allora in età di appena quindici anni, convocarono un'assemblea, nella quale lessero il testamento di Cerone (0. Geronimo non era in età di potere regnare da se solo e questo principe giovinetto, che si sarebbe dovuto grandemente studiare di giungere a cattivarsi un poco deiraffetto che il popolo aveva per suo nonno, sin dai primi momenti si rese sgradevole usando gli attributi della tirannide, di cui Cerone e Gelone SI erano sempre astenuti. Contrariamente alla politica seguita dal suo avolo, Geronimo si dichiarò apertamente per i Car- taginesi e spedì deputati ad Annibale in Italia (2). Questo principe nell'anno 215 a. C, fu assassinato. (i) Livio, XXIV, 4. (2) Livio, loc. cit. 30 Questo gruppo di monete, coniate durante il suo breve regno, indubbiamente porta sul diritto il ritratto di questo principe. Difatti la testa giovanile e la leggenda confermano pienamente che trattasi di un ritratto concreto e reale. Rivendicate già in modo definitivo ai novelli princip Cerone e Gelone le immagini credute un tempo che appar- tenessero agli antichi tiranni dello stesso nome, noi posse- diamo in una serie continua tre ritratti di altrettanti principi che chiusero l'ultima epoca della grandezza siracusana: l'avolo, il padre ed il figliuolo. Aggiungiamo poi a questi ritratti quello di Filistide. Se li guardiamo ora con attenzione, vi scorgiamo subito ed a prima impressione tali tratti d» somiglianza che ci convinceranno essere questi tre uomini della stessa famiglia: lo stesso tipo predominante, gli stessi caratteri distintivi, naso acuto e sporgente, tramezzo del naso che fa arco con il labbro superiore, capelli, orecchi, gola, paiono fatti allo stesso stampo. Chi esamini quindi at- tentamente, malgrado abbia prevenzioni in contrario, deve necessariamente convenire che a vederli sembrano figli l'uno dell'altro. Considerando mfine le quattro teste sulle monete, che portano i nomi di Cerone, Filistide, Celone e Geronimo, sembra che si possa conchiudere che Celone aveva piìi ras- somiglianza alla madre anziché al padre, e che Geronimo aveva i medesimi lineamenti del padre suo Celone, ma più rilevati. Dopo tali considerazioni, crediamo di avere raccolto in questo lavoro i ritratti di tutti i principi sicelioti, che sono stati riconosciuti sulle monete, e perciò teniamo in serbo questa preziosa pinacoteca. Catania, febbraio 1920. Salvatore Mirone. MONETE SALUZZESI della collezione di S. E. il Marchese Marco di Saluzzo Con le pubblicazioni di Orazio Roggiero sulla zecca dei Marchesi di Saluzzo e più tardi con quella del 2.° volume del Corpus Nummorum Italicoriim sembrerebbe che qualun- que altra pubblicazione relativa a quella zecca dovesse es- sere superflua. Ed invero mentre il Roggiero pubblica ed illustra in una esauriente memoria storico-numismatica tutti i tipi delle monete saluzzesi, aggiungendovi i documenti relativi alle coniazioni, il Corpus ci dà la descrizione di tutte le varietà che si sono potuto riscontrare tanto nelle pubbliche quanto nelle private collezioni, È ovvio che nella serie delle monete medioevali non sia tanto facile il rinvenimento di qualche nuovo tipo; ed è perciò opportuno dedicarsi anche allo studio delle varianti, che numerosissime si presentano di uno stesso tipo, così da potersi arguire che la serie di esse non finisce mai. Rimane adunque un largo campo ancora da sfruttare in fatto di va- rianti, alle quali se verrà applicato un sistema di descrizione razionale e preciso, non potrà non derivarne utilità agli stu- diosi ed ai raccoglitori, dando agio di potere riunire tutti gli elementi sparsi e coordinarli in monografia o catalogo, che includa non solo i differenti tipi ma perfino le più pic- cole varietà, come ci dà magnifico esempio il Corpus, a cui dobbiamo sempre apportare nuovi contributi. Si è perciò che avendo avuto agio di osservare la col- lezione di monete che S. E. il Marchese Marco di Saluzzo conserva del suo illustre Casato, non esitai a pregarlo di permettermi di pubblicarle; giacché constatai che la maggior parte di esse erano varietà inedite nel Corpus e che quindi 32 la loro pubblicazione potrebbe tornare gradita ed utile agli studiosi. E mentre ringrazio S. E il Marchese di Saluzzo del fa- vore fattomi, intendo nel tempo stesso apportare un nuovo contributo al Corpus e rendere omaggio alla più illustre fa- miglia del vecchio Piemonte. L'esporre nel modo anche il più sommario la storia del Marchesato di Saluzzo sarebbe fuori proposito, perchè non consono ad una pubblicazione di questo genere: mi limiterò solo a quei brevissimi cenni che interessano la numismatica, o che mi sembrano necessari per dare al lavoro maggiore chiarezza. È stato esaurientemente dimostrato dal Promis prima e dal Roggiero dopo, che Lodovico II sia stato il primo dei Marchesi di Saluzzo ad aprire la zecca (i'. Figlio di Lodovico I e di Isabella del Monferrato, nacque nel 1438 e successe al padre nel 1475. Anziché al Re di Francia che lo richiedeva dell'omaggio, si rivolse nel 1478 a Casa Savoia, prestando il giuramento di vassallaggio a Jolanda di Francia, reggente e tutrice del figlio Filiberto I. Sembra che non esista diploma che concedesse ai Mar- chesi di Saluzzo il diritto di zecca, essendosi riconosciuto apocrifo il documento del 5 maggio 1206 dell'Imperatore Fe- derico II che dava al Marchese Manfredo III la facoltà di battere moneta. Con diploma del 21 febbraio 1480 Lodovico II ottenne dall'Imperatore Federico III nuova conferma dell'investitura del marchesato. Pare quindi che egli approfittasse e dell'uno e dell'altro per pretendere al diritto di zecca, non senza os- servare che ragione prs:cipua possa avere indotto Lodovico ad arrogarsi il diritto di zecca sia pure stata la concessione di battere moneta fatta con diploma del 16 febbraio 1472 dall'Imperatore Federico III ad Agostino di Lignana Abbate (i) Promis Domenico. Monete di zecche italiane inedite o corrette. Me- moria terza. Saluzzo. — Roggiero Orazio. La secca dei Marchesi di Sa- luzzo. § I. 33 di Casanova presso Carmagnola, non potendo certo il Mar- chese di Saluzzo tollerare che l'abbate di un monastero si- tuato nei suoi dominii avesse diritto di zecca, senza poterne usare egli stesso (i). Lodovico II adunque aprì la sua zecca in Carmagnola, per importanza seconda terra del marchesato, sia per la sua posizione comoda e sicura a chi volesse portarvi oro o ar- gento dalle altre parti del Piemonte, sia per la vicinanza a Chieri, allora fiorente nel commercio dei metalli, e sia anche per il fatto che proprio in quella zona sorgeva 1' abbazia, che prima di lui aveva avuto il diritto di battere moneta. Il sistema monetario adottato fu quello stesso in uso negli Stati dei Duchi di Savoia al di qua delle Alpi e nelle altre zecche del Piemonte, e che, basato sul corso della lira nominale astese, corrispondeva nel marchesato a 5 grossi per lira. Di questo Marchese abbiamo i seguenti tipi di monete: il doppio ducato ; il ducato (che verso la metà del sec. XV valeva grossi 24 e che andò sempre aumentando, nel 1475 ne valeva 30, poi 32 e nel 1501 giunse fino a 42 grossi); il testone che valeva 8 grossi; il cornuto o cornabò 5 grossi e rappresentava la lira; il cavallotto 3 grossi; il rolabasso 2; il grosso, di cui 5 formavano la lira astese, era la base della monetazione ; il soldino che era la quarta parte del grosso e il Jorte l'ottava. Con l'avvento al trono di Savoia del duca Carlo I nel 1483 cominciò per Lodovico una serie di sventure, di cui fu causa non ultima l'invidia e la gelosia della moglie Gio- vanna di Monferrato (2) verso la sorella Bianca sposa del duca Carlo I, tanto che indusse Lodovico a muovere guerra al cognato, guerra che gli cagionò la perdita di buona parte dello Stato, ma che ricuperava poi integralmente dopo la morte di Carlo avvenuta nel 1490. In quelTanno moriva pure la marchesa Giovanna e due anni dopo Lodovico impalmava (i) RoGGiERo O. A/hc mo/ie/e dei Marchesi di Saluzzo in Bollettino Italiano di Numismatica, anno 1910, pag. 78. (2) Lodovico aveva sposato nel 1481 Giovanna, figlia di Guglielmo I Marchese di Monferrato. 34 Margherita di Foix, figlia di Giovanni, Signore di Foix, Conte di Candale e Gurson e di Margherita Suffolk (i). Fu Maro^herita donna di molto spinto, ma cupida di dominio e avversa ai propri figli, fra i quali cercò di mantenere sempre viva la discordia; onde può dirsi che fu essa che tenne per- manentemente le redini del governo. Lodovico, parteggiando per Francia, aiutò Carlo Vili nella discesa in Italia. Dopo la morte di questo Re, avvenuta nel 1498, il successore Luigi XII diede a Lodovico nuova investitura anche di altre terre e lo nominò governatore d'Asti, mentre Lodovico ten- tava, ma inutilmente, la conquista del Monferrato. Nella guerra che si combattè in Italia tra Francia e Spagna Lo- dovico ebbe da Luigi XII il comando delle truppe e fu no- minato suo luogotenente generale e viceré; ma, sconfitto al Garigliano, dovette ritirarsi verso Genova, ove giunto, si ammalò e morì il 27 gennaio 1504. Di Lodovico e Margherita si ha il tallero, pezzo da 40 grossi, coi busti affrontati, battuto nel 1503. Margherita, durante la reggenza o dopo, fece battere dei talleri con la sua effigie: ve ne sono con la data del 1516 e senza data. Questi pezzi sono da taluni ritenuti come medaglie per il rilievo, pel rovescio e perchè, buon lavoro di corretto stile, se ne coniarono in oro, argento e rame, da altri come mo- nete per il peso e la presenza delle sigle di zecchiere. E noi siamo di questa opinione. Alla morte di Lodovico successe il figlio Michele An- tonio in età di nove anni sotto la tutela della madre. Uscito dalla minore età, non si occupò che di cose guerresche e prese parte a tutte le guerre combattute dalla Francia per cui parteggiava, né mai volle ingerirsi del marchesato, la- sciando tutte le cure dello Stato alla madre. Morì nel 1528 in seguito a ferite riportate alla difesa della città di Aversa contro gli Imperiali. Era allora la zecca di Carmagnola appaltata al Nobile (l) Al seguito di Margherita di Foix venne in Italia in qualità di ufficiale di Corte Nicolao Papa, poi capitano di Revello, che fu il capo- stipite della famiglia dei Conti Papa di Costigliole, a cui lo scrivente è legato dai sacri vincoli della religione degli affetti. 35 Francesco da Olivate, che continuò ad esercirla fino ai 1514, nel quale anno veniva stipulata col genovese Francesco Ora- bono una nuova accensatura della zecca, che però non ebbe effetto e nel 1515 con altro istromento la Marchesa stipulava, a nome del figlio Michele Antonio, una nuova locazione coi fiatelli da Olivate a patti tali, che alla Marchesa era total- mente riservato il lauto guadagno che si ricavava dalla co- niazione delle monete minute (i). Di Michele Antonio si hanno scudi d'oro del sole di due tipi delTaquila e del cavallo ; due tipi di testoni dell'aquila e dello stemma; cornuti; rolabassi ; grossi; soldini o quarti; mezzi quarti o forti. A Michele Antonio, che non aveva lasciato figli legittimi, avrebbe dovuto succedere, così per diritto di legge come per disposizione testamentaria paterna, il fratello secondo- genito Giovanni Lodovico; ma la madre, Margherita, che aveva sempre tenuto le redini del potere e che temeva in lui un sovrano non a lei sottomesso e apertamente non ligio alla Francia, obbligò Michele Antonio a lasciare per testa- mento lo Stato al terzogenito Francesco, che aveva combat- tuto col fratello tutte le guerre che la Francia sostenne in Italia. Francesco ridusse in sua obbedienza quasi tutto il ter- ritorio in breve tempo, senza potere tuttavia impedire che Giovanni Lodovico, liberato dal carcere di Verzuolo dove la madre lo teneva rinchiuso, potesse con l'aiuto dei Saluzzesi esercitare per breve tempo la sovranità e facesse coniare alcune monete che finora non si conoscono, ma che sono nominate in un manoscritto della famiglia. L'anno seguente, 1529, Giovanni Lodovico, indotto a recarsi in Francia, veniva arrestato e tradotto alla Bastiglia, donde trasportato nel ca- stello di Beaufort, vi moriva nel 1563 senza lasciare figli le- gittimi. Appena fatto prigione, il re di Francia Francesco I rico nosceva a Signore di Saluzzo il marchese Francesco, il quale resse lo Stato dal 1529 al 1537, anno in cui fu ucciso all'as- sedio di Oarmagnola, che gli era stata tolta dai Francesi, dai quali si era staccato per seguire la parte imperiale. -'- (t) RoGGiERO O. La zecca dei Marchesi di Saluzzo, pag. 22. 36 Di questo Marchese vi sono: lo scudo d'oro del sole; il testone; due tipi di cornuto; il cavallotto; il grosso; il quarto o soldino; il mezzo quarto o forte. Il testone ed il grosso sono al tipo di Savoia, avendo Francesco dovuto improntare la sua coniazione a quella guisa per evitare il grave danno che le sue monete venissero respinte dagli Stati confinanti. A Francesco, morto senza prole legittima, successe Ga- briele, ultimo dei quattro fratelli, nato nel 1501. Avviato alla carriera ecclesiastica, nel 1535 era stato eletto Vescovo di Aire in Guascogna; ma non sembra che prendesse possesso materiale di quella curia vescovile, limitandosi a goderne le rendite. Morto Francesco, gli imperiali invasero Saluzzo, ma il Re di Francia Francesco I mandò in Italia un esercito, al- l'avvicinarsi del quale si ritirarono. Gabriele fece omaggio al Re ed ottenne l'investitura del marchesato rinunziando al vescovado. Salito al trono di Francia Enrico II, nel 1547, si mostrò dapprima benevolo a Gabriele, ma poscia per intrigo di Pietro Strozzi fuoruscito fiorentino, di Giovanni Caracciolo Principe di Melfi e del bandito subalpino Lodovico Bolleri, i quali sobillarono il Re che Gabriele parteggiasse segreta- mente per gli imperiali, venne arrestato, imprigionato a Pi- nerolo e, dopo due mesi di mali trattamenti, avvelenato il 29 luglio 1548. Le tristissime condizioni in cui versava lo Stato durante il Governo di Gabriele fecero sì che ben poche sono le mo- nete che la zecca potè emettere. Infatti, nessuna moneta d'oro si conosce e solo si ha il cornuto, il grosso e il mezzo quarto. Gabriele aveva sposato nel 1544 Maddalena di Claudio d'Annebault, Signore di Brestol e di Aubigny e non ebbe figli legittimi. Alla morte di Gabriele, pareva, secondo la voce pubblica, che lo Strozzi ed il Caracciolo volessero di- vidersi il marchesato; ma il Re di Francia se ne impadronì senza dare ascolto alle proteste di Giovanni Michele di Sa- luzzo, Signore di Paesana e Castellar, al quale, come capo del ramo prossimiore al primogenito, sarebbe legittimamente spettata la successione. Non potendo opporsi con le armi, Giovanni Michele dovette limitarsi ad una sdegnosa e so- lenne protesta redatta con atto notarile nel Castello di Ca- 37 stellar, della quale si conservano ancora parecchie copie nell'archivio della famiglia. Così cessava nel 1548 la zecca dei Marchesi di Saluzzo, non essendosi più battuto in essa nessuna moneta ne dai Re di Francia né dai Duchi di Savoia, cui il marchesato fu ce- duto pel trattato di Lione conchiuso il 17 gennaio 1601 fra Enrico IV e Carlo Emanuele I. Lo stemma dei Marchesi di Saluzzo fu costantemente lo scudo d'argento col capo d'azzurro: il cimiero è stato quasi per tutti i rami l'aquila ad ali spiegate e coronata talvolta nascente tal altra intiera. Il grido di guerra dei Marchesi vuoisi che fosse ne pour ce, motto che gli scrittori della fa- miglia hanno dichiarato inesplicabile, ma che forse vuol dire nato per questo, alludendo alla posizione del marchesato si- tuato tra Italia e Francia, e perciò esposto a guerre continue. Ne spiegazione veruna è stata data giammai alla parola noch che accompagna l'impresa dei Marchesi, la quale si compone di un'asticciuola acuta in cima e uncinata, con un anello da cui pende una doppia assicella aggruppata, che ritiensi rappresenti una specie di giavellotto o altra arme da lanciarsi a mano e ritirarsi poi per mezzo della corda. La parola noch, che spesso trovasi doppia, presa nel senso naturale, sarebbe tedesca e indicherebbe ancora, quasi so- nando minaccia ai nemici; ma questa spiegazione è sem- brata troppo semplice e taluno ha voluto sostenere che le quattro lettere denotino altrettante parole, cioè nitet opere caligai habendo, quasi alludendo all'arma che si mantiene lucida se adoperata e si offusca se lasciata in abbandono, ma forse più di costui ha colto nel segno chi Tha interpre- tata non omnes capiunt hoc (i). Dei vari rami ultrogeniti di Casa Saluzzo due soli sono gli autentici attualmente rimasti: il ramo Saluzzo-Paesana, di- scendente da Giovanni Michele, del quale è capo presente- mente S. E. il Marchese Marco, Senatore del Regno e Sot- tosegretario di Stato per gli Affari Esteri ed il ramo Saluzzo- Monterosso. (l) Luta Pompi:o. Famiglie celebri italiane. I Marchesi di Saluzzo. 38 MONETE DELLA COLLEZIONE Marchese Lodovico II (1475-1504). I. Punzone. Busto a sinistra con berretto. 2. Doppia. ^^ — + ^ LVDOVICVS ^ M ^ SA-LVTIARVM ^ J* Busto a sin. con berretto, stelletta sul berretto, cerchio rigato. 9 — ^ SANCT— VS J CONSTANTIVS ^5^ Aquila aral- dica con la testa volta a sin., coronata, spiegata e caricata dello scudo a targa dei Saluzzo ; la corona è nel giro della leggenda in alto, e. lin. O. Diametro 26, peso gr. 6,95 (Var. n. 4 Corpus) FDC 39 3- Ducato. ^ — ' LVDOVICVS • M • S— ALVTIARVM • Busto e. prec, ma sul berretto crocetta mauriziana, senza e. R! — SA— NCTVS • CON— STANTIVS • Aquila araldica, co- ronata, con la testa volta a sin., nascente sopra lo scudo a targa dei Saluzzo coronato e verticale, ai lati della corona dello scudo le iniziali L — M e. lin. finissimo. O. Diam. 24, p. gr. 3,47 (Var. n. 13 C.) FDC 4. Idem. ^ — LVDOVICVS* M* — SALVTIAF^ Come prec, nulla sul berretto. 9 — *S-ANCTVS' - CONSTANT-' C. sopra, ma lo scudo è inclinato a sin., ai lati *l' — 'M* c. lin. O. Diam. 23, p. gr. 3,50 (Var. n. 17 C) C*- 5. Idem. i& — LVDOVI-e' — *M-SALVTIF^ (5/c) C. prec, qualche pic- cola varietà nel vestito, sulla parte anteriore del quale si contano chiaramente 4 bottoni, e lin. 1^ — 'S-ANCTVS*- CONSTANT come sopra 'L* — *M*' e lin. O. p. gr. 3,44 (Var. n. 18 C.) FUC 6. Idem. B' — LV' M' SALVTI — ARVM* Busto e prec, con qual- che leggera varietà. 40 S- ANCT-' CO— NSTANTIVS C. sopra, ma lo scudo è verticale e la corona inclinata a destra, ai lati L— M senza cerchio. O. Diaiìi. 24, p. gr. 3,36 (Var. n. 23 C) C* 7. Cornuto. ;& — ^ LVDOVICVS ♦ MARCHIO ♦ SALVTIAR (v/m Busto a sin. con berretto, e. lin. e rii^. 9/ — ♦ SANCTVS K CONSTANTIVS ♦ BA ♦ S Scudo a targa diritto, a campo diviso, col morione a corti lam- brecchini, coronato e sormontato dal cimiero del- l'aquila nascente coronata con la testa volta a sin., nel campo ♦L*- ♦M* e. lin. e rig. AR. Diam. 29, p. gr. 9,60 (Var. n. 31 C.) C* La sigla BA ■ S o B"S vuole forse indicare Io zecchiere Battista Se- rena, che nel 1503 prendeva poi in affitto la zecca di Montluel da Filiberto II di Savoia. 8. Grosso da soldi 12. ^ — + ♦ LVDOVICVS ♦ M ♦ SA— LVTIAR. ♦ Come preced., dietro 0 e. lin. e rig. tagliati in alto dal berretto. 41 9 SANCTVS ^ CONSTANTIVS-* Scudo a targa liscio, leggermente inclinato a sin., coronato e sormon- tato dal cimiero dell'aquila nascente e. sopra, ai lati -f L ^ — ^ M e. lin. e rig. AR. Diani. 28, p. gr. 7,23 (V.ir. n. 28 C) CI 9. Cavallotto. ^ — - : LVDOVICVS : ivi : S— ALVTIARVM : - Busto a sin. corazzato con berretto, sul petto e sul berretto crocetta mauriziana, e. lin. e rig. ^ — ♦ S—ANCT: CONSTA— NT— IVS I I^ Santo in arma- tura, con vessillo crociato nella d., a cavallo gra- diente a d., e. rig. AR. Diam. 27, p. gr. 3,88 (Var. 11. 89 C.) IO. Idem. ^^ — *. LVDOVICVS • M • SA -LVTIARVM • C. prec, ma senza la crocetta sul petto né sul berretto. ^ - ' S-ANCT^ : CONSTANTIVS •:• C. sopra. AR. Diam. 28, p. gr. 3,82 (Var. n. 86 C.) C» 42 11. Cavallotto. /B" e ^ Tutto come prec, ma bottone sul berretto. AR. p. gr. 3.87 (Var. n. 9=; C) C'' 12. Idem. ^ — Tutto e. prec. I^ - S— * ANC^ ^ CONSTA - NT— IVS ^ C. sopra. AR. Diam. 27, p. gr. 3.78 (Var. n. 89 C) C* 13. Idem. ^ — + . LVDOVICVS : M : SA-L • VTIARVM : F : C. prec. 9< — • S-ANC^ : CONSTANTIVS •:• • F : C. sopra. AR. p. gr. 3,80 (Var. n. 44 C.) C» La sigla F o PF vuole forse attribuirsi allo zecchiere Pietro Frotta milanese, che sul principio del sec. XVI lavorava per le minori zecche piemontesi e che assumeva da ultimo da Pier Luigi Fieschi la locazione della zecca di Messerano e Crevacuore, ove era an- cora nel 1538. 14. Idem. ;& — + : LVDOVICVS : M : SA -LVTIARVM : F : C. prec, ma nulla sul berretto e dietro la testa O. 9 — : S-ANCTVS : CONSTANTI - VS : C. sopra, dietro il cavallo in alto nel campo O e. lin. AR. p. gr. 3,25 (Var. 11. 42 C.) C 15. Idem. 3^ — + : LVDOVICVS : M : SAL— VTIARVM :• C. prec, ma dietro la testa • e rig. P — • SA— NCTVS : CONST— ANTIVS : Come sopra, ma nulla dietro il cavallo. AR. p. gr. 3,00 (Var. n. 60 C.) C« 16. Idem. B' - ^ LVDOVICVS • M • SA— LVTIARVM • C. prec, ma nulla dietro la testa. ^ — 'SA-NCT'-'C-ONS— TANTIV C. sopra, e rig. AR. Diam. 26,5, p. gr. 3,00 (Var. n. 93 C.) C (poco tosato). 43 17. Rolabasso o da 2 grossi. :& — ^ LVDOVICVS'M — '—SALVTIAR. Busto a sin., coraz- zato e con berretto, e. rig. I^ — SANCT' COSI— ANTIVS' {sic) Il Santo, nimbato, in abito militare, in piedi di fronte, tiene nella d. il vessillo crociato e con la sin. lo spadone puntato a terra con 3 giri di cinturone, e. rig. AR. Diam. 25, p. gr. 2,42 (Var. n. 99 C) C3 18. Grosso. ^ — 'LV*M'— SALVTIA — F?l. Stemma a targa inclinato a sin. coronato e sormontato dal cimiero dell'aquila nascente coronata con la testa volta a sin., senza e. P — Testina nimbata 'SANCT' CONSTANTI VS Croce inca- vata e fogliata, senza e. AR. Diani. 23, p. gr. 1,85 (Var. n. 105 C.) O 19. Idem. B' - 'LV'M'SA— LVTIAF^ C. prec. I^ — Testina nimbata 'SANCT'CONSTAMTIVS Come sopra, e. lin. AR. p. gr. 1,51 (Var. n. 104 C.) G' 44 20. Soldino o quarto dì grosso. ^ — ' — LVDOVICVS • sa . SALVai— • Scudo di forma san- nitica, diritto, coronato e sormontato dal cimiero dell'aquila nascente coronata con la testa volta a sin., e. lin. e rig. R) — S'aO-NSTA-NTIV— S'B'S* Croce sagomata con le estremità terminanti in pigna, che intersecano la leggenda, e. lin. e rig. (I caratteri sono semigotici). M. Diam. 21, p. gr. 1,15 (Var. n. 106 C] C» 21. Idem. iy — • LVDOVICVS •-• M • SALVTIAR. • Scudo come prec, e. rig. 9 — Testina nimbata 'SANCTVS'CONSTANTIVS' Croce fio- rata e pignata accantonata da 4 globetti, e. rig. (Caratteri latini). M. Diam. 20, p. gr. 1,22 (Var. n. 109 C.) CI 22. Idem. ^ — Tutto e. prec. ^ — Tutto e. sopra, ma senza i globetti agli angoli della croce. M. Diam. 19, p. gr. 1,92 e 1,29 CI 45 23- Soldino o quarto di sgrosso. ^ — LVDOVICVS'-'m' SALVTlAf^ C. prec. 9 — Tutto e. sopra. M. Diam. 20, p. gr, i,i(i (Var. n. 110 C.) C* 24. Idem. ^ — LVDOVICVS'-*M' SALVTIARV' C. prec. PQ — Tutto e. sopra. M. Diam. 19, p. gr. 0,96 (Var. n. ic8 C) C^ (rotto un pezzetto). 25. Idem. ^ — *LVDOVICVS'-M' SALVTIARV C. prec, ma la co- rona è alquanto distaccata dallo scudo. 9 — Testina • SANCTVS • CONSTANTIVS • - • M. p. gr. 1,15 (Var. n. 107 C.) C^ 26. Forte. ^ — + ^ LVDOVICVS ^ M ^ Nel campo NOC e. rig. 9 — Testina • SALVTIARVM • Croce patente con globetto nel primo quarto, e. rig. M. Diam. 18, p. gr. 0,97 (Var. n. 127 C.) C^ 27. Idem. B^ — + • LVDOVICVS • MA • Nel campo NGC e rig. ^ — Testina • SALVTIARVM • Croce fogliata, e. rig. M. p. gr. 0,80 (Var. n. 183 C.) C^ Lodovico II e Margherita di Foix. 28. Tallero o da 40 grossi. & — (dal basso a sin.) + LVDOVICVS • MARCHIO • ET • MARGARITA • D • FOIS MS- Busti affrontati, a 46 P sin., di Lodovico con berretto, abito aperto e col- lare dell'Ordine di S. Michele, a d., di Marghe- rita con ricco velo, sotto, 1503 e. peri. (dall'alto a des ) ^^ SI v DEVS ^ PRO ^ NOBIS ^ QVIS ^ CONTRA V NOS • FCL •:• Aquila coronata e spie- gata, con la testa volta a sin., caricata di scudo partito con le armi di Saluzzo e di Foix, e. peri. Taglio liscio. AR. Diam. 43, p. gr. 38,70 (Var. n. 136 C.) C* Le tre lettere in corsivo /e/ (in monogramma) indicano la sigla dello zecchiere Francesco da Clivate. 29. Idem. D^ — + LVDOVICVS • MARCHIO • ET • MARGARETA • D • POIS • M • S • C. prec, 1503 e. rig. ^ — ^1 SI £ DEVS e PRO £ NOBIS £ QVIS £ CONTRA £ NOS • FCL e. sopra, e. rig. fra 3 lin. AR. P. gr. 25,55 (Var. n. 138 C) C* Margherita di Foix (durante la reggenza e dopo). 30. Tallero da 40 grossi o medaglia ? .B' — + MARGARITA • DE FVXO • MA ornatino RCHIONISA • SALVLIAF^ • T • -Gr • Busto velato della Marchesa a (sU) sin., in doppio cerchio di ornatini, e. lin. ^ — y^ ' DEVS • PROCTECTOR — ET • REFVGIOM • MEOM (sic) _ Scudo a targa intagliato e partito di Saluzzo e 47 di Foix, addossato ad un albero sradicato e stron- dato e pendente dai rami inferiori, con una co- lomba posata su uno dei rami superiori, e. di or- natini a bacche di lauro fra 2 lin. Taglio liscio. AR. Diam. 48, p. gr. 30,80 (n. 2 C.) C^ 31. Idem. ^ — (dal basso a sin.) + MARGARITA ' DE ' FVXO' MAR- CHIONISA* SALVCIAR T' ^' 151G Busto e. prec. ma più grande, e. peri, fra 4 lin. I^ — (dal basso a sin.) ^ DEVS ' PROTECTOR ' ET ' REFV- G-IVM'MEVM^IP' Scudo a targa intagliato e par- tito e. s., ma varia nella forma, e. peri, fra 4 lin. Taglio liscio. AR. Diam. 44, p. gr. 38,00 (Var. n. i C.) C La sigla è degli zecchieri Francesco, Gianluca e Maffeo da Clivante. 48 32. Idem in rame. 3' e I^ Tutto come prec. R. Diam. 42, p. gr. 28,20 C=^ Marchese Michele Antonio (1504-1528). 33. Scudo d'oro del cavallo. ^' Sole: MICHAEL : AN^ : MARCHIO-: SA-LTIAR. S. Gior- (sic) gio in armatura, con vessillo nella d., a cavallo gradiente a d,, e. lin. e rig. R) — ^ : XPS : VINCIT : XPS : REGNAI : XPS : IMPERAI : Croce filettata e gigliata con rosa al centro, cer- chio Im. e rig. O. Diani. 27, p. gr. 3,40 (11. 5 C.) CI 34. Testone. ^' — • MICHAEL- AIM-'-MARCHIOSALVIIAF^ Aquilaaral- dica coronata e spiegata, con la testa volta a s., la corona è in alto nel giro della leggenda, e. rig . R) — 4^ • SANCIVS • CONSIANIIVS •-• Il Santo in piedi di fronte, corazzato e con manto, tiene nella d. il vessillo crociato e con la sin. lo spadone pun- talo a terra con 3 giri di cinturone, e. lin. e rig. AR Diam. 31, p. gr. 9,66 (Var. n. 33 C.) 49 35- Testone. B' — MICHAEL 3 AN^ ^ MAR 3 SALVTIAR. 3 C. prec, e. rig. 9 — • SANCTVS • CONSTANTIVS-- Come sopra, e. rig. fra 2 lin. AR. Diam. 30, p. gr. 9,70 (Var. n. 31 C.) FDC 36. Idem. B' — . MICHAEL • ANT- • MAR • SALVTIAF^ • C. prec. 9 — ^ • SANCTVS • CONSTANTIVS -^ C. sopra, e. lin. e rig. AR. p. gr. 9,67 (Var. n. 34 C.) O 37. Idem. ^ — ' MICHAEL • ANT^ • MAR • SALVTIARV • C. prec. 9 — ^ • SA-NCTVS • CONSTANTIVS -•-. C. sopra. AR. p. gr. 9,52 (Var. n. 37 C.) C^ 38. Idem. B' — . MICHAEL : ANT • MARCHIO • SALVTIAR. • C. prec. 9 — 4^ • SANCTVS • CONSTANTIVS C. sopra. AR. Diam. 31. p. gr. 9,96 (Var, n. 38 C.) C^ 39. Idem. ^ — ^ MICHAEL ^ANT^ MAR ^SALVTIAR^ C. prec. 9 — • SANCTVS • CONSTANTIVS • - C. sopra, ma 4 giri di cinturone, e. lin. e rig. AR. Diam. 30, p. gr. 7,88 (Var. 11. 27 C) C* 40. Idem, d'altro tipo. ;& — + MICHAEL 'ANT^ M-SALVTIARVM Stemma mar- chionale in scudo a testa di cavallo, sormontato da corona a punte e circondato dal collare del- l'Ordine di S. Michele, e. peri. 9 — ^SANCTVS 3 CONSTANTIVS 3 II Santo in armatura con vessillo crocialo nella d., a cavallo gradiente a d., e. peri. 4 50 AR. Diam, 32, p. gr. 8,14 (Var. n. 22 C 41. Testone. ÌB" —^ MICHAEL ^ANT- MAR ^SALVTIAR. C. prec. e peri. fra óue lin. 5/ — co SANCTVS'- CONSTANTI VS •-• C. sopra, e. peri. AR. Diam. 30, p. gr. 8,99 (V.tr. n. 15 C.) C* 42. Cornuto. ^ - : MICHAEL : AN^ : - : M : SALVTIARVM : Scudo a targa sormontato da elmo, panneggio svolazzante e corona, sopra la quale l'aquila nascente coro- nata con la testa volta a sin., e. lin. e rig. 9 — : S.-ANCTVS : CONSTAN-TI-VS : Il Santo a ca- vallo e. sopra, in basso nel campo fra le zampe anteriori e le posteriori del cavallo O e lin. AR. Diam. 30, p. gr. 5,61 (Var. n. 68 C.) 43. Idem. ^ — : MICHAEL ANT^- - : M : SALVTIARVM : C. prec. 9 — S-ANCTVS : CONSTANTI VS : C. sopra O. AR. p. gr. 5,42 (Var. n, 73 C) 5r 44. Cornuto. ^ — : MICHAEL : ANT- : — : M : SALVTIARVM : C. prec. ^ — : SANCTVS : CONSTANTI -VS : - : C. sopra, O contromarca di castello genovese, 2 e. lin. AR. p. gr. 5,20 (Var. n. 70 C.) C^ 45. Idem. ^ — : MIQHAEL : AN^ : - : M : SALVTIARVM : C. prec. {SIC) ^ — : S-ANCTVS : CONSTA- NT- IVS : Come sopra, O (sic) senza contromarca. AR. Diani. 31, p. gr. 5,55 (Var. n. 91 C.) C* 46. Idem. B' — : MICHAEL : ANT : — : M : SALVTIARV : C. prec. 9 — • S-ANCTVS : CONSTANT -IVS : - : C sopra, O cerchio lin. AR. p. gr. 5,80 (Var. n. 63 C) C» 47. Idem. ^ — Tutto e. prec. 9 — : S-ANCTV : CONSTAN-TI-VS : — : C. sopra, O. AR. Diam. 29,5, p. gr. 4,75 (Var. n. 64 C.) C* 48. Idem. ^ — Tutto e. prec. 9 - : S-ANCTVS : CONSTANTI-VS : — : C. sopra, O. AR. Diam. 30, p. gr. 5,60 (Var. n. 65 C.) C* 49. Idem. ^ — : MICHAEL : ANT • — : M : SALVTIARV : Come prec. e. lin. e rig. 9^ — Tutto e. sopra. AR. p. gr. 5,45 (Var. n. 65 C) C» 50. Idem. ^' — Tutto e. prec. JJT ^ — : S— ANCTVS : CONSTANTI VS : — : C. sopra, Oì AR. p. gr. 5,50 (Var. 11. 57 C.) C« (bucato. 52 51. Cornuto. ^ — : MICHAEL : ANT" : — : M : SALVTIARV : C. prec. 9 — : S-ANCOSTANTIVS : : — : C. sopra, O. {sic) AR. Diam. 29,5, p. gr. 5,40 (Var. n. 69 C) C^ 52. Idem. ;B' — : MCHAEL i ANÌ^ M ! SALVTIARV : C. prec. (sic) P — : S— ANCTVS : CONSTANT- IVS : - • : C. sopra, O. AR. Diam. 29, p. gr. 5,52 (Var. 11. 67 C.) C- 53. Rolabasso. B' — : MICHAEL : ANT : MARCHIO : SALVTIARVM : Aquila aleramica coronata, spiegata, con la testa volta a sin. e caricata dello scudetto marchionale a targa, la corona entra in alto nel giro della leg- genda, e. lin. ^ — ^ : XPS : REX : VENIT : IN : PACE : HOMO : FACTVS : ES : Croce patente e gigliata, e. Hn. AR. Diam. 26, p. gr. 2,87 (Var. n. 115 C) C' ^4. Idem. ^ — : MICHAEL • ANT : MARCHIO : SALVTIARVM - • C. pr. 1$ — Tutto e. sopra. AR. Diam. 27, p. gr. 2,52 (Var. n. 114 C.) C^ (bucato). 55. Idem. ^ — : MICHAEL : ANT* : MARCHIO : SALVTIARVM : C. prec. ^ — ^ XPS : REX : VENIT : IN : PACE : HOMO : FACTVS : C. sopra. AR. p. gr. 2,52 (Var. n. 116 C.) C^ 53 56. Rolabasso. B' — : MICHAEL : AN^ : MARCHIO : SALVTIARVM : C. prec. 9* — ^ : XPS : REX : VENIT : IN : PACE : HOMO : FACTVS : E : C. sopra. AR. Diani. 26,5, p. gr. 2,47 (Var. n. 119 ('.) C* 57. Idem. B — Tutto e. prec. I^ — ^ : XPS : REX : VENIT : IN PACE : HOMO : FACTVS : E : C. sopra. AR. p. gr. 2,68 (n. 119 C) O 58. Idem. ^ — Tutto e. prec. 9 — ^ •• XPS : REX : VENIT : IN PACE : HOMO : FACTVS : ES : C. sopra. AR, Diam. 27, p. gr. 2,98 (Var. n, 120 C.) C^ 59. Idem. B' — MICHAEL : ANT : MARCHIO : SALVCIAR. : C. prec. "^ — ^ : XPS : REX : VENIT : IN : PACE : HOMO : FACTVS : E .* C. sopra. AR. p. gr. 3,10 (Var. 11. 108 C) C* 60. Idem, d'altro tipo. ^ — ^: MICHAEL : ANT : MARCHIO : SALVTIAR. : Aquila come nei precedenti, e. lin. e Y\g. 9 — 4^ : XPS : REX : VENIT : IN : PACE : ET : HOMO : FACTEST : Croce lambrecchinata con crocetta trl- [sic) lobata nel centro, 2 e. lin. AR. Diam. 26, p. gr. 2,96 (Var. n. 104 C.) C^ 54 6i. Grosso. ^ — ' MICHAEL • ANT- • M • SALVTIARVM • Scudo a targa dei Saluzzo coronato e cimato dall'aquila nascente coronata con la testa volta a sin., senza e. P — • SANCT • CONSTA— NTIVS : - Il Santo in abito mi- litare, in piedi di fronte, tiene nella d. il vessillo e nella sin. lo spadone puntato a terra con 3 giri di cinturone, senza e. AR. Diam. 23, p. gr. 1,85 (Var. n. 135 C.) C* 62. Soldino. fB' — MICHAEL AT-— M SALVTIAF^- Scudo di forma san- nitica coronato e cimato dell'aquila nascente co- ronata con la testa volta a sin., la corona del- Taquila e nel giro della leggenda, e. rig. p — Testina nimbata : SANCTVS : CONSTANTIVS : -^ Croce fiorata, e. rig. M. Diam. 19, p. gr. i 22 (Var. n. 138 C.) 63. Idem. ^ — : MICAEL : ANT — • M : SALVTIAR. : C. prec. I^ - Testina nimbata • SANCTVS : CONSTANTIVS • Come sopra. M. p. gr. 1,00 (Var. n. 141 C) C^ 55 64- Soldino, ^ — MICHAEL : ÀN^ — • M • SALVTIARNT • C. prec I^ — Testina nimbata l SANCTVS i CONSTANTIVS i Come sopra. M. p. gr. 1,68 (Var. i'. 143 C) C^ (manca un pezzetto). 65. Idem. ^ — : MICHAEL : ANT- — M : SALVTIAR\r : C prec. 9 — Testina nimbata SANCTVS: CONSTANTIVS: C. sopra. M. p. gr. 0,98 (Var. n. 144 C.) C* 66. Idem. B' — MICHAEL : ANT : — : M SALVTIARV : C. prec. I^ — Testina nimbata : SANCTVS : CONSTANTIVS : e. sopra M. p. gr. 1,17 (Var. n. 145 C) C« 67. Mezzo quarto. ^ — ' MICHAEL • ANT-ONIVS • M • S C. pt ec, senza e. 9 — Testina nimbata SANCTVS • CONSTANTIVS C. sopra, e. lin. M. Diam. 20, p. gr. 1,13 (Var. n. 155 C.) C? 68. Idem. B' — : MICHAEL : ANT -ONIO : M : S : C. prec, e. Im. I^ — Testina nimbata • SANCCTVS • CONNSTANTIVS • C. [Sto sopra, e. lin. M. p. gr. 1,41 (Var. n. 156 C.) C^ 69. Idem. ÌB — : MICAEL • • - : ANT : M : S : C. prec, e peH. (sic) 9 — Testina nimbata : SANCTVS : CONSTANTIVS : Come sopra, e lin. M. Diam. 18, p. gr. 1,30 (Var, n. 149 C.) C* 56 yo. Forte. & — Testina nimbata : MI ANT^ I M : SALVTIARVT : Scudo a targa accostato dalle lettere M — S e. rig-. 9^ — ^ S CTVS : CONSTANTIVS : Croce fiorita, e. rig. M. Diani. 17, p. gr. 0,51 (Var. n. 158 C.) C< (manca un {pezzetto). 71. Idem. ^ — Testina nimbata : MIHAEL : ANI^ : M : SALVTIARV : Scudo a targa e. prec. ^ — TVS : CONSTANTIVS • - C. sopra. M. p. gr. 0,73 (Var. n. 159 C) C* Marchese Francesco (1529-1537). 72. Testone. B" — + FRANCISCVS -MS — SALVCIARVM • Busto a sin. barbuto e corazzato, 2 e. Iin. 1$ — ^r J NON ¥ NOBIS • DOMINE * NON ^ NOBIS J Scudo marchionale di forma sannitica, coronato ed acco- stato dalle lettere F-S 2 e. lin. AR. Diam. 28, p. gr. 8,82 (n. 5 C.) C* 73. Cornuto. B' — FRANCISCVS ■ - • M • SALVTIAR Scudo a larga in- clmato a sin., elmato, coronato, ornato a sv^olazzi 9 57 con fiocchi tt cimato dell'aquila nascente con la testa coronata volta a sin., la corona è in alto nel giro della leggenda, e. peri, fra 2 lin. S-ÀNCTVS : CONSTANTIVS U Santo in armatura, con vessillo nella d., a cavallo gradiente a d., sotto O e. lin. AR. Diani. 31, p. gr. 5,13 (Var. n. 9 C.) C^ 74. Cornuto vario. & — FRANCISCVS : M : SALVCIAR Scudo a targa bipar- tito, morionaio, lambrecchinato, coronato e cimato dell'aquila nascente di fronte coronata, ai lati F-S 2 e. lin. 9 — : S-ANCTVS : CONSTANI^ - : 11 Santo e sopra O e. Im. AR. p. gr. 5,02 (11. 16 C.) 75. Idem. B' — FRANCISCVS : M : SALVCIARV) C prec. F-S. ^ — : S-ANCTVS : CO-NSTANT - : C. sopra. AR. Diaiii. 30, p. gr. 4,85 (Var. n. 18 C.) 58 76. Cavallotto. ^ - ^ FRANCISCVS • MAR • SALVCIAR Scudo di forma sannitica con corona a f>frline ed acc. dalle let- tere F-S 2 e. lin. 9 — • S-ANCTVS • CONSTANT 11 Santo e. sopra, e. lin. AR. Diam. 25, p. gr. 2,70 in. i-*;^ C) C^ 77. Idem. /B' — ^ FRANCISCVS MAR SALVCIARV C. prcc. F-S 9 — • S— ANCTVS • CONSTANTIV C. sopra. AR. Diam. 26, p. gr, 2,67 (\';ii. n. 29 C) C« 78. Idem. B' — ^ • FRANCISCVS • MAR SALVCIARVM • C. prec. F-S 1^ — -S— ANCTVS CON STANTiV C. sopra. AR. p. gr. 2,65 (Var. n. 31 C.\ C^ 79. Idem. ^' — * : FRANCISCVS : M : SALVCIARVM : Coinè prec, ma F — M. 9 — • S— ANCTVS • CONST ANTIVS • C. sopra. AR. p. gr. 3,47 (Var. n. 30 C.) C« 80. Grosso. ^' — * FRANCISCVS o MAR o SALVCIAF^ Scudo marchio- naie coronato c-^i acoo-tato da F — M in doppia cornice trilobata, e. rì^. e (in. Vi 59 Testina nimbata SANCTVS ° CONSTANTIVS Croce pa- tente accantonata dalle lettere M — F — F — M in doppia cornice quadrilobata, e. rig. e lin. AR. Diam. 24, p. gr. 2,16 (Var. n. 43 C.) C* 81. Grosso. £y — Tutto e. prec. 1$ — Tutto e. sopra, ma le lettere sono disposte F-M-M-F. AR. p. gr. 2,80 (Var. n. 44 C.) C^ 82. Soldino. B' — ... FRANCISCVS M • SALVTIÀR Scudo coronato ed accostato da F-M e. lin. ^ — Testina nimbata SANCTVS • CONSTANTIVS Croce in- cavata e fiorata, ». lin. M. Diam. 20, p. gr. 1,20 (Var. n. 54 C.) C* 83. Idem. ÌB' — ... FRANCISCVS : M : SALVTIÀR C. prec. F-M. 9 — Testina nimbata SANCTVS i CONSTANTIVS C. sopra. M. Diam. 18, p. gr. 1,10 (Vai. n. 55 C). C 84. Idem. ^ — ^ FRANCISCVS • IVI SALVTIAF^- C. prec. F M. 6o 9 — Testina nimbata SSANCTVS : CONSTANTIVS C. sopra. isic) M. Diam. 19,5, p. gr. 1,31 (Var. n. 56 C.) C^ 85. Soldino. B' — FRANCISCVS • M • SALVTIAR C. prec. F M- ^ — Testina nimbata SANCTVS CONSTANTIVS C. sopra. M. Diam. 17, p. gr. 1,03 (Var. 11. 56 C.) C^ (tosato). 86. Idem. ^ — ^ FRANCISCV-S : - : M : SALVTI-AR C. prec. F-M. ^ — Testina nimbata SANCTVS : CONSTANTIVS C. Sopra. M. Diam. 19, p. gr. 1,03 (Var. n. 59 C.) C- 87. Idem. B' — ^ FRANCISVS • M • SALVTIAR. C. prec. F-M. isicj ^ — Tutto e. sopra. M. Diam. 18,5, p. y^v. 1,12 (V.^r. n. 59 C.) C- 88. Idem. B' — ^ FRANCISCVS : M : SALVTIA C. prec, ma F-S. ^ — Testina nimbat.i SANCTVS : CONSTANTI C. sopra. M. Diam. 20. p. gr. 1,08 (Var. n. 48 C.) C* B9. Idem. ^ ~ ^ FRANCISCVS • M • SALVTIAR C. prec, F-S. 9 ~ Testina nin.bata • SANTVS • CONSTANTIVS C. sopra. M. Diam. 18, p. gr. 1,20 (Var. n. 50 C.) C* 90. Idem. & — ¥ FRANCISCVS : M : SALVTIAR C. prec, F-S. ^ Tutto e. sopra. M. Diam. 21, p. gr. 1,20 e i,ió (n. 50 C.) C^ e C* 6i 91. Soldino. ^ — ^ FRANCISCVS : M : SALVTIAR • C. prec, F-S. ^ — Testina nimbata SANCTVS : CONSTANTIVS C. sopra. M. Diam. 20, p. gr. 1,03 (n. 52 C) C^ 92. Idem. B" — ^ FRANCISCVS M : SALVTI-A C. prec, S-F. 9^ — Tutto e. sopra. M. p. gr. 1,00 (Var. n. 48 C.) C» Marchese Gabriele (1537-1548). 93. Cornuto. ^ — GABRIEL : SALVCIARVM : MAR Scudo marchionale a targa morionato, lanibrecchmato, coronato e ci- mato dell'aquila nascente coronata con la testa volta a sin., ai lati G— M e. lin. 9 — : S— AINCTVS : CON-STANT- Il Santo in armatura con vessillo nella d., a cavallo gradiente a d., in basso fra le zanìpe del cavallo O e. lin. AR. Diam. 29, p. gr. 4,84 (Var. n. 2 C.) C» 94. Grosso. a^ — + ^ GABRIEL ^ SALVCIARVM ^ MAR ^ Scudo di forma sannitica, coronato ed accostato da G-M in doppia cornice trilobata, e. lin. 62 Testina nimbata ^ DÀTVIVI ^ OPTIMVM ^ DESVR- SVM -f EST -f Croce patente accantonata dalle lettere G-M-M-G- in doppia cornice quadrilobata con globetti alle punte, e. lin. AR. Diam. 25, p. gr. 2,71 (n. 5 C.) C^ 95. Forte. ^ — + GABRIEL • SALVCIARVM • Grande G coronata, e. lin. ^ — Testina • DATVM • OP • DESVRSVM • E • Croce piana, e. lin. M. Diam. 16, p. gr. 1,03 e 1,00 (Var. n. 16 C.) C2 e C» 96. Idem. ^^ — + . GABRIEL • SALVCIAR • M • C. prec. 1$ — Tutto e. sopra. M. p. gr. 0,85 e 0,80 (Var. n. 15 C) * * Le monete seguenti dei Vescovi del Casato di Saluzzo appartengono alla serie di monete battute da Italiani al- l'estero. 63 Amedeo II di Saluzzo. Cardinale e Vescovo di Valenza e Die (1385-1388). 97. Grosso ? ^' — + A : DH SALUa • ADMINISTRATOR : Aquila spie- gata con la testa volta a sin., caricata dello scu- detto di Savoia, r. v'\)^. 9 — EQQAR : > QOITAT : UALHNI : 3 DH Scudo ovale di Casa Saluzzo con crocetta sopra la fascia, acco- stato da 3 croceLt(' simili, in cornice quadrilobata, e. rig. (Le leggende sono in caratteri semigotici). AR. Diam. 23, p. gr. 2,03 C* 11 Poey d'Avant {Mominirs feodales de France, tomo III, p. 14; t. CUI, 16) ha ietto male la leggenda del 9 per aver avuto fra le mani un esemplare sconservato. Il vescovado di Die fu unito a quello di Valenza nel 1276 e da quell'epoca i Vescovi batterono moneta col proprio nome, unendo sempre il nome delle due diocesi. Giorgio di Saluzzo Vescovo di Losanna (1440-1461). 98. Tresel. ^ - (j 4 D ^ SALVailS ^ «P ^ LAVS ^ Mezza figura della B. Vergine col Bambino sul braccio destro, ambo le teste sono coronate, e. lin. e rig. 9 — + SIT ^ NOMilN ¥ DNI Y BUNttDI^ ^ Croce gi- gliata, e. lin. e rig. (Le leggende sono in carat- teri semigotici). 64 AR. Diam. 19, p. gr. 1,12 99. Tresel. ^ — Tutto e. prec. 9^ — + SIT * NOM« * DNI ^ BttNaD C. sopra. AR. Diam. 20, p. gr. 1,30 C3 Roma, ottobre 1920. Barone A. Cunietti-Gonnet. UNA MONETA D'ORO INEDITA DI LEONTINI Ho il piacere di descrivere la seguente moneta d'oro di Leontini, venuta in mio possesso per acquisto fattone re- centemente : ^ — Donna che cavalca un cavallo, il quale va al passo a destra ; essa è intieramente nuda e tiene le re- dini con ambedue le mani. ^ — VEONTINON (bustroph. in leggenda circolare). Testa di leone con la bocca aperta a destra e circon- data da quattro granelli di orzo o di frumento. Grammi 0,70. (al naturale). (ingrandita). Per quanto io conosca, la moneta è inedita, anzi unica. I nummografi Holm, Hill ed Head (Holm, Storia della moneta deW antica Sicilia, Torino, 1906 ; Hill, Coins of an- cient Sicily. Westminster, 1903 ; Head, Historia Numorum, Oxford 191 1) che si sono occupati con rara competenza della monetazione siceliota, Thanno ignorata, perchè la moneta faceva parte di una piccola collezione privata non conosciuta da alcun studioso. Questo particolare ha impedito gli scrit- tori di studiare questa bella monetina, che è quindi rimasta finora inedita. Ora cerchiamo di precisare la data della coniazione del- l'aureo e di dimostrare la sua autenticità. 66 E opinione comune che molte città greche ricorsero alla monetazione aurea per la penuria di argento. Atene, per mancanza di argento, coniò delle monete d'oro, inviando alla zecca una parte della riserva d'oro del Partenone e special- mente otto Vittorie su dieci. Dopo la disastrosa spedizione ateniese in Sicilia una grande crisi economica e politica tra- vagliava le colonie greche d'Occidente per le grandi spese sostenute nella lunga guerra peloponnesiaca. Lo stesso fe- nomeno avviene nelle città siceliote ; Agrigento, Catana, Gela, Siracusa emettevano le prime monete d'oro (cfr. Head, op cit, pagg. 121, 129, 141 e 175). 1 Leontini che presero parte a questa guerra, non po- terono certamente sottrarsi, come del resto si vede nei giorni attuali dopo la guerra mondiale, a questa crisi economica, e di conseguenza dovettero coniare la bella monetina sopra- descritta. Per queste considerazioni io credo che la emissione del- l'aureo leontino debba essere assegnata allo stesso periodo, in cui le altre città siceliote coniarono le monete d'oro e •quindi al periodo dell'arte finissima. Ammesso quanto sopra si è detto, possiamo precisare la data dell'emissione ed indicare il periodo che va dal 412 a. C, anno della disfatta ateniese, al 404, anno in cui Leontina perdette la sua indipendenza per opera di Dionisio il Vecchio tiranno di Siracusa. In quanto all'autenticità della moneta, posso dire che avendola esaminata attentamente mi sono sempre maggior- mente convinto che trattasi di una moneta autentica e non mai di una contraffazione antica o moderna. L'esecuzione delle figure nel diritto e rovescio, il peso •della monetina, la modellatura delle figure, l'iscrizione della leggenda, non mi lasciano alcun dubbio che la moneta sia autentica e che sia un vero gioiello d'arte. La tengo a disposizione degli studiosi e dei competenti della numismatica siceliota, affinchè, con eventuali lavori, possano portare il loro contributo alla scienza con questo aiuovo documento. Catania, Dicembre 1920. Silvio Sboto. RITROVAMENTI Ritrovamento di Monete Consolari a Orzivecchi (Brescia). A Orzivecchi in Provincia di Brescia, il giorno 24 mag- gio 1920 fu rinvenuto un piccolo ripostiglio di monete che, requisite dall'Autorità competente, venne depositato a questo Museo Civico. Il gruzzolo risulta composto di 33 denari e 5 quinari d'argento della Repubblica Romana da attribuirsi ad un'epoca decorrente dall'anno 260 al 200 a. C. Sono in ottima condi- zione, poco o nulla intaccati da ossido. Come si vede si tratta di un ripostiglio di ben modeste proporzioni. Credo però utile darne un elenco riferendomi alle tavole illustrate del Catalogo del British Museum di Grueber, essendo l'unico testo che dà una minuta classifica dei denari romani primitivi. 1 denaro. /B' Testa di Roma. ^ Dioscuri (senza simb. o leg- genda (Grueber voi. Ili), Vili, i — 268-240 a. C. 2 quinari. .B' come sopra. 9 Idem, Vili, 4 — 268-240. 4 denari, i^ e. s. I^ Idem, XIII, 6 — 229-217. 1 denaro. ^ e. s. Ij^ C • AL (m nesso) sotto i Dioscuri, XIII, 4 — 229-217, 2 denari. ^ e. s. 1? senza legg. (Dioscuri), XIII, 7 — 229217. I denaro. ^ e. s. 9 Clava (Diosc), XIII, 11 — 229-217. I denaro. ^ e. s. 9 Punta di lancia (Diosc), XIII, 14 — 2292 17. 4 denari. }^ e. s. \)l senza leggenda (Diosc), LXXVIII, i — 240-217. I quinario. ^B' e. s. I^ senza legg., LXXVIII, 2 — 240-217. 68 2 denari. /B" e. s. I^ Vittoria che corona i Dioscuri, LXXVIII, II — 240-217. 2 denari. ^ e. s. ?/ Apex e martello sotto i Dioscuri, LXXIX, 5 - 240-217. 2 denari. ^^ e. s. 5^ C sopra i Diosc, LXXXIV, 8 — 240-197. I quinario. B" e. s. ^ H sotto i Diosc, LXXXIV, 15 — 240-197. I quinario. /B" e. s. 9 MT (in nesso) sotto i Diosc, LXXXV, 13 — 240-197. 9 denari. ^ e s. I^ senza legg. (Diosc), XIV, 8-9 - 217-197. 3 denari. ^B" e s. P Delfino sotto i Dioscuri, XV, 9. I denaro. ^ e. s. ij* Mezzaluna sopra i Dioscuri, XV, 12. L'esigua quantità di esemplari non permette di trarre cognizioni interessanti. Si può soltanto stabilire che la mas- sima parte delle monete per il tipo e per il peso sono an- teriori alla 2.^ Guerra punica, poche sono posteriori e di peso ridotto. La data dell'interramento si può fissare, tra il 200 e il 190 a. C. epoca in cui, terminata trionfalmente la guerra contro Cartagine, Roma portò le armi nell'Alta Italia riconquistando la Gallia Cisalpina. Milano, Dicembre 1920. P. B. LUCERÀ. — Alfonso De Troia in Miscellanea Numismatica dà notizia di monete romane repubblicane e imperiali trovate in tombe nei lavori del cimitero e della scoperta di un piccolo vaso contenente 319 denari imperiali, di cui promette notizie particolari. BIBLIOGRAFIA Percy Gardner. a History of Ancient Coinage, yoo-joo B. C. Oxford. Clarendon Press, 1918, pagg. xvi-463 e XI tav. Questo interessante volume, giuntoci solo ora, vuol es- sere il primo tentativo di una storia della monetazione an- tica considerata nel suo assieme, nei suoi fattori storici e nelle forme della sua evoluzione, di contro al procedimento monografico fino ad ora seguito, che studiava le singole zecche isolatamente ed indipendentemente Tuna dall'altra. 1 termini sono ben scelti: con Tepoca ellenistica si apre infatti un nuovo periodo della storia monetaria, ove più non sono delle città-stati, ma dei regni e tutto il regime economico varia. Una prima parte delFopera modestamente indicata come " Introduzione ,; studia i fattori sociali della moneta- zione [le vie di commercio, i commercianti, i banchieri, le misure, la politica monetaria nelle leghe di città e nei rap- porti fra la città e la colonia, infine i concetti direttivi della monetazione, il problema del monometallismo e del bimet- talismo nel mondo antico] e i dati fondamentali dello studio [ripostigli, procedimento di fabbricazione]. La storia vera e propria è divisa in due periodi, dalle origini al 480 a. C. e da quest'anno al 300 a. C. chiudendosi con le monete di Fi- lippo e di Alessandro. L'opera veramente notevole come sin- tesi storica, è stampata con l'abituale eleganza e sobrietà e adorna di bellissime tavole. Monnates Grecques Antiques provenant de la Collection de feu le prof. S. Pozzi. Ginevra, Naville & C, 1920, pa- gine 194 e CI tavole. Il catalogo della collezione Pozzi (redatto crediamo dal Dr. J. Kirsch) merita di essere segnalato non solo per il valore eccezionale della raccolta, ma ancora per il metodo veramente scientifico col quale è redatto. I 3334 pezzi non solo sono tutti riprodotti in accurate tavole, ma hanno an- cora nel testo una descrizione precisa ove le leggende, le sigle o i segni di zecca sono riprodotti con tutta l'esattezza desiderabile. Di ogni moneta è dato non solo il metallo e il modulo, ma ancora il peso, così che questo ricco catalogo deve divenire un sussidio indispensabile ad ogni studioso della storia monetaria e della metrologia antica. Abbiamo tenuto a segnalare il bellissimo esempio perchè serva di guida e di incitamento. 70 Oesterreichische Munzpràgungen ijig-igi8, zusammengestellt von Dr. Viktor von Miller zu Aichholz. Wien, 1920. A cura del Gabinetto numismatico di Vienna e della famiglia Miller von Aichholz è stata pubblicata, m accuratis- sima edizione dell'istituto geografico militare austriaco, per il decimo anniversario della morte del compilatore questa preziosa opera riassuntiva di tutta la monetazione dell'Austria. Ad una breve prefazione storica del Loehr fa seguito un'ac- curata ed esauriente bibliografia in cui tutte le pubblicazioni sono elencate dal punto di vista storico-cronologico e poi da quello territoriale. Segue una tavola della produzione dei metalli preziosi dal 1493 al 1745 e poi quelle prospettanti l'attività monetaria della monarchia nell'ordine cronologico e con la divisione delle zecche, riferendo di ognuna sia i segni monetari quanto l'organizzazione dei funzionari. L'opera pro- priamente detta si compone di 352 tavole ove cronologica- mente sono elencate tutte le emissioni della monarchia, dando per ogni pezzo le indicazioni numismatiche ed i richiami bi- bliografici necessari. L'opera si chiude con l'indicazione degli ultimi pezzi coniati da Carlo I nel 1918. Per nessuno Stato moderno noi possediamo un prospetto della storia monetaria così accurato e così seriamente composto come questo ; cre- diamo che miglior elogio non è possibile fare alla bella pub- blicazione austriaca. Riceviamo dal Dr. Hill e pubblichiamo : The Editor Riv. Ital. Numismatica. Sir, In your notice of my little pamphlet " Coins and Me- dals „ {Riv. ItaL, XXXIII, pag. 233) you remark that J bave forgotten, in the bibliography, to mention the works relating to the Musulman Empire. Way J explain that, far from having " forgotten „ these workes. J bave dealt with them in the same way as with works relating to other branches of numismatics. The bibliography does not pretend to cover the whole ground, but, when a full bibliography alredy exists, refers to thet, and mentions only the more important works which bave appeared later. As J say on p. 38. ^^ in cach branch of the subject some of the standard authoritie are mentioned, togetter with some of the newer publications which supplement them in details „. J am, Sir, Your obedient Servant George F. Hill. VENDITE ROMA. — Il 29 novembre 1920 è cominciata alla Gal- leria G. Giosi, in Via del Babuino 153, sotto la direzione dei Sigg. P. e P. Santamaria la vendita di una ricca colle- zione di monete romane e di aes grave (i) che appartennero ad un collezionista defunto. Numerosi i numismatici ed i collezionisti intervenuti al- l'asta. I 1302 numeri del catalogo hanno raggiunto i se- guenti prezzi : i-io L. 3400, 7500, 145, 40, 20, 24, 340, 30, 50, 34. 1 1-20 „ Ritirato, 55, 38, 950, 90, 30, 400, 220, 150, 20. 21-30 „ 16, 75, 30, 100, 71, R, 370, 70, 32, 50. 65, 64, 44, 170, 40, 6, 15, 400, 450, 820. 450, 6, 19, 5, [5-6] 26, [7-8] 22, [49-50] 22. 15O' [2-3] 27, 42, [5-6] 12. 140, [8-9] 18, 15. [1-2] 20, 160, 42, 60, 5, 17, [8-9] 20. [70-2] 32, 40, 36, [58] 64, 48, 160. 50, 5, 40, 190, [5-6] 2;„ [7-8] 23, [89-91] 32. 74, [3-4] 38. 45- [6^] 50' 14. [loo-ioi] 22. 290, 5, 21, [5-6] 32, 50, 500, [9-10] 30. 70, 40, 16, 55. [15-16] 30, [17 18] 50, 540, 80. [13] 30' 32, [5-7] 36» 26, [2931] 26. 12, 20, [4-5] 16, [6-9] 27, 40. 15, 54, II, 160, [5-6] 26, ICQ, 26, 40, 155. 320, 750, [3-4] 12, 36, 42, 240, 60, 12, 120. 12, 85, 165, 24, 155, 130, 95, 100, 100, 850. 30, 135, 40, 120, 12, 75, 45, 280, 20, 42. 27' 50. [3-4] 36. 70. 29. 24. 30, 52, II. 200, 260, 150, 52, 50, [6-8] 40, 13, 100. (i) Medailles Romaines, Aes grave composant la coUection d'un amateur decèdè. P. & P. Santamaria experts 84 Via Condotti, Rome, MCMXX, pagg. 137, N.' 1302 con 31 tavole eliotipiche. 31-40 » 4150 » 51-60 ff 61-69 V 7080 n 81-91 y 92-101 V I02-II0 }} Ili- 120 n 121 131 y) I32I4O ì) I4I-I5O )) I5I-160 }) 161-170 » 171-180 f) 181-I9O V 191-200 » 72 20I-2I0 L. [1-2] 23, 31, IO, [5-6] 42, 31, 15, 470, 260. 211-220 „ 1750, 800, IIOO, 570, 800, 2200, 410, 1400, 55, 22. 221-230 „ 45, 65, 220, [4-6] 50, 50, [8-9] 50, 26. 231-240 „ 50, 12, 25, 42, 23, 160, [37-40] 85. 241-250 „ 55, 100, [3-4] 50, 16, 130, 48, 100, 150, 15. 251-260 „ 40, 130, 100, 30, [5-6] 31, [7-8] 32, 37, HO. 261-270 „ 180, 100, 55, 85, [5-6] 70, 52, 80, [69-70] 44. 271 280 ,, [1-3] 44, 15, 45, 6, 100, 42, 125, 170. 281-290 „ 30, 200, 32, 130, 210, II, 115, II, 100, 185. 291-300 „ 120, 520, 25, 50, 140, 95, 800, 600, 460, 22. 301-310 „ 650, [2-3] 26, [4-6] 40, 650, 800, 26, 80. 311-320 „ 70, 700, 620, 750, 31, 82, [7-8] 60, 25, 70. 321-330 „ 80, 250, 55, 800, HO, 46, 200, 130, 130, 290. 331-340 » 155» 40» 40» 400» 95O' 55O' 600, 500, 160, 36. 341-350 » 160, 100, 30, [4-5] 25, 160, [78] 85, 370, 5. 351-360 „ 620, 75, 400, 725, 260, 220, 500, 480, 650, 350. 361-370 „ 300, 720, 560, 380, 260, 150, 90, 310, 40, 65. 371 380 ,; 525, HO, 200 [45] 26, 3600, 270, 240, HO, 55. 381-390 „ 245, 42, 51, [46] 35, 70, 180, 600, 16. 391-400 „ 2600, [2-4] HO, 105, 650, 80, 42, 1700, 1500. 401-410 „ 23, 70, 55, 15, 25, 22, 20, 35, 13, 85. 411-420 „ 300, 7, 800, 500, HO, 68, 73, 160, 51, 12. 421-432 „ 95, 115, 16, 2300, 115, 35, 1350, 500, 42 [30-2] 65. 433-440 „ 2600, 1700, 65, 28, 250 460, 340, 800. 441-450 „ 600, 350, 290, 125, [59] 170, 66. 451-460 „ [1-2] 58, 50, 57, [5.7] 70, [89] 46, 50. 461-470 „ 160, 260, [36] 115, [7-8] 46, 320, 30. 471-480 „ 1600, HO, 410, 630, 825, 440, 250, 400, 300,270. 481-491 „ 410, 400, 285, 330, 400, 300, 320, 700, [8991] 105. 492-500 „ 50, 700, 1625, [5-6] 32, 20, 22, 80, 180. 501-509 „ 275, 300, 370, II50, 950, 500, 350, 850, 120. 510-519 „ [10-2] 90, 80, 25, 120, 135 [7-8] 46, 135. 520-530 „ [20-21] 4I, 1000, 65, 135, [5-6] 20, 17, 28, [29-30] 32. 531-540 ;, 170, HO, 34, 105, 700, 145, [7-8] 26, 160, 16 541-550 n 30, 450, 26, [4-5] 25, 900, 875, 55, 26, 16. 551-560 ,; 500, [2-4] 210, 30, 800, 500, 510, 1500, 500. 561-570 „ 1000, 450, 725, 650. 370, [6-9] 50, 32. 571-580 „ 65, [2-3] 38, 120, 38, 300, 160, 30, 320, 105. 581-590 ,; [1-2J 42, 360, 30. 52, 58, 125, 21, 250, 54. 73 59i'6oo L. 60, 100, 3600, 420, lieo, 45, [7-8] 105, 500, no. 6oi-6io ,; [1-2] 210, 4C0, 770, II, 270, 370, 420, 1000, 600. 611-620 ,; 620, 300, 360, 340, 500, 650, 600, 1450,350, 510. 621-630 „ 920, 840, 500, 600, 900, 55, 100, [28-30] 135. 631-640 „ [1-2] 140, 56, 60, 125, 140, 52, 220, 260, 135. 641-650 „ 300, 160, 360, 42, 500, 80, 300, 265, 470, 500. 651-659 „ 150, 210, 60, 210, 135, 1900, 55, 50, 1500 6óo 670 „ [60-1] 90, 160, 145, 750, 775, 52, 21, [8-9] 75, 21. 671-680 „ 350, 78. 120, 300, 410, 665, 825. 550, 450, 450. 681-690 „ 950, 650, 750, 500, 43, 43, 25, 38, 39, 33. 691-700 „ 18, 24, 27, 27, IO, 20, 45, 56, 30, 63. 701-710 „ 78, 42, 65, 175, 135, 185, 56, 50, 42, no. 711-720 „ 50, 35, IO, 100, 35, 60, 68, 20, 76, 40. 721-730 „ 55, 50. 55, R, 460, 50, 50, 60, 60. 40. 731-740 „ 150, 45, 20, 16, 240, 56, 22, 62, 56, 35. 741-751 n 55» 33. IO» 75' 400, 300, 500, 550. 475, [50-1] 48. 752-760 „ [2-3] 47, 50, [5-6] 82, 45, 230, 290, 80. 761-771 „ 4100, 300, 800, 540, 400, 330, 285, 625, 660, [7o-i]36. 772-780 „ 100, 60, 58, 55, 72, 120, 65, 68, 205. 781-790 ,; 36, 45, 50, 56, 95, 45, 250, 155, 150, 40. 791-800 „ 41, 32, 200, 325, 450, 375, 380, 32, 34, 72. 8oi-8io „ 60, 135, 165, 100, 48, 155, 40, 150, 100, 70. 811-820 ,; 95, 72, 50, 40, 56, 48, R, 400, 860, 950. 821-830 „ 675, 460, 700, 510, 550, 500, [27-30] 76. 831-840 ., 300, 66, 160, 56, 140, 100, 45, 150, 825, 1050. 841-850 „ 675, 550, 46, 225, [5-6] 175, [7-8] 90, 1000, 5. 851-860 „ 65, [2-3] 55, [4-5] 150, [6-7] 150, 70, [59-60] 62. 861-870 „ [1-2] 165. 70, 425, 105, 75, 85. 165, 285, 135. 871-880 ,; [[-2] 150, 75, 51, 65, 78, 160, 2000, 68, 890. 881-890 „ 280, 140, 300, 320, 56, no, 1700, 620, 250, 15. 891-900 ,; 42, 26, 85, 400, 900, 1600 900, [8-9] 72, 30. 901-910 „ 65, 56, 66, 45. 25, 45, 1150, 1300, 1350, 1700. 911-920 „ [[-2] 140, 43, 500, 58, 61, 60, 80, 61, 40. 921 930 „ 1450, 1300, 1600, 32, 55, 100, 150, 90, 90, 170. 931940 „ 6r, 66, 65. no, 25, 1900, 1300, [8-9] 64, 28. 941.950 „ 68, R, 165, [4-5] 170. 60, 2350, [8-9] 55, 90. 951-960 „ 270, 60, 40, 265, 50, 55, 50. [8-9] 41, 52. 961970 „ 775, 600, 37, 80, 60, 2oa, 95, [8-9] 52, 32. 971 981 y, 88, 88, 130, 18, R, 125, [7-8] 100, 45, [80-1] 76. 74 982-990 L. 9911000 f) I00I-I009 V lOIO I020 ì) 102 1 103 1 )) 1032-1041 n 1042-1050 » 1051-1061 » 1062-1072 » 1073-1080 j) io8i-[090 V 1091-1100 V IIOI-IIIO » 1111-1121 » 1122-1131 V 1132-1142 )) 1143-1150 }> 1151-1160 ì) 1161-1170 f} 1171-1180 » 1181-1190 V 1191-1200 w 1201-1210 }) 1211-1220 » 1221-1230 )> I 231 -1240 )) 1241-1250 }} 1251-1260 >f 1261-1270 }} 1271-1280 V 1281-1290 )f 1 291- 1300 » 1301-1302 >f 675' [3-5] 45' [Ó-9] 80, 30. 64. 155. [3-5] 34. 40, [7-9] ^4- 165. 250, [2-4] 90, 720, 320, 420, 320, 620. [10-3] 70, 130, no, [16-7] 62, 75, 130, 40. 325. [2-4] 32. [5-8] 52. 70. [30-1] 58. 32, no, 29, 50, 130, R, 50, [39-41] 65. 350. 30, 350» 6, 875, [7-8] 68, [49-50] 66. [1-2] 40, [3-5] 60, 60 [57-61] 85. 270» 775' [4-6] 42. 41» [68-72] 55. 75, 20, 100, 50, 34, 45. 19, 32. [1-4] 36, 425, [6-7] 30, 29, 22, 7. II, 620, 22, 675, [5-6] 18, 900, [8-9] 30, 34. 38, 400, 340, [4-5] 150, 1000, [7-8] 18, 30, 600. 290, 220, [3-5] 52, 32, 500, 16, 48, [20-1] 42. 25' [3-5I 105, 410, 600, [8-9] 24, [30-1] 17. 105' [3-4] 30. 105, 250, 510, 800, [39-42] 42. 270, 12, 430, 6, 125, 2, 260, 190. 60, 370, [3-4] 42, 130, [6-8] 40, 70, 135. 26, 105, 250, 56, 140, 20, 120, 210, 20, 145. [1-2] 20, 130, 120, 130, 66, 52, 220, 105, 100. 20, 62, 25, 90, 1 10, 105, 38, 65, 250, 265. 225, 78, no, 50, R, no, 40, 175, 85, 210. 300, 100, 100, 75, [5-6] 17, 62, 60, 100, 70. 350, 100, 76, 100, 26, [6-7] 6, 65, no, 50. no, 115, [3-4] 24, 100, 25, 100, 45, no, 3[. lOQ, 70, 70, 25, 5, 120, 40, 45, [39-40] 2r. 100, 160, 100, 70, 65, 30, 100, 100, 25, 75. 50, 75, 100, 50, I, 75, I, 5, 125, 40. 5, 100, 5, 60, 20, 5, 100, IO, 2, 125. 100, 100, 125, 15, 350, no 80, 50, 260, 40. 55' 58' 60, 650, 410, 250, 720, 320, 120, 1350.. 150, 310, 500, 290, 200, 300, 60, 1400, 150, 1050 200, 890. Il 6 dicembre 1920, negli stessi locali e per cura dei sigg. P. e P. Santamaria, ebbe pure luogo la vendita di monete e rnedaglte di Pio IX componenti la raccolta del comm. ing. Scipione Ronfili. Il catalogo di pagg. ix-35 ^^' 75 ^scrive 263 numeri con 4 tavole eliotipiche ed è preceduto da una prefazione dei sigg. Santamaria che illustra la rac- colta e riproduce due ritratti degli incisori Giuseppe e Ni- cola Cerbara. Il 31 gennaio 1921, sempre negli stessi locali e per cura dei sigg. Santamaria, avrà luogo Tasta pubblica di rnonete delP Italia Antica Aes grave componenti la raccolta di un di- stinto collezionista. 11 catalogo di pagg. 19 comprende 228 nu- meri ed è illustrato da 12 tavole eliotipiche. Nella prossima primavera, sempre a cura dei sigg. San- tamaria, verrà venduta all'asta la prima parte della collezione Ruchat che comprende: Regno d'Italia, Savoia, Piemonte, Liguria, Sardegna, Lombardia e Veneto. 11 catalogo sarà illustrato da circa 40 tavole. La seconda parte, la terza e la quarta che comprendono rispettivamente la Toscana, le zecche pontificie ed il resto delle zecche italiane andranno all'asta piìi tardi. MONACO. — Il 13 e 14 aprile 1921 presso il dr. Eugen Merzbacher andrà all'asta una collezione di Munzen und Medaillen alter Lànder. Il catalogo di pagg. 56 descrive 955 numeri ed è illustrato da 22 tavole. NOTIZIE VARIE Roma. — Si è costituita sotto la presidenza di Paolo Orsi e di Quintino Quagliati, per iniziativa di un gruppo di signore romane, la Società Magna Grecia. La Società si propone di ricercare, far conoscere e proteggere le bellezze ed i ricordi d'arte di quella nobilissima plaga d' Italia. La quota annua pei soci è di L. io e le adesioni si rice- vono alla Biblioteca di Piazza Nicosia. In seguito all'assegnazione definitiva dei palazzi e delle ville, che il Re con decreto 3 ottobre 1919 riconsegnò al Demanio dello Stato, a Venezia nel Palazzo Reale verrà trasferito fra altri anche il Museo Civico Correr ed a Palermo, pure nel Palazzo Reale, saranno collocate anche le raccolte d'archeologia. Sono state aumentate le tasse di esportazione di oggetti di anti- chità e belle arti. 11 io °/o sulle prime 30,000 lire; il 14 7o sulle se- 76 conde; il i8 % sulle terze; il 22*^/0 per le quarte gjp.o a raggiun- gere il 25°/o con l'intiera tassa. La misura presa tende a porre un freno all'esodo d'opere antiche che era divenuto impressionante. Milano. — Nello scorso anno, il materiale numismatico e medaglistico del Gabinetto di Brera è stato tolto dalle casse dov'era riposto e collocato secondo l'antica distribuzione nei vecchi stipi braidensi, nella Sala di custodia del Medagliere, nel Castello Sforzesco. Successivamente si è proceduto ad un riscontro per pezzi e per metallo, ed alla consegna da parte del prof Patroni, sovrain- tendente degli scavi e Musei Archeologici di Lombardia, rappre- sentante del Governo, al Direttore prof Vicenzi, per il Comune di Milano. Si è curata poi la sistemazione della biblioteca speciale, incre- mentandola con acquisti varii, fra cui precipuo quello latto al- l'asta Ratto, Si attende ora ad un primo riordinanìento ed al riscontro di tutte le serie monetali e medaglistiche, contando di poter consen- tire al pubblico degli studiosi l'uso delle raccolte nella seconda metà dell'anno, quando sarà possibile d'avere il personale tecnico e di custodia, per cui sono in attuazione i bandi di concorso. Il Consiglio dell'Accademia di Brera ha conferito un primo premio Grazioli, per l'incisione delle medaglie, alla medaglia dedicata al cav. Serafino Donati di Atlilio Strada di qui ; 1 due secondi premi alla medaglia del generale Caneva di Enrico Fare ed alla me- daglia dedicata ad Angelo Cappuccio di Luigi Meazza. Bruxelles. — 11 Sottosegretario di Stato alle Finanze ha proibito con un decreto l'esportazione degli oggetti d'arte e del mobilio anteriori al 1830. Parigi. — Per la legge sull'esportazione degli oggetti d'arte, votata dalle due Camere, gli oggetti d'arte propriamente detti, mobili, sopram- mobili, ecc., anteriori al 1830 pagheranno una tassa del 15, 20 e 25 °/o se il loro valore sarà inferiore a 5000 fr., o fra 5000 e 20000 fr., o superiore a 20000 fr. Le opere d'arte importate non son soggette a tassa. CONDOGLIANZE Il nostro consocio e consigliere Barone Pompeo Bonazzi di Sanni- candro è stato colpito da una grave sciagura : la perdita della madre. Neil' inviare all'egregio amico le condoglianze della Società, siamo certi di interpretare il sentimento di tutti i soci, che con Lui partecipano nell'ora del dolore. RoMANENGHi Angelo FRANCESCO, Gerente fesponsabile. Industrie Grafiche AMEDEO NICOLA & C* - Milano- Varese Le prime monete e i primi « aspri deir Impero Ottomano » Osman Han fu il fondatore dell'Impero Ottomano. A riguardo delie prime monete ottomane coniate in quel tempo, non abbiamo se non vaghe notizie. Da fonti storiche soltanto apprendiamo quanto segue : " È cosa nota che Osman Han, essendovi incertezza e scarsezza di monetazione, fece coniare una sufficiente quan- tità di monete „. Ci risulta dunque che il suddetto Osman Han mentre provvide a costituire le basi del proprio Stato, trovò altresì opportuno decretare la coniazione delle monete. Nelle storie ottomane questo fatto è stato particolarmente preso in considerazione : " Osman oltre a ciò fece coniare monete d'oro „ (i). In effetto però, oggi più non si trovano monete intestate al nome del suddetto sovrano, di cui non è rimasto che il ricordo, unito a quello della fondazione del potere. Alla coniazione delle monete imperiali fu dato principio al tempo di Orhan, figlio di Osman Han e secondo sovrano deirimpero Ottomano; come si deduce non solo dalle storie e dalle tradizioni turche ma anche dalla presenza di monete effettivamente coniate. Del sultano " Orhan il vittorioso „ esistono numerose e svariate monete. Secondo il mio modo di pensare, le monete imperiali ottomane esistenti nel Museo imperiale, al 4.*' reparto del catalogo, sono meritevoli di diligente ed accurato studio ; in (i) Tag'el tavarih, voi. i, cap. 39. 78 una parola è quanto mai opportuno divulgare quanto risulta dal I volume, III capitolo del Catalogo delle monete otto- mane del Museo suddetto. N. I. Anno 727 Eg. Peso 5 carati (i) un po' abbondanti Diametro 18 (2). Nella superficie centrale del recto : (la ilah illa-llah) Non c*è altro Dio che Dio Negli eserghi : Nel verso Negli eserghi : Mohammed Profeta di Dio. Abubekr, Omar, [Osman], Ali in (?) Coniazione Orhan figlio di Osman Brussa ui Anno settecento ventisette. Descrizione : Nel recto della moneta la scrittura è imi- tazione dei tipi cufici, ad eccezione del nome di Mohammed che si può leggere analogamente a quello delle altre mo- nete di Orhan. Nel verso, ad eccezione del nome di Orhan, la scrittura ha il tipo arabo piii recente. E poiché possono dar luogo a difficoltà di lettura le lettere che costituiscono (i) I carato = 200 milligrammi. (2) Millimetri. 79 il nome di Orhan fig. 22 a ritengo necessario fornire alcune spiegazioni sulla forma delle lettere del nome suddetto. Il nome di Orhan nelle monete è sempre scritto come fig. 22^. Le lettere elif, vav, re, sono legate insieme come qualsiasi altra lettera, mentre ciò — è noto — non è permesso per tali lettere, dalle regole della scrittura araba. Va ricordato però che Orhan soleva fare la sua firma nel modo suddetto, firma che fu, in fac-simile, ripetuta sulle di lui monete. Dopo la sua morte, salito al trono il figlio di Orhan, le monete del sultano Miirad Han I furono scritte come fig. 22 e, miirad ben i orhan (Murad figli di Orhan), conservando pel nome di Orhan la primitiva configurazione (i). Nella suddetta moneta, delle lettere elif, vav e re, sol- tanto la vav non apparisce in modo chiaro. Oltre a ciò la frase Orhan ben i Osman presenta una caratteristica abbre- viazione, e cioè, la lettera b di ben (figlio) oltre ad esser tale per il punto che vi è sotto, funge anche da n finale di Orhan qualora la si legga col punto sopra, punto che serve altresì alla n finale di ben. Tale artifizio si riscontra anche in altre monete di Orhan ove un unico segno funge tanto da n finale quanto da b iniziale. Circa il nome fig. 22 d (Brusa) nome della città di Brussa, capitale dello Stato al tempo di Orhan, si trova ortogra- fato nel modo suddetto fino all'epoca del sultano Moham- med Han I. Al tempo di quest'ultimo invece si presenta nella forma fig. 22 e (2). Se dopo tali chiarimenti esistessero ancora dubbi sul nome di Orhan, diremo : Pur supponendo che il nome di Orhan non vi fosse in dette monete, ci è noto, dalla lettura delle medesime, che nell'anno 727 regnava in Brussa un figlio di Osman; potremo dunque dubitare an- cora non trattarsi di Orhan ? Per conseguenza con tale moneta si può dire iniziata la (i) Vedi Catalogo del Museo Imperiale (Medagliere Ottomano), vo- lume I, pag. I, numero 4. (2) Vedi Catalogo del Museo Imperiale (Medagliere Ottomano), vo- lume I, pag. 28, nn. 88, 89. 8o coniazione deir Impero Ottomano; di monete anteriori non è possibile dimostrare la coniazione; su questa moneta invece non sussiste alcun dubbio. Benché il peso della moneta sia di 5 carati un poco abbondanti, è chiaro che il suo peso originario raggiungeva i 6 carati. Storici ottomani raccontano che la coniazione di antiche monete avvenne nel 729 dell'Egira, cioè nel 1328 dell' E. V. (i). Soltanto nella storia di Hairullah effendi è scritto che le prime monete furono coniate nel mese muharrem del 728 (2). E se non fossero state rinvenute le monete di Orhan coniate in Brussa l'anno 727 le fonti storiche renderebbero tuttora incerta la questione delle monete di Orhan, sia circa il tempo, sia circa il loro peso. Il più famoso degli storici Sa'ad eddin racconta infatti che: " un aspro ottomano „ è del peso di V^ di dirhem (dramma) legale (3). Quantunque non specificato, si intende che il termine di paragone usato nella suddetta frase è il peso del dirhem le- gale delle monete selgiucide preesistenti e cioè — in peso ottomano — 14 carati. Decreti dei sultani Selim e Sulejman disposero che il peso di un aspro fosse di 3 \^ carati, cioè appunto ^!^ di dirhem legale e tale misurazione di \\ di dirhem legale deve certo ritenersi valida anche per le mo- nete di Orhan. Lo storico summenzionato Hairullah efendi riferisce la stessa cosa (4); nella storia di Solaq zade (5), in Nahbet el tavarig' (6) il dirhem illegale è posto in relazione col dirhem legale ed è detto che l'aspro è equivalente a V* del dirhem (i) Tag' el tavarih, voi. I, pag. 39. — Revzat el ebrar, pag. 342. — Gtìljen me'arif, voi. I, pag. 422. — Taqvim el tavarih, pag. 91. — Naqd «1 tavarih, pag. 374. — Taqvim i meskjukjat i osmanije, pag. 4. (2) Hairullah efendi, Storia dell'Impero 0//ow««o, voi. 3, pagg. 22-27. (3) Ì3g' el tavarih, voi. I, pag. 30. (4) Hairullah efendi, Storia, ecc., voi. Ili, pag. 70. (5) Solaq zade, Storia, pag. 19. (6) Nahbet el tavarih, voi. II, pag. 5. 8i legale (i). In Netaìg' el vuqu'at invece è detto equivalente a Vg di dirhem (2), in una parola le fonti sono alquanto di- scordi. Dal Taqvim i meskjukjat i osmanije (Almanacco delle coniazioni ottomane) dell'autore Galib bei, è asserito che gli aspri di Orhan sono equivalenti al peso di V4 di misqal (3). Solo posteriormente è stato, in verità, rilevato dalle mo- nete ottomane elencate nel Catalogo del Museo Imperiale che il peso completo di un aspro di Orhan è di 6 carati (4). Oltre a ciò risulta dal suddetto catalogo che gli aspri del sultano Miirad Han I, simili a quelli di suo padre, sono pure del peso di 6 carati (5), benché — in pratica — vi si veri- fichi un grano in meno (6) o due grani in più. Tale differenza è peraltro da attribuire alla imperfezione degli impianti delle antiche zecche. In una parola, nel catalogo delle monete ottomane del Museo Imperiale, gli aspri di Orhan o di Miirad Han I, è provato esser conformi nel peso agli aspri di cui al libro di Galib bei, il cui peso è fissato a '/^ di misqal. Riesce così possibile poter correggere gli errori degli storiografi circa il peso delle monete di Orhan. Nel Tag' el tavarih è ricordato che il coniatore delle monete di Orhan fu il di lui compagno e consigliere Aladin pascià (7). Fu per consiglio di costui che l'assemblea di Stato prese tale deliberazione; giacché per risolvere questioni tanto (i) I dirhem ottomani di 16 carati sono detti ** dirhem illegali „ ; i dirhem arabi in uso presso le antiche monete islamitiche sono detti " dirhem legali „. Il dirhem legale ha un ottavo di differenza dal dirhem illegale, e cioè di 14 carati. (2) Netaìg' el Vuqu'at, voi. I, pag. 20. (3) Il misqal ottomano differisce dal misqal usato nelle monete arabe. Il misqal ottomano è I ^/g dirhem illegale, cioè 24 carati (Taqvim i meskjukjat i osmanije, pag. 8). (4) Catalogo delle mon. ottomane del Museo Imp., voi. 1, mon. n, 3. (5) Catalogo delle mon. ottomane del Museo Imp., voi. I, mon. n. 18, 19 e 20. (6) I grano = ^/^ di carato; 1 carato =1 200 milligrammi; i grano =: 50 nnlligranuni. (7) Tag' el tavarih, voi. I, pag. 38. 82 importanti era ritenuta in antico necessaria la discussione in un consiglio di giureconsulti. Nella storia di Hairullah efendi è detto che del consiglio suddetto facevano parte i principi imperiali Siilejman pascià e Miirad Han e altre notabilità e personaggi (i). A quanto rilevasi dalle monete esistenti co- niate a un peso di ^1^ di misqal, il saggio metallico è stato trovato del 90 °/o (2) e tali monete argentee passarono nel- l'uso comune col nome pre-ottomano di aqce (aspro) per distinguerle dalle altre monete o sikke. Alla fine del nome aqce fu deciso nel consiglio suddetto di aggumgere (3) l'ag- gettivo osmani, e le monete ebbero quindi il nome di aqce i osmani (aspro ottomano). Nel catalogo delle monete turche del British Museum, alla serie delle coniazioni di Orhan, si presenta dal n. 69 al n. 82, una serie di monete di Orhan. Nel nostro Stato si dubita possa esistere una simile collezione di monete di Orhan. Descrizione di un'altra di tali monete di Orhan : Numero 2. Peso, 1,15 grammi, diametro 18 mm. Poco differente da questa moneta è quella registrata al n. 76 del catalogo inglese. Il recto della moneta è simile a quello della moneta descritta al n. i e la leggenda vi è scritta in modo simile; in questa moneta di Orhan però non (i) Hairullah efendi, Storia, voi. Ili, pag. 66. (2) Canone riportato dal Taqvim i meskjukjat i osmanije, tariffa dell'argento usato negli aspri coniati dagli ottomani. (3) Taqvim i meskjukjat i osmanije, pag. 5. VI sono scritti Osman, Ali. Nel verso : 83 nomi dei quattro califfi Abubekr, Omar, Il grande sultano Orhan figlio di Osman Che Iddio conservi al potere. Se si fa un confronto si riscontra molta somiglianza tra lo scritto che è in questa moneta e quello della moneta pre- cedente. Nel verso di questa seconda moneta si nota l'epi- teto " es-sultan el-a'zam „, il grande sultano; si nota altresì che la fine del nome Orhan presenta l'abbreviazione ormai nota, consistente nell'assorbimento della n finale del nome Orhan da parte della lettera b di ben-figlio. Numero 3. Numero peso gr. 1,20 diam. 15 mm. peso gr. 1,20 diam. 15 mm. Numero 5. peso gr. 1,20 diam. 15 mm. Nella moneta numero 3 è da notare che la lettera n finale del nome è scritta come una l, dopo la quale è posta la voce ben (figlio) unita alla lettera precedente in una sigla della forma fig. 22/". Tale sigla nella moneta n. 4 assume la forma fig. 22^, mentre nel verso della mo- neta n. 5 la sigla è ancora più ridotta nella forma. 84 Numero 6. In questa moneta che nel catalogo del medagliere del Museo Imperiale porta il n. 6, la voce ben (figlio) non è affatto registrata e tra le due parole come a fig. 22 //. (orha[n ben] os[man]) non si inserisce alcuna terza parola. N. 7. peso 1,20 diam. 15 N. 8. N. 9. N. IO. 1,10 14 1,40 0,95 14 N. II. 1.2: N. 12. N. 13. peso 1,5 1,00 diam. 15 15 N. 14. N. is. 1,20 15 15 iN. IO. 1,10 15 N. 17. peso 1,25 diam. 17 N. 18. N. 19. 1,10 16 Sul recto delle monete suddette segnate ai numeri 3^ 4 e 5 le iscrizioni sono ripetute in modo analogo. Il peso è espresso in grammi e il diametro in millimetri. I 85 11 nome di Orhan sulla moneta n. i6 non porta scritte le lettere - ha - e questa sillaba manca pure nelle monete successive e la ritroviamo soltanto nella moneta n. 19 ove pure il nome Osman appare in modo piìi completo. Tale nome però in modo veramente chiaro si ha soltanto nelle monete n. i e 2 e si ritrova nuovamente scritto bene soltanto al n. 21. Nella moneta del n. 6 mentre il nome di Orhan appare in modo abbastanza chiaro, non è così del nome di Osman che appare invece scritto nella forma di fig. 22 /. Nelle mo- nete 17 e 18 si riscontrano le medesime difficoltà della mo- neta suddetta (n. 6); inoltre il nome di Orhan è ridotto alla sigla di fig. 22^, la voce ben (figlio) è scritta -1 e il nome di Osman ha la forma di fig. 22 /. " Es-sultan el-a'zam „, il grande sultano, frase già sopra ricordata, ricorre nelle monete di Oihan come appellativo indivisibile del nome del sovrano. In tutte le suddette mo- nete poi si riscontra la consueta fusione della n finale del nome Orhan con la parola successiva ben (figlio). Del nome Osman poi è scritta solo la prima parte con la forma fig. 22/, in modo che senza conoscere lo speciale valore di queste sigle non ne sarebbe possibile la lettura. In nove monete del British Museum il nome di Osman è detto doversi leg- gere come: Abdullahi^). Infatti nelle monete suddette il nome di Osman è scritto come a fig. 22 w, ma la lettera n si deforma in modo da apparire nella forma fig. 22 w, come rilevasi dalla moneta n. 4, ovvero la elif si unisce in modo completo alla lettera n dando luogo alla forma fi- gura 22 o, come rilevasi dalla moneta n. 5. Così nei casi suddetti, il nome di Osman apparirebbe simile al nome abd ullah e come tale lo si dovrebbe leggere. Ma tale interpre- tazione è da ritenersi erronea e i due epiteti non devono mai esser confusi tra loro giacché in fig. 22 o manca la fi- gura della lettera b e, dopo questa, quella della elif della se- conda parola. Tale è dunque la lettura da dare ai segni che trovansi dopo le lettere di fig. 22 /. Esclusa pertanto la (]) British Museum. Catalogo delle monete turche, n. 69. 86 lettura abd ullah, i segni che appaiono scritti sulle monete nn. 2, 4, 7, 8, 9, 11, 12, 14 vanno letti puramente e sempli- cemente come nome di Osman. L'epiteto " es-sultan el-a'zam ,, che figura nelle suddette monete imperiali non è altro — come è noto — che l'epiteto tributato al sovrano dello stato sel- giucida di Rum (= Sultano di Iconio) a partire dall'anno 684 dell'Egira, cioè 1236 dell'Era Volgare (i). 11 sultano di questo stato Abu sa'id Bahadir Han morì avvelenato nel 736 dell'Egira, cioè 1335 dell'Era Volgare, e per la sua succes- sione al trono sorse all'interno del suo stato una vivace contesa tra i figli del sultano e i grandi del regno. In tali circostanze fu comunicato agli stati stranieri che l'epiteto di cui trattiamo, es-sultan el-a'zam, sarebbe stato tributato ad Orhan in memoria della sua potenza e delle sue gesta mi- litari, e tale epiteto fu scritto sulle monete. Così, l'epiteto, estintosi il regno dei Selgiucidi, fu rinnovato e portato dai sultani ottomani. Del resto, con simile intendimento, anche il sovrano Adii Bei fece scrivere il suddetto epiteto sulle sue monete nell'anno 746 (2). Poiché dunque, dati i motivi su cui era basato, tale ti- tolo era tributato anche al sovrano di altri stati, Orhan il vittorioso per distinguere sé dagli altri che avevano preso lo stesso titolo e per rendere possibile al lettore la retta comprensione delle monete, fece scrivere sulle sue monete, oltre al detto epiteto anche il proprio nome e quello di suo padre. Pertanto Orhan fu il primo che coniò monete negli stati sorti dallo smembramento dell'impero selgiucida. Nelle suddette monete non fu scritto troppo bene il luogo ove avvenne la coniazione. Nelle monete n. 4, 8, 11, 14 si vede il nome Brusa; sulla moneta n. io invece, come pure in alcune di quelle del British Museum, si legge come^ a fig. 22 p (3). (i) Museo Imperiale. Catalogo delle antiche monete islamitich e 4* sezione, pag. 184. (2) Museo Imperiale, 4.° reparto. Antiche monete islamitiche, pa- gina 404, moneta n. 807. (3) British Museum. Catalogo delle monete turche, pag. 42, n. 74. 87 Eccezionalmente, a lato del suddetto nome, trovasi un fiore a scopo ornamentale. Altre monete infine sono senza •luogo di coniazione. Numero 20. peso gr. 1,22 — diam. mm. 18, Nel recto Non vi è altro Dio che Dio Mohammed Profeta di Dio. Negli eserghi : Abubekr, Omar, Osman, Ali. Nel verso: Orhan che Dio conservi al potere. Descrizione: Le iscrizioni di questa moneta sono, come in altre, allineate su tre righe. Non risulta poi su questa mo- neta il sopra mentovato epiteto di " es-sultan el-a'zam „, il grande sultano. Mentre le monete precedenti erano state coniate nel tempo in cui Io stato nutriva preoccupazioni per l'ingerenza dell'impero dei Mongoli, quanto tale preoccupazione dovè considerarsi svanita, il sultano Orhan potè evidentemente prendere in considerazione la coniazione di altre monete pre- parate con modi e disegni diversi dai precedenti. A conferma di ciò si nota il fatto che su quest'ultmia moneta è stato tralasciato il nome del padre e quello della città, poiché il sovrano era ormai noto, e facevan compren- dere ciò il rafforzamento stabilito all'interno dello stato e la rinomanza che aveva all'estero. 88 La formula di fede scritta sul recto di questa moneta e i nomi dei quattro iar i guzin (amici particolari [di Mao- metto] = i califfi) stanno quasi a segnalare il rafforzamento della religione nel nuovo stato. Nel verso non sono scritti i punti diacritici del nome di Orhan. Questa mancanza del resto si riscontra anche nella moneta registrata al n. 68 del catalogo inglese. Nell'aspro in questione poi l'iniziale m di fig. 22^, è deformata. Dei multipli di quest'ultima moneta si conosce oggidì un pezzo da due aspri (i) e un pezzo da cinque aspri (2). Galib bei, lo storiografo delle antiche monete islamitiche nel suo libro " Taqvim i meskjukjat i osmanije „ fa le seguenti considerazioni sopra questi più antichi aspri degli Ottomani : '' Nel catalogo delle monete ottomane del museo inglese risultano ancora altre monete oltre quelle già attribuite al sultano Orhan. Su tali monete si trova il noto epiteto es- sultan el-a'zam, epiteto di cui l'autore non dà sempre retta lettura scambiandolo spesso con l'epiteto ibn i osman e qual- che volta con abd ullah o ancora con han o simili. Tali spie- gazioni sono però deficienti in quanto, anche se la lettura non dà chiaro sussidio, ognuno dei sultani suddetti non ha fatto uso arbitrario degli epiteti, e sulle monete di Orhan questi sono ben determinati. E a conferma diremo che, non risultandoci che sulle monete del califfo e sultano vittorioso Murad Han e del " fulmineo „ Baiezid Han, sia stato intro- dotto l'epiteto di sultano, non potremo senz'altro attribuire ai successori di Orhan un epiteto siffatto „ (3). In verità Orhan cosciente della propria potenza, per di- stinguer sé tra gli altri sovrani, bellicosi posteri di GengisHan,. che tuttora rimanevano, assunse un tale epiteto e con chia- rezza lo fece scrivere col proprio nome sulle monete perchè fosse tramandato alla storia. Al contrario non troviamo mai i nomi di Orhan o di Osman su monete di sovrani mongoli di tale epoca. E attenendoci alle osservazioni di Galib bei,. (i) Taqvim i meskjukjat i osmanije, pag. 3. (2) Museo Imperiale, Catalogo delle monete ottomane, n. i, (3) Taqvim i meskjukjat i osmanije, pag. 7. I 89 non potremmo più avere alcun dubbio circa l'attribuzione delle monete anche se vedessimo e considerassimo un nu- mero più grande di aspri con apparenti alterazioni o diffe- renze, e le monete ottomane non potrebbero mai esser con- ' _. fuse con quelle delle posterità di Gengis Han. Tali osserva- zioni pertanto diedero forte impulso alla retta comprensione delle monete. Dopo che si fu allontanato dall'impero ottomano il fla- gello dell'invasione di Tamerlano, il sultano Mohammed Han, a imitazione del suo illustre fratello Sùleiman Han, pur se- dendo in Adrianopoli, volle risollevare Amasia e Brussa. In- fatti dopo la morte di Tamerlano, il sultano Mohammed fece coniare in Amasia un aspro con l'epiteto " es-sultan el- a'zam „ (i) e in Brussa un altro aspro con l'epiteto : gijas ed-diinia ve'ddin (2), Tali epiteti vi furono introdotti quasi a manifestazione di letizia, giacché sulle monete coniate prima in Anatolia doveva figurare in modo obbligatorio il nome di Tamerlano. Con detti epiteti fu però scritto anche sulle mo- nete il nome di Mohammed (3). Costui inoltre fece scrivere su altra sua moneta l'epiteto " sultan „ (4) e su altra sua mo- neta di rame l'epiteto " es-sultan el-melik el-a*zam „ (5). Tali epiteti figurano anche col nome di suo fratello Sùlejman. E dopo che nell'anno 816 coniò monete senza il nome del fratello, ma indipendentemente, Mohammed fece scrivere sulle monete l'epiteto " sultan ben i sultan „ e al nome di suo padre fece aggiungere l'epiteto di " han „ (6). Dopo tale epoca non fece sulle monete scrivere altri epiteti; non do- vremmo dunque considerare possibile possa trattarsi di mo- nete preparate in fretta e senza accuratezza, poiché col nome di Mohammed mancavano su queste ultime monete tutti gli epiteti ? Riassumendo dunque, sappiamo che gli epiteti non sono (i) Mus. Imp. Cat. delle nion. ottomane, voi. I, pag. 29, n, 92. (2) Idem, pag. 30, n. 93. (3) Idem, pagg. 28-29, ""• ^8, 89 e 90. (4) Idem, pag. 31, n. 97. (5) Idem, pag. 32, n. loi. (6) Idem, pag. 37, n. 112. 90 arbitrari. Le prime monete coniate dal sultano Orhan il vit- torioso non hanno epiteti; poi vi troviamo l'epiteto di " sultan el-a'zam „; in seguito venne a mancare anche tale epiteto e le monete di Orhan furono coniate senza di esso. 11 sopra mentovato sultano Murad Han, salito al trono paterno, non fece più scrivere sulle sue monete l'epiteto adoperato dal padre di es-sultan el-a'zam, al contrario Miirad Han ordinò che sulle sue monete venisse scritto l'epiteto " es-sultan el- galib „ (il sultano trionfante) (i). In verità l'epiteto isolato di sultan non fu ufficialmente introdotto negli aspri fino all'anno 780. Prima dell'epoca sud- detta tutti i sultani considerandolo del tutto ovvio, non vol- lero farne uso. Lo storiografo Galib bei non considerò questo epiteto per le monete dei sultani Murad Han e Mohammed Han; se lo avesse preso in considerazione, certamente ne avrebbe fatto menzione nel suo Taqvim i meskjukjat i osmanije, giac- ché sulle monete dei suddetti sultani egli fa ampia trattazione. Numero 21 Nel recto : peso gr. 1,05 — diain. mm. 17 b-illah (in Dio) el-imam (L'Imam [capo della religione]) el-miistensir (il vittorioso) [Principe dei credenti]. Nel verso Il sultano giusto Orhan figlio di Osman Lo glorifichi Iddio in eterno. (i) Mus. Inip. Cat. delle mon. ottomane, Voi. I, pag. 13, 11. 38. 91 Questa moneta, protondamente differente dalle altre mo- nete di Orhan, si ritiene coniata in una delle città più re- centemente conquistate da Orhan. Nel recto i nomi miistensir e b-illah sono scritti in cattivo cufico. E se il nome imam, pur essendo imperfetto, è leggibile per via di congetture; il nome el-miistensis non si può leggere, giacché manca la lettera m e i punti al di sopra delle lettere non vi sono. Nel verso della moneta in luogo di " es-sultan el-a'zam „ è scritto " es-sultan el-*adil „. In luogo di " Dio lo conservi al potere „ è scritto, con lettere però mancanti, " Lo glorifichi Dio in eterno ,;. L'autorizzazione ad assumere le qualifiche dei ca- liffi fu concessa ai sultani ottomani per la prima volta sol- tanto al figlio di Orhan, sultano Miirad Han (0. Tali quali- fiche religiose non furono quindi ancora attribuite ad Orhan il vittorioso. Pertanto, a somiglianza di quanto praticavano i sultani selgiucidi, fu scritto il nome dell'imam contemporaneo sul recto della moneta. Incerto però è se vi fu scritto il nome del califfo, giacché il b' illah mustensir non sembra sia at- tribuibile al califfo contemporaneo di O.^man. Pertanto sulle monete coniate in Anatolia incontriamo dubbi e difficoltà e ci troviamo in presenza del dubbio se la voce " miistensir „ sia riferibile a Orhan figlio di Osmar, o ai califfi di Bagdad o ai califfi d'Egitto o ad aliri potentati. A me fu una volta presentata una moneta coniata in Amasia e fu domandato a quale sovrano fosse relativa e in quale epoca fosse stata coniata. Nella suddetta moneta di rame v'era scritto, su di una faccia : ([Dio] lo conservi ai potere - coniata in Amasia). Sul!' altra faccia vi si vedeva inciso un cavaliere, come nelle monete (i) Hainillah efi'endi, Storia, voi. IV, pagg. 34. 92 di rame selgiucide. Di questa moneta di rame priva di nome e di data feci un minuzioso esame. E potei a fatica stabilire che era stata coniata nel tempo del conquistatore Maometto 2° (dal 875 al 886) e che quei di Amasia, quasi a ricordo dei tempi precedenti, vi avevano inciso il disegno copiandolo da una moneta di rame dell'epoca selgiucida. S'intende altresì che fu coniata in tal guisa per commemorare, con una im- magine di tempi più antichi, il valore e il coraggio del sud- detto conquistatore di Costantinopoli (i). La suddetta moneta coniata in Amasia è di specie di- versa da quelle di Orhan da noi descritte. L'iscrizione del recto è invece copia di quella di una moneta d'argento sel- giucida. Ad Orhan il vittorioso infatti erano riconosciuti il grado di nobiltà, la potenza, la gloria e l'onore come pei sovrani selgiucidi; e rievocando, nelle monete, memorie sel- giucide si volle evidentemente tributare ad Orhan una ma- nifestazione di riconoscenza. Soltanto Orhan il vittorioso per differenziarsi dai sovrani selgiucidi ancora viventi aveva fatto scrivere sulle monete l'epiteto di " es-sultan el a'zam „ ; aveva mantenuto però nel resto le costumanze selgiucide a titolo di benevolenza verso gli abitanti dei paesi conquistati. Fig. N. 22. ^)-^Ljjì ^)^^^ ^)J e) 2-2- -)^f-ijL -)J!ìx -^jJJiX ^)à3j^ Questo studio ha soddisfatto il desiderio di conoscere l'origine delle monete ottomane, prendendo come base gli aspri. Tuttavia è stato prolisso. Come conclusione diremo che il nome aqée dal popolo greco fu tradotto, in greco moderno, aspre; e per mezzo dei commercianti veneziani fu (i) 31° fascicolo degli Atti dell'Accademia di Storia Ottomana. — Dalle monete senza nome né data, alle monete del tempo del Conquistatore. I 93 portato anche fuori dei paesi greci. Nella storia della repub- blica di Venezia le suddette monete sono conosciute col nome di aspro. Io poi non ho considerato cosa senza importanza lo scrivere tutto ciò per contribuire alla conoscenza delle monete da noi dette aqce, cioè aspri. GENEALOGIA IMPERIALE OTTOMANA. ERTOGVL (1288 t) I OSMAN (1326) I ORMAN (1359) MURAD I (1389) I BAIEZID I (1403) I SULEJMAN I (1410) I MUSA (1413) I MOHAMMED I (1421Ì .. I MURAD li (1451) I MOHAMMED II (1481) I BAYEZID II (1512) etc. Colonnello Aly Membro deirAccademia di Storia Ottomana Costantinopoli. Le tessere veneziane dell'olio Le leggi ed i provvedimenti che la Repubblica emanò nel lungo periodo della sua vita furono sempre rivolte a pro- muovere il benessere dei sudditi e specialmente di quelli a cui la sorte aveva negato ricchezze ed agi. A questo fine il Governo adottò una provvida misura fra le più atte a ren- dere meno dura la vita dei poveri; la distribuzione gratuita ma pili spesso a prezzo inferiore al calmiere dei generi di prima necessità, fra i quali teneva posto importantissimo l'olio. Come ogni altro ramo di commercio anche quello del- Tolio era sotto la diretta sorveglianza dello Stato. Una spe- ciale magistratura vi era preposta, la Ternaria Vecchia, le cui incombenze originali erano Timposizione ed esazione del dazio dell'olio, dell'entrata e consumo della legna e dei grassi, poi anche l'ispezione sul commercio della seta e del ferro. Istituita nel XIII secolo fu così denominata dai Ternieri ossia rivenditori dei primi tre generi ed i Magistrati che la componevano ebbero il nome di Visdomini alla Ternaria. Pili tardi, quando il problema degli olii divenne vitale pel popolo veneziano furono istituiti due Provveditori spe- ciali (decreto del io gennaio 1531 in Consiglio dei X) ai quali nel 1597 (decreto del 28 giugno in Pregadi) ne fu ag- giunto un terzo. Ad essi spettava di fare tutte quelle provvisioni che re- putavano necessarie per tener fornita la città di olii; ne re- golavano l'introduzione, ne fissavano i prezzi, ne curavano la distribuzione fra i rivenditori affinchè il popolo e in special modo la povertà non rimanesse priva di quel necessarissimo alimento. A beneficio di questa i mercanti erano obbligati a lasciare in Ternaria la quinta parte dell'olio introdotto che veniva loro pagato ad un prezzo speciale. Una deliberazione del Senato del 19 dicembre 1586 li prosciolse da quest*obbligo così detto del quinto sostituendolo 95 -col pagamento di un ducato per ogni miaro (0 d'olio, denaro che veniva tenuto a parte in zecca col nome di deposito del quinto aWoglio che serviva per rifondere ai rivenditori quel tanto che, secondo gli ordini, avrebbero riscosso in meno dai poveri sul prezzo di calmiere. Nel Capitolare della Ternaria Vecchia (2) in un ordine dei Provveditori sopra gli olii che qui trascrivo, troviamo chiaramente espresse le disposizioni prese da questi magi- strati in unione ai 5 Savii alla Mercanzia (3) per la vendita dell'olio ai poveri e per il rimborso del minor prezzo da essi pagato col mezzo delle tessere o cetole : " Capitoli et Ordini presi per li Clariss."* Ss." Prov.'* ^ sopra gli Oglii e Savij alla Mercantia sotto li 26 Febraro " 1586 da essere osservati per li Postieri (4) delle Contrà '^ delli sei Sestieri di questa Città e delle Isole di Muran *^ e Zuecca. "... Che debba vender alli poveri Toglio colla Cetola '' à mezza lira, à lira, sino a lire due per volta e non più, '^ né venderlo più del limitado dalli Clariss.""' Prov." sotto " pena di d." 25 la mità della qual sia dell'accusator qual '' sia tenuto secreto e l'altra mità alla pred.'^ Cassa del *^ Quinto della qual non se gli possa far gratia alcuna. " Che non possa strussiar li poveri in modo alcuno " menandoli alla longa né ricusar de venderli Foglio ne mo- ^'' nede cative come quattrini e bagattini sotto pena a chi '' commettesse cadauna delle predette cose di d." 20 appli- " cadi la metà all'accusator qual sia tenuto secreto e l'altra '^ metà alla detta Cassa del Quinto della qual non se gli '^ possa far gratia alcuna .... (i) Il miaro o miro era cliiamato nella vendita dell'olio una misura corrispondente a libbre mensurali 25 equivalenti al peso di libbre 3 V4. La libbra mensurale d'olio corrispondeva a pollici cubi veneti 26^, (2) R. Archivio di Stato. Ternaria Vecchia, Capitolare III, pag. 75 e seguenti. (3) Importantissima magistratura veneziana che regolava le rela- zioni commerciali di Venezia con le potenze straniere sia d'Europa -che d'Asia e d'Africa. (4) Così venivano chiamati quelli che prendevano in affitto dal Go- verno le poste d'olio ovvero le botteghe dove esso si rivendeva al •minuto. jt 96 "... Che detto Cond/ debba ogni 2/° luni del mese '* portar le cetole hauerà hauudo dalli poveri alli Scrivani * deputati alla Tern.^ delle qual cetole sia refato esso con- '^ duttor dal Magnifico Cassier deputado di quel manco che " li sarà stato dato ordine ò limitado p. dar al pouero dal * precio del calamier corrente, dichiarando che nelFult.^ g.°*^ '^ del mese o l'antecedente essendo festa debba h^(aver) finito '^ di portar tutte le cetole hauerà scosso in d.*° mese e se " non li porterà e sia accusado sia incorso in pena di d." 25 " applicadi la metà all'accusator e l'altra metà alla Cassa " del Quinto. " Che detto Condutor né altri p. nome suo possa com- " prar né in altro modo scuoder cedole se non col vender '* deiroglio sotto pena di d.'' 25 applicati la metà all'accu- " sator e l'altra metà alla Cassa del Quinto „. Con quest'ordine e con la pena minacciata si voleva por freno agli abusi che si erano verificati nella dispensa delle cetole. Esse rappresentavano denaro e l'utile che se ne ri- traeva non era indifferente per non allettare i disonesti, fal- sificatori compresi, che non s'erano astenuti dall'esercitare le loro male arti su di esse, come sulle monete. Ne abbiamo notizia da una cronaca esistente nel nostra Museo Civico Correr (i) e precisamente nei diari anonimi (ma di Francesco Contarini) dove in data 11 luglio 1593, tro- viamo riportato : " Essendosi scoperte fraudi grandi delle Cettole dal- " rOglio che si danno alla povertà perchè ne sono state " battute in circa 50 g da quei Ministri, è stato dato or- " dine che si continui la confermatione del Processo da quei " sopra i Ogli i quali ne hanno fatto ritener uno e procla- " mato doi, et perchè non hanno maggior authorità che di " bandir per 5 anni et certa pocha pena pecuniaria sono stati " eccitati andar davanti li S.'* Capi del Cons.'' di Dieci. '^ 1593» Luglio 13 in Coll.° " Si è parlato con li Sop." sopra i Ogli e questi hanno " detto che non ricevevano più cetole dalli postieri stante * le false che non son sta battute in Cecca che ne faranno (i) Museo Civico e Correr. Codice Cicogna, n. 2557. 97 '* stampar con nuovo impronto fino alla somma di ^ se ben " per il passato sono arrivati alla somma di ^ e torranno in " nota li stampatori acciò non segnano più fraude le quali " in particolare son sta fatte per valere una cettola 5 6 che " tanto di manco la povertà Tà pagato Toglio et però questa " tanto gran valuta son sta stampade et si disegna di ritirarle " a mano „. Che il provvedimento avesse avuto l'effetto sperato non ci è dato affermarlo. Certo è che Tabusiva valutazione di soldi 6 Tuna continuò ancora perchè in vari decreti poste- riori del Collegio dei 5 Savii e Provveditori sopra gli olii, si richiama l'osservanza alle disposizioni del Senato il quale aveva ordinato che le cetole non potessero essere " cedute " ouer valutate né bonificate per più di soldi doi Tuna „. Anche gli abusi nella distribuzione dovettero continuare perchè i Provveditori sopra gli olii, riunitisi in Collegio coi 5 Savii alla Mercanzia il 17 dicembre 1595 ne regolano nuo- vamente la dispensa. In ciascuna contrada della Città, presso il Piovano, do- vevano venire eletti dai Provveditori, un Nobile, un Cittadino ed un Artigiano ai quali era affidato il compito di recarsi nelle rispettive contrade e di casa in casa prendere in nota coloro che secondo il convincimento» erano bisognosi e me- ritevoli del beneficio delle cetole. Ne segnavano il nome e l'età in un libro che era dato loro dai Provveditori e che debitamente firmato da tutti e tre, finita la rassegna doveva venir riportato all'Ufficio e consegnato dall'Artigiano al Notaio. Ai Provveditori era lasciato di ripartire fra le contrade la quantità di cetole decretata dal Collegio e di assegnarne a ciascuna famiglia il numero ritenuto sufficiente. Le cetole venivano poste in una cassetta le cui due chiavi stavano in mano del Piovano e del Cittadino e dai tre incaricati distribuite di casa in casa, secondo le indicazioni del libro. Terminata la dispensa il Piovano doveva renderne conto, ritornando quelle eventualmente rimaste. La distribuzione doveva effettuarsi per sette mesi con- tinui dell'anno, cioè da settembre a tutto marzo, i mesi in 98 cui la povertà più necessitava del soccorso. Soccorso non lieve perchè in un^epoca in cui il prezzo dell'olio si aggirava dai 6 a 9 soldi la lira o libbra esso portava un beneficio di soldi due per tale misura. Non ci è dato stabilire con esattezza Tepoca di emissione delle diverse cetole, che sono tutte di rame. Due sole por- tano la data del 1587 e 1590, la prima che corrisponde evi- dentemente all'ordine dei Provveditori del 26 febbraio 1586 more veneto, ma la leggenda del suo rovescio CEDOLA NOVA lascia supporre che prima di esse ve ne fossero state delle altre. Infatti anche il decreto del Senato del 19 dicembre 1586 a cui ho accennato, che regolava il deposito del quinto all'olio parla della dispensa del beneficio : " o per via di ce- " tole o in quel altro modo che (i Provveditori e 5 Savii) " giudicherano più conueniente et facile p. provedere alli " disordini „. Sarebbe questo il primo documento che le menziona, ma il non averne trovato cenno in altri anteriori non esclude che esse non fossero in uso prima, come sembrerebbe dalla fattura di alcune di esse. Non esistevano però più nella seconda metà del se- colo XVII come risulterebbe da una supplica di mercanti d'olio (i) di data non precisata ma di quel periodo. Essi ri- volgendosi al Serenissimo Principe per lamentarsi di una sospensione di estrarre l'olio per usi fuori di città, riaffer- mando la loro libertà di commercio dichiaravano che il de- naro del ducato per miaro era denaro pubblico, perchè l'uso di dare alla povertà " l'oglio a miglior precio in riguardo di " dette cedole che agli altri „ non si praticava più, " pagando '' ogni uno in precio del Calamiero „, Tenuto conto dei vari elementi raccolti ho creduto nel- l'elenco che segue, dare una disposizione delle cetole che dovrebbe essere cronologica. Ammesso che quelle datate non siano le prime, credo possano giudicarsi anteriori ad esse quelle di forma circolare o non dove l'indicazione della quantità o misura non è fatta (i) R. Archivio di Stato. Provveditori all'olio. Miscellanea 212 fa- scicolo III, pag. 67. 99 con l'iniziale ma con un segno convenzionale rappresentante forse Tantica misura, libbra e mezza libbra e che non si trova poi ripetuto, e queste pure appartengono a due emissioni di- verse, una fatta dai Savii alla Mercanzia e dai Provveditori della Ternaria, mentre l'altra sarebbe stata fatta dai Provve- ditori all'olio che, come abbiamo veduto, furono istituiti più tardi. A queste più antiche seguono le cetole datate. Poi viene un gruppo che ritengo possa rappresentare la rinnovazione delle cetole avvenuta in seguito alle frodi sco- perte e al ritiro di quelle esistenti. Esse hanno tipi diversi a seconda dei sestieri, forse per rendere più difficili le falsifi- cazioni e più facile scoprire il luogo dove avvenivano le ir- regolarità e gli abusi. Ultime di tutte quelle con l'immagine di S. Marco e del Redentore che presentano varii caratteri di somiglianza con i bezzoni anonimi che correvano a Venezia nella prima metà del secolo XVII. Eccone la descrizione : I. ^ — Leone di S. Marco nimbato stante a sinistra; ai lati tre stelle, sotto * S\ M'J (Savii Mercantia). 5/ — Nel giro + TERNARIA VECCHIA Nel campo I e I segno della libbra entro quadrato; agli angoli giglio. Mill. 20 X 20. Museo Civico e Correr di Venezia al quale apparten- gono tutti gli esemplari descritti che non hanno indicazione diversa. '] 2. ^ — Simile al prec, sotto • S" • M'^ lOO 9 Leggenda come il prec. Nel campo M fra due stelle sormontato dal segno della mezza libbra. Mill. i6 X i6. 3. f^ — Leone di S. Marco nimbato stante a s., sotto P. T. V. (Provveditori Ternaria Vecchia). Agli angoli una stella. 9 — I fra due foglie, sopra e sotto stella entro cerchio di perline; agli angoli una foglia. Triangolare lato mill. 25. 4. Varietà : I fra due triangoli e agli angoli una stella. Triangolare, lato mill. 24. 5. ^ — Simile al prec, sotto il leone P. T. (Provveditori Ternaria). 9 — M fra quattro punti entro cerchio di perline. Agli angoli una rosetta. Triangolare, lati mill. 19 x 15. 6. /B' — ^ - PRO"' -f A - LOG-LIO - * in quattro righe. lOI 91 — Nel giro + TERNARIA ® VECHIA Nel campo I 6 I entro circolo. Min. 23. 7. Varietà: + TERNARIA ^ VECCHIA. Mill. 23. S. ^ — Simile al prec. 9 — Nel giro + TERNARIA ^ VECCHIA Nel campo M fra due rose sormontato dal segno della mezza libbra entro circolo. Mill. 18. 9. B" 9 PROVED"' - t A ^ - LOGLIO in quattro righe, entro quadrato a cordoncino. Nel giro TERNARIA • VECCHIA Nel campo M fra due rose sormontato del segno della mezza libbra. Circolare irregolare, mil!. i8. IO. ;& — 1687 • TERNARIA S^ V Leone di S. Marco nimbato stante a sin. entro mezzo cerchio di perline. Esergo i-;? L "^t I *J-? (libbra una). 9< — + - PROVI - SORISOLEI - CEDOLA - NOVA - ^ in sei righe. Mill. 24. Museo Bottacin di Padova. 102 II. Varietà: • 1587 • TERNARA ® V. Mill. 24. 12. ^^ — • 1687 • TERN Leone simile al pr. Esergo %% M '^l (mezza libbra). V^ — Simile al prec. Mill. 20. Museo Bottacin. 13. B" — PRl • SOPRA • LI • OL&I Leone nimbato in soldo. Esergo ^1 1690 ^^ 9 — Croce con rosette sopra le braccia. Es. ^-1 L i** I i^ Mill. 23. 14. & — Simile al prec. P — Simile al prec, sotto alla croce 'ù^: M %•! Mill. 19. R. Aichivio di Stato di Venezia. 15. ^ — Leone di S. Marco nimbato rampante a sin. con spada nella zampa, sopra la testa una crocetta. In basso, ai lati della zampa S-M (S. Marco). I03 9 — Nel giro %-^ . PROVISORI • ^1 S • OLII «^ Nel campo entro ornato curvilineo L • I ; sopra e sotto foglia. Mill. 23. Museo Bottacin. 16. Varietà: ^1 • PROVISORiS • OLII • ^^ Mill. 23. 17. ^ — Simile al prec. 9 — Leggenda come il prec. Nel campo entro ornato curvilineo M fra due foglie. Mill. 19. 18. /B" — Leone di S. Marco nimbato stante a sin. Esergo * S • M ^ (S. Marco). R) — + PROVISORIS : OLII : Nel campo ^ L ^ I ^; sopra e sotto foglia. MiU. 24. 19. ^ — Croce fiorata, ai lati del braccio superiore S • C (Santa Croce). I04 1$ — Nel giro + PROVISORIS ^ OLII Nel campo ^ L^l^ Esagonale, i quattro lati maggiori inill. 12, i due minori mill. 7. 20. ^ — Ponte con due guglie, in alto, agli angoli C-O (Cannaregio). ^ — Nel giro ^ PROVISORIS ^ OLII Nel campo L ^ l. Mill. 19. 21. B" — Torre a due piani, esergo C ¥ LO (Castello). 9 — Nel giro ^ PROVISORIS OLII foglia. Nel campo ^ L ^ I ^. Rettangolare, mill. 23 x 17. 22. ^ — O accostato da segno I nel centro S (Ossoduro ora Dorsoduro). I05 9< — Nel giro ^ PROVISORIS • OLII ^ Nel campo • L ^ I • Ottagonale, i due lati maggiori niill. 19, i sei minori mill. 4. 23. ^ — Mezza figura di S. Marco benedicente. Esergo ^ P • O -f (Provveditori olio). 1$ — I fra due foglie. Mill. 21. 24. ^ — Mezza figura del Redentore benedicente. Es. P 9 — M sopra e sotto rosetta. Mill. 17. Museo Bottacin. 25. /©" — S. Marco stante, il capo cinto d'aureola. Ai lati PO- io6 1^ — I fra due rosette; sopra OGLIO sotto la lettera -A Min. 22. R. Archivio di Stato. 26. Varietà: La lettera M invece di A. Min. 22. 27. ^ — Simile al prec. 9 — M fra due rosette; sopra OGLIO. Min. 18. Vene:[ia, Maggio del 1^21. G. Majer» Una nuova Moneta della Zecca di Solferino MEMORIA XX. Dei tre esemplari qui sotto descritti, che rappresentano tre varianti di una medesima moneta, uno mi fu gentilmente prestato da un ricco collezionista milanese e gli altri due non furono da me casualmente trovati, per quanto infatica- bile ricercatore, mi vennero ceduti da numismatici, i quali rinunciando a spiegarne il significato, mi fecero anzi antici- pati auguri di buona fortuna per sciogliere il mistero che li ricopriva. Uno di questi, mi ricordo bene, riponendo i denari dei mio acquisto, mi dette per consiglio di non perderci il tempo ^ soggiunse: sicuramente le parole che vi si scorgono fu- rono poste a caso senza alcun nesso fra di loro e solo per imitare in qualche modo la moneta mantovana. E a mia cognizione l'esistenza di altri esemplari : uno cadde fra le mani dell'ora defunto numismatico dott. Giorgio Ciani di Trento che ci si era accanito per trovare la solu- zione dell'enigma, ma partendo dal dato di fatto errato, che la moneta fosse della zecca di Mantova, fece passare scru- polosamente tutti i documenti conservati negli archivi, cer- cando invano fra quelli dei Gonzaga un accenno, che vi po- tesse riferirsi. Un altro di bellissima conservazione e fu il primo che vidi, Taveva un notaio di una piccola città del veneto e per nessuna ragione me lo volle cedere, pur non essendo rac- coglitore di monete, anzi in fatto di monete antiche non pos- sedendo che quel solo esemplare. Un altro pure fa parte io8 della collezione particolare di un noto negoziante di monete^ del mantovano. Probabilmente ve ne saranno altri ancora, che in attesa di conoscerne Tattribuzione si conserveranno forse gelosa- mente custoditi, in qualche angolo di medagliere. La moneta è una contraffazione degli otto soldi di Carlo II di Mantova, nono duca, 1647-65 che per maggior chiarezza do qui il disegno e la descrizione : ^ - •^ 8 -MI • CROLVS MONT • Il • F • VII • 9 — ® • NON • MVTVATA giante. • DG • DVX • ii • MANI • VINI | T 'k II in sette righe. LVCE • Nel campo sole rag- AR. Peso gr. 1,87. — O Ed ecco le tre varianti della contraffazione : ^^ — ♦ 8 ♦ Il GON • MAR j D • (7 • DVX || CAR • DIM • || FOR • "E • B 11 A . I • Il * Il in sette righe. R) — • NON • MVTVAVA LVCE Nel campo sole raggiante. 'S^i M. Peso gr. i,83. — C ^ — ® 8 ^ 1 GON • MAR 11 D • G DVX • || CAR • DIM FORT • "E B il II • Il 109 I^ — + NON MVTVATA • LVCE • Nel campo sole raggiante. M. Peso gr. 1,52 ^' - <& B ^ \\ GON • MAR il • D • G • DVX • || CAR DIM • || FOR-E B II Ali-® Il •• ^ — ♦•NON MVTVATA -LVCE- Nel campo sole raggiante. M. Peso gr. 1,79. — C^ Queste imitazioni fatte da Carlo Gonzaga marchese di Solferino (1640-78) sono tra le più curiose e interessanti che si conoscono e la spinta che ebbe a contraffare quelle di Mantova non poteva essere ne più forte ne più valida. Primo il nome eguale : Carlo Gonzaga, poi il titolo di marchese, comune a tutti e due, inoltre l'impresa del sole raggiante che se era usata da tempo per Mantova, era pure lo stemma di Solferino e la lettura si potrebbe decifrare in questo modo : (j0ti3aga fAkRchto Oet • (yratia • DVX CkRolus (e qui si deve sottintendere de mantva monetam imitavit) UMentione FORma ET Bonitate Quel A • I • o A • Il • che potrebbero indicare Tanno primo e il secondo di battitura, in fine, imita con molta evidenza il VII marchese del Monferrato e così ingegnosamente ca- muffati potevano impunemente spendersi per gli otto soldi di Carlo II di Mantova, pur dicendo la verità, enigmatica- mente se vogliamo, che erano contraffatte, in sostanza egli no voleva dire : Io Carlo Gonzaga marchese di Solferino, ho fatto questa moneta come quella di Carlo Gonzaga marchese di Mantova, nella stessa dimensione, forma e bontà. Passi la dimensione che è presso a poco uguale, sor- passiamo sulla forma per quanto più trascurata, ma la bontà poi , se quelle di Carlo II di Mantova non sono di ar- gento molto fino, queste di Solferino sono di lega bassissima e prima di emetterle certamente furono aiutate da una così detta sbiancatura per renderle lucenti, sbiancatura col tempo scomparsa, si presentano ora quasi nere e come in tutte le contraffazioni lo scopo del lucro raggiunto. Se si tien conto che il nipote di S. Luigi non era alle prime armi in fatto di contraffazioni, io credo di aver dato nel segno, interpretando le arcane parole e sono lieto di ag- giungere queste note, alle altre sulla zecca di Solferino da me pubblicate precedentemente. Guglielmo Grillo. 11 furto al Museo di Schifanoia in Ferrara Per cortesia del Sen. L. Niccolini, direttore del Museo di Schifanoia in Ferrara, possiamo stampare il suo primo rapporto in merito al furto avvenuto or sono pochi giorni. Interessiamo tutti i nostri lettori a for- nirci qualsiasi notizia che potesse facilitare l' identificazione dei pezzi qualora li avvertissero in circolazione. " Nella notte dal 20 al 21 giugno 1921 alcuni ladri introdottisi nel- l'Orto della Caserma di Cavalleria in Via Cisterna del Follo, dopo aver abbattuto un tratto della rete metallica che divide quell'orto dal nuovo orto botanico, e dopo aver tagliato altre due reti metalliche che recin- gono lo spazio adiacente al Laboratorio di Chimica diedero la scalata ai locali del Museo servendosi di due lunghe scale appositamente por- tate sul posto e collegate mediante una robusta corda. Entrarono nel Museo dall'ultima finestra della parete Nord verso Oriente rompendo la rete metallica e praticando, col mezzo di un diamante, un foro cir- colare in una lastra, e così aprendo l'imposta. " Entrati nel salone degli Encausti ove si trovano esposti i libri co- rali miniati, essi si occuparono soltanto di forzare la porta ed il can- cello di ferro che chiudono l'accesso dal salone alla sala degli Stucchi, ove si trova la raccolta numismatica ed alla sala successiva ove si trova la raccolta archeologica. Ili " La porta, rafforzata con lamiere di ferro e con una speciale gran- dissima serratura dopo il furto del 1912, presentò una grande resistenza che fu vinta mediante scalpelli, palo di ferro, cuneo, palo di legno che i ladri avevano portato con sé. * Facendo forza di leva poterono staccare dall'incastro, che pure era cerchiato di ferro, la grossissima serratura e cosi aprire la porta. Dal cancello furono con una tronchese tagliate tre sbarre che ripiegate in alto lasciarono sufficiente adito ai ladri, i quali coi loro ordigni po- terono facilmente aprire le vetrine dei mobili contenenti le collezioni delle monete, delle medaglie e delle statuette. " Dei diciasette mobili esistenti nella Sala degli Stucchi soltanto sei furono scassinati e cioè : a) la vetrina contenente le medaglie dei personaggi illustri fer- raresi (medaglie N. 52) (i). b) la vetrina contenente le medaglie di personaggi illustri ita- liani (N. 38) (2). e) la vetrina contenente monete di Stati Esteri (circa 200). d) la vetrina contenente l' importantissima collezione di plac- chette (N. 136) (3). e) tutto il mobile contenente, in sei vetrine, la collezione delle monete delle varie Zecche Italiane (circa 1000) (4). (i) Rappresentavano: Tito Strozzi, Girolamo Savonarola, Antonio Marescotti, Pellegrino Prisciano, Luigi Carbone, Cesario Contughi, Pietro Avogario, Cornelio Bentivoglio, Evan- gelista Baronio. Alessandro e Battista Guarini, Gerolamo Sacrati, Battista Saracco, Gerolamo Novaro, Bartolomeo Pendaglia Seniore, Bartolomeo Pendaglia Juniore, Pompeo Pendaglia, Lodovico Ariosto, Beato Giovanni Tavelli da Tossignano, Bartolomeo Roverella, Filiaso Ro- verella, Bonaventura Barberini, Felice Pellegatti, Marcello Crescenzio, Cardinale Giuseppe Ugolini, Luigi Giacchi, Luigi Vanicelli Casoni, Matteo Maria Boiardi, Celio Calcagnini, An- tonio Tebaldeo, Giovanni Beltrametti, Giovanni Battista Pigna, Orazio Maleguzzi, Obizzo Reni, Alfonso Trotti, Ercole Trotti, Giovanni Maria Crispi, Eustacchio Crispi, Girolamo Crispi, Alberto Crispi, Ercole Graziadei, Rangone Roverella, Ottavio Tassoni, Alfonso Tas- soni, Forcole Varano, Giuseppe Varano ed altri. (2) Opere, alcune di sommo pregio, degli incisori : Sperandio, PoUajolo, N. Cavalierino, G, Bernardi, Gian Francesco Ruberto, Francesco Raibolini (il Francia), Vittore Gambelio (Camelio), A. Foppa (Caradosso), Arsenio, medaglista dell'Aquila, Domenico De Vetri (Di Polo). (3) Le più importanti erano le seguenti : Minerva. Il Sacrificio (di V. Bella). L'incredu- lità di S. Tomaso. La caduta di Fetonte (di Bernardi). Soggetto allegorico (G. Delle Cor- niole). Uomo che si guarda nello specchio (G. Bernardi^. Cererò e Trittolemo. Allegoria sulla fama. Altra allegoria sulla fama. Il giudizio di Paride (G. Delle Corniole). Apollo e Marsia CLocrino). Sacrificio Agiano. Amore addormentato (Antonio da Brescia). La Crocifissione (del Moderno). Allegoria sul destino. Vulcano che fabbrica le armi di Enea. Baccanale. Trionfo di Sileno. Diana. Leda col cigno. Ercole, Minerva, Venere e Amore (V. Bella). Apollo e Dafne cangiata in albero. Venere e Amore (del Moderno). Euridice implora da Plutone e Proserpina la libertà di Orfeo. Trionfo (Agostino Diduccio). Bacco fanciullo e satiro. Orfeo. Minerva. S. Cecilia, Arianna nell'isola di Nasso (G. Delle Corniole). Ercole che strozza Anteo (del Moderno). Ercole nelle stalle di Augia (Moderno). Ercole ed il leone Nemeo (Mo- derno). Ercole e Caco (Moderno). La verità pettinata dall'invidia. Lucrezia che si trafigge (Moderno). Deposizione nel sepolcro (Moderno). La Vergine e Gesù Cristo (Moderno), S, Se- bastiano (Moderno). La llagellazione. Entrata di Gesù in Gerusalemme. (4) Citeremo : Asti : testone di Carlo V inedito ; Correggio ; doppio scudo di Siro ; Faenza: testone di AstorgioIII; Massa Lombarda; testone di Frane. d'Este ; Milano; zecchino di 112 /) la vetrina contente le monete italiane moderne (circa 70). " Asportarono poi, strappandolo a forza dal muro ove era stato in- fisso il quadro contenente una formella di terracotta di Donatello (i). " Passati nella Sala Archeologica i ladri aprirono due vetrine del mobile contenente tutta la collezione ferrarese ed asportarono intera- mente la collezione, preziosissima perchè completa, delle monete Estensi (N. 273) (2) e la collezione pure completa delle monete papali ferra- resi (N. 386). " Aprirono poi tre delle vetrine murali della parete ad Oriente. Nella prima a Nord tolsero un calamaio di bronzo del 1500 rappresen- tante Ercole che strozza il leone (3) e un ostensorio d'argento del '400. Quest'ultimo però lo abbandonarono poi, forse perchè ingombrante^ sopra uno scanno nel grande salone. Nella seconda vetrina tolsero un piccolo bronzo rappresentante un torso con una gamba (4) e smossero e ruppero in una gamba ed alla testa una piccola statuetta che non asportarono (forse per non averla riscontrata di bronzo) rappresentante un cervo impennato. Nulla tolsero dalla terza vetrina. " La scelta delle vetrine ove si trovavano le collezioni numisma- tiche più complete e più importanti, e la cernita dei tre oggetti d'arte fra tanti più appariscenti e più sottomano, dimostra che il furto (a dif- ferenza di quello del 1912) fu diretto da persona espertissima in materia. Il fatto che non furono vuotate alcune vetrine contenenti oggetti impor- tantissimi e che non furono asportati altri oggetti di piccola mole ma di grandissimo pregio, fa ritenere che i ladri, per qualche circostanza, non abbiano potuto portare a compimento la loro opera secondo il piano prestabilito. Giov. e Luchino Vis'^onti ; Modena: zecchini di Leone X e di Adriano VI; Sabbioneta : scudo d'oro di Vespasiano Gonzaga. (1) La formella di terra cotta (colla cornice in legno scolpito cm. 43 per 47, senza cor- nice 29 per 33) rappresentava a basso rilievo due scene svolgentisi in due piani sovrapposti ed uniti da una scala. Nella parte superiore alcuni bambini reggevano una tomba ed alcuni personaggi parevano in pianto, nell'inferiore un guerriero seduto in terra ed un bambina che giuocava con un cane: sulla scala due guerrieri in piedi ed una donna affacciata ad una piccola finestra. La fattura sollecita indicava evidentemente trattarsi di un bozzetto che per giudizio unanime è stato attribuito a Donatello. La formella aveva da una parte una rottura. (2) Citeremo lo scudo d'oro di Ercole II col DVX CARNVTI. Ricchissime erano pure le serie di Correggio, Lucca e Mantova. (3) Aveva un'altezza di cm. 18 circa e poggiava sopra una base di marmo di cm. 20 per 10. (4) Era un bronzetto dell'altezza di cm. 15 e rappresentava, coll'aggiunta di una gamba, il celebre Torso Farnese del Museo di Napoli. Venne illustrato in uno studio di Adolfo Venturi. RoMANENGHi Angelo FRANCESCO, Gerente responsabile. Industrie Grafiche AMEDEO NICOLA & C.^ - Milano- Varese. IL TESORO DI NAGYTÉTÉNY Il tenente colonnello Voetter e J. Maurice riuscirono a fare ordine nel caos della numismatica dell'epoca di Costan- tino, quello colla sua infaticabile attività di collezionista, questo colla sua grande opera riassuntiva, e ne gettarono le basi scientifiche. Il lavoro dei due precursori diede la spinta a nuove ricerche, i risultati delle nuove ricerche resero possi- bili delle correzioni. Fra questi i pii^i importanti sono i lavóri che fecero i numismatici italiani, con a capo L. Laffranchi, il quale non solo con nuovi dati, ma adoperando i dati sti- listici ed epigrafici è arrivato a nuovi successi. Nelle pagine che seguono mi proverò a presentare i ri- sultati scientifici e la descrizione di un tesoro scoperto non lungi dalla capitale della Pannonia inferiore dell'antichità, nel comune di Nagytétény situato sulle rive del Danubio. Questo comune, che si chiamava allora Campona costituiva un ac- campamento secondario del limes romano. Il tesoro venne scoperto nel 1887 da un abitante del luogo il quale voleva scavarsi una cantina (i). Oltre alle monete, vennero alla luce (1) Menzionato brevemente in Archeologiai Ertesitò, VII (1887), \yA- gina 445. 114 mattoni romani. Il Museo Nazionale Ungherese riuscì ad acquistare ben 10,585 pezzi per il suo Gabinetto di numi- smatica. Questi furono identificati sulla scorta dell'opera del Cohen dal prof. Valentino Kuzsinszk3^ Interessante la speciale composizione del tesoro. Esso è composto esclusivamente di monete di bronzo; in quella gran massa di monete non si trovano che due tipi di piccole monete di bronzo argentate : a) 3 gr. io — 3 gr. 20, b) 2 gr. 50 — 2 gr. 54 di peso medio, come risulta da 45 prove. Il tipo pili pesante sumenzionato è preceduto da due MB ridotti, frammisti agli altri (nn. 223, 456); cosicché non tro- viamo che una sola serie di Heraclea (n. 359) precedente la nomina cesarea datata coll'anno 317. Delle zecche d'Occi- dente soltanto 7 SOLI INVICTO GOMITI, 2 lOVI CONSERVA- TORI, 2 PRINCIPIA IVVENTVTIS precedono le serie più com- plete delle varianti ViCTORIAE LAETAE PRINC PERP dopo le quali sono rappresentati in abbondanza i prodotti delle zec- che tra il 320-330. Ultimi vengono i GLORIA EXERCITVS di peso ridotto (con due insegne militari) coi rovesci VRBS ROMA e CONSTANTINOPOLIS. In Oriente la successione cronologica viene aperta colla bella serie delle emissioni coniate, secondo Maurice, tra il 317-319, se prescindiamo dalla serie menzionata di Heraclea; ma mancano le monete non argentate segnate fatte co- niare da Licinio dal 318 al 324 (0, come pure mancano le piccole " Ahnenmiinzen „ emesse dal suo avversario nei primi tempi della seconda guerra. Dopo la vittoria di Co- stantino, seguono le serie corrispondenti a quelle d'Occidente che chiudono la serie, come nel primo gruppo. Sono tutti esemplari nuovi, senza nessun difetto. La scelta accurata dei due tipi di moneta spicciola ci fa supporre che questa collezione di monete sia stata una cassa per pagamenti di piccole somme, probabilmente il soldo delle truppe del forte vicino, nascosta poi in tutta fretta al- Tavvicinarsi dei barbari. Il materiale si suddivide come segue tra le singole zecche : (i) Con una sola eccezione, n. 394 (Kyzikos). II Z K e e A .MI5 H.'.l PB .•J,10--J,20 gr. PB Ke.l 2,50-2,54 gr. T..tal.' '973 2185 4159 1411 352 1763 1088 85 II73 1054 33 1087 520 — 520. 407 17 424. 217 24 241 147 89 236 225 3 228 161 48 209 153 153 120 9 129 83 — 83 33 9 42 35 — 35 23 — 24 24 — 24 25 30 55 1 7599 2984 10585 1. 2. 3- 4- 5- 6. 7- 8. 9- IO. II. 12. 13. 14. 15- 16. n- 18. Siscia Thessalonica Ileraclea Thraciae . Cyzicus Ticinuni Niconieciici Roma Costantinopoiis . . . . Arelate Treviri . Aquileia Antiochia Sirmium Lugdunuin Londiniuni Alexandria Falsificazioni sincrone. Incerta Totale Dalla tabella qui sopra la prima conseguenza, la quale fu già segnalata da Monti e Laffranchi, è che nei ripostigli ungheresi, i prodotti della zecca con la signatura T sono dieci volte superiori a quelli di Lugdunum. In altro articolo ho intenzione di dimostrare con nuovi argomenti e con altri ripostigli ungheresi la questione già risolta, che la zecca T doveva essere nell'alta Italia. Relativamente all'epoca in cui questa cassa venne na- scosta, il ierminus ante quem è dato dalla circostanza che vi mancano del tutto le monete di Costante salito sul trono il 25 dicembre del 333. Questo fatto mette in rilievo la grande importanza del tesoro, in quanto che ne possiamo ottenere con assoluta certezza le serie dei piccoli bronzi anteriori al 25 dicembre 333. Maurice cioè in mancanza di una base sicura fu costretto a datare ipoteticamente le emissioni di parecchie zecche, le ii6 quali erano attive attorno a quell'epoca. A questo riguardo Voetter osserva (i) : " Ganz schleierhaft oder vielmehr un- " bedingt unrichtig erscheint mir die Angabe, dass Antio- " chia, Alexandria, Cyzicus, Nicomedia, Heraclea, Thessa- '' Ionica, Siscia und Lugdunum von 326 bis 333 ausgesetst, ** d. h. nicht gepràgt hatten „. Il nostro ripostiglio confenna nelFessenza la giustezza di questa supposizione, in quanto che colloca nei tempi anteriori alla salita al trono di Costante le emissioni assegnate dal Maurice ad epoche posteriori al 25 dicembre 333 (rispettivamente al 18 settembre 335), nelle zecche di Antiochia, Cyzicus, Nicomedia, Heraclea e Thes- salonica. Risulta inoltre dal nostro tesoro che la serie — T^^~t>^ ~ ^^. — (assegnata anche dal Voetter al 333(2)) era in circolazione a Siscia già molto prima dtll'epoca di Costante, e che la 2.* officina (3) fu inaugurata a Costantino- polis già prima di Costante (Vedi i nn. 334-338, 383-387, 406-412, 437-440. 453-455' 273-277. 335)- Queste constatazioni sono specialmente degne di attenzione, perchè i piccoli bronzi ridotti pervennero nel nostro fondo dalle zecche geografica- mente lontane soltanto in quantità esigua e ciò vuol dire che la loro coniazione non poteva essere cominciata da lungo tempo. Per questo motivo vi manca il conio di Alessandria GLORIA EXERCITVS o qualche conio parallelo (Le iniziali di questa città ricorrono soltanto in 24 pezzi (4)). Non mi sembrano probabili e non trovo dimostrati gli intervalli tra il 326 e il 330. Vedremo più giù che a Roma è chiaramente visibile il passaggio da PROVIDENTIAE CAESS, (DN CONSTANTINI MAX AVG - VOT XXX) e a GLORIA EXER- CITVS. Perchè dunque supporre relativamente ad altre zecche che tra gli stessi rovesci ci siano 4 anni di differenza? Così per esempio a Heraclea, dove nel nostro elenco, col rovescio PROVIDENTIAE CAESS il Crispo figura con una ( I ) Niiìu. Zeilsc/irifi, 1913, \'<-'^. 1 36. (2) Voetter, Constantinits junior, Atlas {Beiìa^e sur Num. Zetischr., 1909). Taf. 7. (3) Cfr. Maurice, Numisniatiqiie Constatìtienne, tome li, pag. 528. (4) Voetter. Stitn. Zeitschrift, 1913, pa — VICTORIAE LAETAE PRINC PERP Deux Victories debout posant un bouclier sur un cippe et écri- vant VOT X, à l'exergue TSIS (PB). Ma se i piccoli bronzi in parola, si riferissero anch'essi a questo voto, perchè mai a partire dal 317 il VOT(«) X sa- rebbe stato sostituito da VOT PR ? Il tipo analogo degli aurens non prova affatto la contemporaneità, perchè è un tipo più vecchio. Voetter ha dimostrato che le eguali billon- monete di Treviri (con VOT PR) sono parallele alle billon- monete di Licinio e Massimino Daza. Dunque il tipo stesso è anteriore all'anno 313. Va preso inoltre in considerazione che tra gli altri rovesci enumerati nell'emissione di Siscia dal 317-320, non figurano in generale nel tesoro di Nagy- tétény quelli SOLI INVlCTO GOMITI, lOVI CONSERVATORI, CLARITAS REIPVBLICAE e quelli PRINCIPIA IVVENTVTIS vi sono soltanto in due esemplari (le altre zecche sono rappre- sentate ancora più modestamente); la VICTORIAE LAETAE PRINC PERP invece vi figura già in bel numero, lutto ciò ci induce a collocare le monete in questione dopo quelle collocate tra il 317-320, e, fatta nostra una precedente sup- (i) Maurice, Op. cit., t. I, pag. 217. (2) Rivista, 1909 (XXII), pag. 167, n. 9. 124 posizione del Maurice (i) a cercare circa il 320 la data del- Tapparizione nelle zecche del monogramma ^ (2), Devo osservare su questo punto, che secondo Targo- mentazione dettagliata di P. Franchi de' Cavalieri {Studi ro- mani, voi. I, pagg. 161-188), il labaro deriva dall'anno 312; secondo il medesimo, il passo contrastato di Eusebio deve intendersi nel modo che Costantino portava il monogramma in questione sull'elmo " anche nei tempi che seguirono la spedizione di Roma „. Dunque tra l'origine del labaro e tra il monogramma ^^ che vediamo sull'elmo cesareo (delle monete di Siscia) non si deve cercare nessuna correlazione; ciò che corrisponde anche alla nostra opinione) (3). Come sono comuni queste monete in generale, tanto sono rarissime quelle col mono- gramma menzionato. Gli esemplari finora conosciuti derivano dalTofficina B; era forse l'ambizione di qualche incisore cri- stiano quella di far raffigurare fedelmente le iniziali del Re- dentore come le portava sull'elmo il suo imperatore. La marca SIS del n. 249 ricorda la marca AR dei conii simultanei di Arelate e si trova sulle piccole monete com- memorative che sono quasi della medesima epoca. È invece probabile che le marche n. 266, 269 e 273 con un punto siano semplici sbagli di stampa della zecca. Non sarà certamente priva di interesse la circostanza che delle migliaia di varianti delle porte della fortezza di PROVIDENTIAE AVG& (CAESS), si trovano nel nostro tesoro unicamente 8 varianti, e preci- samente 3 in Crispo, negli altri vi sono tutte. Sirmium. — Dalla serie dei fini conii di Sirmio va tolto certamente quello di Maurice, 2 em., I, i (busto di Costanzo a destra) che manca nel nostro tesoro e che Voetter e Win- dischgraetz non ricordano. Thessalonica. — Nella tavola presentiamo tre monete rare della madre e della moglie di Costantino col titolo di (i) Nuni Chronicle^ 1900, pagg. 331. (2) Per l'interpretazione di VOT PR cfr. CohEiN^ [Conslaìitinus\ n. 717; VOTA ORBIS ET VRBIS SEN ET PR XX I XXX | AVG- hidica l'adesione di tutto il mondo romano. (3) P. Franchi de' Cavaliert. Il labaro descritto da Eusebio (Studi romani, 1), pag. 163. 125 niobilissima) i(emtna) (v. tav. nn. 6, 7, io ; nn. 286-287) ^^^• I nostri esemplari sono degni di venire riprodotti per la fi- nezza del loro stile e per la insolita bellezza, e forse aiute- ranno altri a risolvere la questione se siano stati coniali in pili zecche? Aggiungo alcune mie osservazioni: a) gli esemplari che finora ebbi occasione di vedere si possono suddividere in tre categorie : T. marca --- Elena: v. tav. n. 9 (Coli. Voetter, Vienna). TSA Fausta : v. tav. n. 5 (Vienna, n. 26927 a). 2. senza marca di zecca. 9 — La ghirlanda è composta di foglie di alloro e di pino. & — Il busto di Elena è piìi piccolo che sugli esemplari segnati con TSA, ma come stile gli è simile: Elena : v. tav. n. 8 (Vienna, n. 24700). Fausta : Vienna, n. 26927 e, consunta. 3. senza marca di zecca. R) — La ghirlanda è fatta di semplici foglie di alloro, come sulle meda- glie con TSA, ma è facilmente distinguibile dall'altra. Lo stile dei busti ricorda gli esem- plari angusta delle zecche occidentali (per es. di Sirmio) ; caratteristici a questo ri- guardo il fine taglio del viso e il modo di indicare il globo dell'occhio. E vero che il drappeggiamento che osserviamo su di un esemplare di Fausta (v. tav. n. 6) si trova anche su di un esemplare colla marca di zecca da noi riprodotta; è vero anche che la chioma di Elena (v. tav. n. io) la quale è fatta in una maniera completamente di- fi) L'essere di Elena 11. f. loniiò recentemente oggetto di vivace polemica. Maurice, cioè (t. II, pagg. 451-456) riaffacciò l'opinione che si tratti della moglie di Crispo. P II. Wehb. invece, condivide l'opinione di Cohen W H. Wkbb, Num. CJiromcle, 1908, pag. 82; J912, pag. 352; '9^3> P^"- 377 J '9^5, P'^ri- 132. Spink (S: Son's, Xtun. Circitlcw^ voi. XXVII, (1919), pagg. 183-J86. Mauuice, Num. Chrouicle^ 1914. P-' 21. ^ — (come sopra) (BCLd) RÌ' "^ ' M., 8 em. XI, 7. ROMA 324-326. 22.9/ — PROVIDENTIAE AVGG ÌB'— CONSTANTINVS AVG (TLd) RP ^' RS ^' RQ^""^' M., 9 em. I, i. I 9; ^:;7=^ io; RQP^' RPS 23. 9 — PROVIDENTIAE CAESS ^^ - FL IVL CRISPVS NOB CAES (BMLs) RS "^ ' M., 9 em. II, i. • • • • RT ' RQ ' ?T ' RQ 24. -B'— CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLs) RPT ' RQQ ^' RT ^ ' M., 9 em. II, 2. rt' ' xx; RQT RQT ' 134 2S.i^— FL VAL CONSTANTIVS NOB C (BMLs) 26.3'— (come sopra) (BMdLd) R9Q ' M., cf. 9 em. II, 3. RQ ^^^' M., 9 em. II, 4. 27.1^ — SPES REIPVBLICAE B' — FL MAX FAVSTA AVG (BM ; Td) RQ P "" ' 28. ^ - SECVRITAS REIPVBLICE .B' — FL HELENA AVOVSTA [BM ; Td) RQS •1 ; M., 9 cm. Ili, I. M., 9 em. IV. 29. P - D N CONSTANTINI MAX AVG : VOT XXX ÌB'— CONSTANTIiyVS AVG (TLd) RP ^ ' RS ' ■• M., 9 em. X. ROMA 326-33°- 3o.^'- CONSTANTINVS MAX AV& (BMDd) RFp("= RFT^^'' M., Il em. Ili, 2. 31.9 - PROVIDENTIAE CAESS ir - CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLs) ^RFTf ^'^' M., IO em. I, I. ROMA 330-333- 32.9 - Vittoria. ©- — CONSTANTINOPOLIS (M ; ELs ; Se) RB€ ' M., II em. I. 135 33- 9^ — La Lupa coi Gemelli. B' — VRBS ROMA (M ; ECs) I 6- RFQ ' M-, II em. II. 34.9 — GLORIA EXERCITVS con due insegne. B'— CONSTANTINVS MAX AVG (BMDd) I j. RBP ' M., II em. IV, i. ' (4); RFP 35. ^'— CONSTANTINVS IVN NOB C (BCLd) I _. RFS ' M., II em. IV, 2. 36.^— FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLd) J-i- RBT ' M., cf. II em. IV, 3. I RFT (6); AQVILEIA 317-320. 37.9^ - SOLI INVICTO GOMITI ^ — IMP CONSTANTINVS P F AVO (BMLd) _L X- AQP * M., 5 em. I, i. AQVILEIA 320-324. 38. 9 — CAESARVM NOSTRORVM : VOT V B" — CRISPVS NOB CAES (TLd) AQT ' M., 6 em. I, i. 39. ^ — (come sopra) (BCLd) _J •AQS» ^ ' M-» cf. 6 em. I, i a). 40. ^'— (come sopra) (BMLd) — I-Q. -J— 2- •AQS* -AQT* ' M, 6 em. I, 10). 4I.^'— (come sopra) (BMLs) I ,. •AQS» ' M • 6 ^"^- ^' ^ 136 42. B' — LICINIVS IVN NOB CAES (BMLd) I ÀQT i; M., 6 em. I, 3. 43. ^^ 44.^ CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLd) AQT« 3; (come sopra) (BCLd) AQT i; M., 6 em. I, 4. M., 6 em. I, 4. •AQT» 45. ^ — (come sopra) (BMLs) AQT* 4; 3; 46.9 DOMINI • N • LICINI AVG : VOT XX IMP LICINIVS AVG- (TLd) 2: AQS ' M., 6 em. I, 5^ M.. 6 em. II. AQS« 3: 47.^ D N CONSTANTINI MAX AVG : VOT XX CONSTANTINVS AVG (TLd) AQP I 4; M., 6 em. III. 25; 48.9 49-^ 50. 3^ 51.^ •AQP* VIRTVS EXERCIT : VOT XX (come sopra) (BC ; ECd) SI F AQP 8; IMP LICINIVS AVG (BC : ECdl S 1 F a1qs^' (come sopra) (TLd) SIF AQS 6; M., 6 em. IV, i. M, 6 em. IV, 3. M., 6 em. IV. 4. CRISPVS NOB CAES (BCdLs : Is ; S) ^ I AQT ^ ' M., 6 em. IV, 6. 137 52.^— LICINIVS IVN NOB CAES (BCLs : V: Sp) AQS ' M., rovescio, 6 em. IV. 53. RI - VIRTVS EXERCIT ; VOT X ^ — CRISPVS NOB CAES (BCdLs : Is : S) SJF^. AQT ' M., 6 em. V, 6. 54. -B" — (come sopra) (BCLd) SlF _. AQT "^" M., 6 em. V, 7. AQVILEIA 324. 55. ^ — CAESARVM NOSTRORVM ; VOT X '^ — (come sopra) (TLd) AQS ' M., 6 em. Vili, l. 56. ^ — (come sopra) (BCLd) AQS ' Voetter, Const. j. T. io. 57. ^'— (come sopra) (BMLd) J— 12- •AQS* ' M., 6 em. Vili, 2. M f - - II : AQS 58.^— CONSTANTINVS IVN NOB C (TLd) AQT ' M., 6 em. Vili, 5. 59. ^ — (come sopra) (BCLd) AQT ^ ' M., 6 em. Vili, 6. 60. ^ — (come sopra) (BMLd) I •AQT* ^' M., 6 em. Vili. 6. i 61. fJ^' — (come sopra) (BMLs) AQT '3- AQT» ^''' ' M-, 6 em. Vili, 7. 138 62. 9 — D N CONSTANTINI MAX AVG ; VOT XX B" — CONSTANTINVS AVO (TLd) AQP ' M., 6 em. IX. TREVIRI 317-320. 63.91 — SOLI INVICTO GOMITI ^'— IMP CONSTANTINVS AVO (BCLd) B T R ^ ^ ' M., 5 em. I, 2. 64. 9 — lOVI CONSERVATORI AVG ^— IMP LICINIVS AVG (BMLs : Se: F) _J STR ' ' M., 5 em. III. TREVIRI 320-324. 65.9/ — VICTORIAE LAETAE PRINC PERP : VOT P R ÌB"— IMP CONSTANTINVS MAX AVG (BC : ELd) STR _*_ •STR 3; I : ST R ' M., 6 em. I, 4. 66. 9/ — BEATA TRANQVILLITAS : VOTIS XX ^— CONSTANTINVS AVG (MLd ; Sca) PTR» I I STR ' M., 6 em. V, i. I : •PTR* 67. ìB" — (come sopra) (MLs ; Sca) I: • STR» ' M., 6 em. V, 2. 68. ^ — (come sopra) (BM ; ECs : Id) •PTRVJ ^' i39 69. 3^ — (come sopra) (BC ; ECd) i; PTR ' M., 6 em. V, 5. I ; «^^ 2 ; PTR» STR I „ I •PTR» ^' •STR* ^' ^o.^- CONSTANTINVS IVN NOB C (BCLs : V; Sp) •STR* ViwB'— (come sopra) (BMLs ; V: Sp) PTR 72. ^ — (come sopra) (MLd : Sca) •PTR^ ' M., 6 em. V, 34. 73.^'— IVL CRISPVS NOB CAES (BCdLs : S: Is) STR ' M-. 6 em. V, 23. 74. ÌB' — (come sopra) (BCLs : Id ; S) STR» ' M., 6 em. V, 24. I _. I _. •PTR» ' •STR» ' 74^).^' — (come sopra) Sullo scudo Tlmp. coi suoi due figli. •PTR» '^^ ' 75.3^— D N CRISPVS NOB CAES (BCLd ; Id ; S) (I) PTR» M., 6 em. V, 29. 76. ^ - VIRTVS EXERCIT ^— CONSTANTINVS AVG (BC ; ECd) JJ-?2- • PTR ' M., 6 em. VII, i. *^(i); •PTR 77- ^^ — CRISPVS NOB CAES (BC : ECd) STR M., 6 em. VII, 5. 140 78. ^ — CONSTANTINVS IVN N C (BMRs) TI F STR ^' M., 6 em. VII, 9. 79. 91 — VIRTVS EXERCIT ; VOT XX ^ - LICINIVS P AVG (BC ; ECd) STR ^ ' M., 6 em. Vili, 5. 80. B' — IVL CRISPVS NOB CAES (BCdLs ; Is : S) (0; •PTR '' M., 6 em. Vili, 11. 81. & — CONSTANTINVS IVN N C (BMRs) •PTR ^ ' M., 6 em. Vili, 13. 82. 1$ — CAESARVM NOSTRORVM : VOT X ^— IVL CRISPVS NOB C (TLd) PTR ' STR ^' M., 6 em. X. 3. I 8. .^„: PTRV^ STR^ 83. ^'— CONSTANTINVS IVN NOB C (TLd) -Li- ^3. PTR ' STR "*' M., 6 em. X, 6. I „ I 3; 7r:;r;^^. ^7 PTR^ ^ STRv^ 84. 9 — SARMATIA DEVICTA 3^— CONSTANTINVS AVG (TLd) PTR STR ' :^ TR ' M., 6 em. XIII, i. -^io;-i-6; PTRW ' STR^ ' TREVIRI 324-326. 85.9 — PROVIDENTIAE AVGO B* — (come sopra) I PTR ^' M.. 7 em. 1, i. PTRO STRO ^ ' 141 86. 9 — PROVIDENTIAE CAESS ^'— FL IVL CRISPVS NOB GAES (BMLd) STR ' M., 7 em. II, i. 87. B' — (come sopra) (BMdLd) PTR M., rovescio, 7 em. II, 88.^'— (coniti sopra) (BMLs) ' i: -W. PTRO " STRO ' M., 7 em. II, 2. 89.^'— CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLd) STR ' . M., 7 em. II, 4. 90. ^ — (come sopra) (BMdLd) -L(i)- STR ' M., rovescio, 7 em. II. 91.^ — (come sopra) (BMLs) — 1— 2- ^— (I). PTRO ' STRO ^ ^' M., 7 em. II, 5. 92. ^'— FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs) PTRO M., 7 em. II, 6. 93.1^ — SPES REIPVBLICAE B - FLAV MAX FAVSTA AVG (BMTd) — i— I- •PTRO ' M., 7 em. IV. 94. I^ — SALVS REIPVBLICAE B" — (come sopra) STR ^ ' M , 7 em. V. STRO ' 95- ^ — SECVRITAS REIPVBLICE ^ — FL HELENA AVGVSTA (BMDd) 1 .. STRO ' M., 7 em. VI. ,142 TREVIRI 326-330. 96. ^ — PROVIDENTIAE AVG& ÌB"— CONSTANTINVS AVG (TLd) ' 4; J^.x- M., 8 em. I. 3; •PTRE"^' «STRE ' 97. B* — (come sopra) (TDd) •PTRE ' ' ^^'. rovescio, 8 em. I. 98. 9 — PROVIDENTIAE CAESS iB'~ CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLs) STRE ' M., 8 em. II, i. 99.,©'- FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs) PTRE ' STRE '^' M., 8 em. II, 2. I ,. •PTRE ' 100. 9 — SECVRITAS REIPVBLICE B' - FL HELENA AVGVSTA (BMDd) PTRE ' M.. 8 em. Ili TREVIRI 330-333. IDI. 9 - - Vittoria. B" - - CONSTANTINOPOLIS (M ; ELs ; SO TRP* ^' TRS* '^' ^M., 9 em. I ,'.„3; TR'P 102. 9 — La Lupa coi Gemelli. B' - VRBS ROMA (M ; ECs) 1 .. I _. TRP- ' TRS* ' ^^^ 9 em. II. I .. — L -. TR«P ' TR'S^' 143 I03- ^ — GLORIA EXERCITVS con due insegne. ^' — CONSTANTINVS MAX AVG (BMLd) e (BMDd) TRS» ' ìM., 9 em. Ili, i. 1 1 TR^P " TR.S ^' 104. ^^ — CONSTANTINVS IVN NOB C (BCLd) 1 1 ' i; '2; TRP* TRS* M., 9 em. Ili, 2. TR*P ^' TR.S ' 105. ^^ - FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BCLd) 1 1 I . TRS* ' M., cf. 9 em. III, 3. '2; 1 3; TR*P TR«S ^' LONDINIVM 3i7?-324. 106. ^ — VICTORIAE LAETAE PRINC PERP ; VOT P R ^ — CONSTANTINVS AVO (ELd) PLN ' M., 5 em. IV, i. 107.^ — IMP CONSTANTINVS AVG (BM ; EUs; Id : Sp) PLN M., 5 em. IV, 6. 108. B" - IMP CONSTANTINVS MAX AVG (BC ; ELd) 4; PLN ^' M., 5 em. IV, 9. LONDINIVM 320-324. 109. I^ — VIRTVS EXERCIT : VOT XX ÌB' — CONSTANTINVS AG (sic!) PLN ^ ' M., 6 em. II, 2. HO. B' — CONSTANTINVS IVN NOB C (BMRs) PLN M., rovescio, 6 em. II. 144 III. ^ BEATA TRANQVILLITAS: VOTIS XX CONSTANTINVS AVO (MLs ; Sca) PLON (I); M., 6 em. IV, 2. 112. /B' — CRISPVS NOBIL C (BC ; ECs) 113. ^^ - 114. ^ 115.^^ PLON ' M.. 6 em. IV, 13. CONSTANTINVS IVN N C (BMRs) PLON ^' M., 6 em. IV, 16. BEAT TRANQLITAS: VOTIS XX CONSTANTINVS AVG (BCLd: Sca) I i; PLON ~ ' M., 6 em. V, 4. CRISPVS NOBIL C (BCdLs: Is; S) (» PLON PLON '^' M., 6 e in. V, 16. ii6..B^ 117. ^^ 118. ^^ (come sopra) (BCd : ECs : Is : S) I .. M., 6 em. V, 17. PLON 2; [come sopra) (BC : ECs) I PLON I ; M., 6 em. V, 21 CONSTANTINVS IVN N C (BC : ECd) I .. PLON ' 119.^ — (come sopra) (BC : ECs) 1 _. 120.^ 121. 9 PLON "" (come sopra) (BCRs) PLON^^' M., 6 em. V, 22. M., 6 em. V, 23. M., cf. 6 em. V, 34. BEAT TRANQILTAS (sic) VOTIS XX (come sopra) (BMRs) PLON (0; M., cf. 6 em. V, 24. 145 122. 9' — CAESARVM NOSTRORVM : VOI X ÌB' - IVL CRISPVS NOB C (ILcì) PLON^ ' M., 6 em. X, i. LONDINIVM 324-326. 123. ^ — PROVIDENTIAE CAESS ^^ — FL IVL CRISPVS NOB CAES (BMLd) PLON ' ' M., 7 e.n. II, i. 124. ^^ — CONSTANTINVS IVN NOB C (BMdLd) I ; PLON M., 7 em. II, 2. 125. 9 — SALVS REIPVBLICAE ^ — FLAV MAX FAVSTA AG- (sic !) PLON M., 7 em. III, 2. LVGDVNVM 317-320. 126. 9 — VICTORIAE LAET PRINC PERP : VOT P R ^ — CONSTANTINVS AVO (BC ; EUd) I M., 5 em. I, I. 127. ^^ — CONSTANTINVS P AVO (BC : EUd) M., 5 em., I, 3. 128. B' — D N CRISPO NOB CAES (BCLd) i; Pi^&.L ' M., 5 em. I, 9. 129. B^ — D N CONSTANTINO IVN NOB C (BMLd) PÌ^Cl^'^' M, cf. 5 em. I, 11. 130. B* — (come sopra) (BMdLd) Pw^&.L ' M., 5 em. I, 11. LVGDVNVM 320-324. 131- y' — BEATA TRANQVILLITAS : VOTIS XX ^ — CONSTANTINVS AVO (TLd) -Li- ^"i. PLG ' PLG ' M 6 (in I, i. lo 146 132. B' — (come sopra) (BCLd) PLG ^' M., 6 em. I, 2. 133-^ - CRISPVS NOB CAES (TLd) CJ_R.. PLG M,. 6 em. I, 12. 134- ^ — (come sopra) (BCLd) CI R^. PLG ' M., 6 em. I, 13. 135. ^ — (come sopra) (BC : ECd : Is : S) C I R j. PLG ' ^^, ^^' 6 em. I, 16. 136.^ - CONSTANTINVS IVN NOB C (BMdLd) C I R j. PLG ' M , 6 em. 1, 27. 137. ^^ — CONSTANTINVS IVN N C (BMdLd) C_LR ^. PLG M., 6 em. I. 32 138. ^^ — D N CONSTANTINO IVN N C (TLd) PLG ' M., 6 em. I, 42. 139- ^ — VIRTVS EXERCIT: VOT XX ^ — CONSTANTINVS AVG (TLd) C I R j. PLG ' M., 6 em. III. i. 140. ^ — (come sopra) (BC : KCd) PLG ' M., 6 em. Ili, 3. 141. 3^ — D N CRISPO NOB CAES (BC ; ECd) PLG' M., 6 em. IH, 8. 142- 91 — SARMATIA DEVICTA ^ — CONSTANTINVS AVO (TLd) PLG»^ ^' M., 6 em. VI. 143- 9 — CAESARVM NOSTRORVM : VOT X ^ — CONSTANTINVS IVN NOB C (TLd) I ,. PLGC ' M-, 6 em. VII, 3. 147 144- ^^ — (cume sopì a) (BMLs) • I • (3) PLGC ' PLGC ' M.. 6 em. VII, 4. LVGDVNVM 324—? 145. 1^ — PROVIDENTIAE AVGG- ^ — COINSTANTlfSVS AVG (TLd) _L_ 2- PLG m., 7 em. I, i. LVGDVNVM 330-333. 146. 9 — Vittoria. ^ — CONSTANTINOPOLIS (M : ELs ; Se) -^ .; PLG M, 8 em. I. 147. R) — La Lupa coi Gemelli. ^ — VRBS ROMA (M : ECs) PLG M., 8 em. II. 148. 1$ — GLORIA EXERCITVS con due insegne. ^ — CONSTANTINVS MAX AVG (BMl)d) PLG ' M., 8 em. Ili, i. 149. ^ — CONSTANTIINVS IVN NOB C (BCLd) I ,. PLG ^ ' M., 8 em. Ili, 3. ARELATE 317-320. 150. ^ — SOLI mVICTO GOMITI 3^ — IMP CONSTANTINVS P F AVG (BMLd) ClS j. PARL ' M., 3 em. L i. 151. I^ — lOVI COVSERVATORI AVG ^ — IMP LICINIVS AVG (BCLd) TARL ^ ' M., 3 em. VII. 152. 9 — VICTORIAE LAETAE PRINC PERP ; VOT P R ^ - IMP CONSTANTINVS AVG (BC ; ECd) -J-2. -i-I. I ,. PARL ' SARL ' TARL ^' M., 3 em. X. i. 148 (come sopra) (BM : EUs : Id : Sp) SARL ^' TARL ^ M., 3 em. X, 2. 154"^ — II^P CONSTANTINVS MAX AVG (BC ; ECd) SARL ' TARL ' M., rovescio, 3 em. X. ARELATE 320-324. 155. I^ — CAESARVM NOSTRORVM : VOT V ÌB' — CRISPVS NOB CAES (TLd) Ta^' fA^ M., 4 em. V, I. T^A T^A^' 156. ^ — CONSTANTINVS IVN NOB C (TLd) QA ' M., 4 em. V, 2. T^' AR^ QWA 5 > Q«^A 157-^ — LICINIVS NOB CAES (TLd) AR I ; qa3' M., 4 em. V, 3. Q^A ' 158. 1$ — D N CONSTANTINI MAX AVG : VOT XX ^ — CONSTANTINVS AVO (TLd) àr'' pa^' M., 4 em. VI. P^A 6; P^A P*AR^' (3»; S*AR^' i ARLP (I); ARLS (3) 149 159- 9 — D N LICINI AVGVSTI ; VOT XX ^ — IMP LICINIVS AVG (TLd) SA '^ ' M., 4 em. VII. S^A 7; 6; S\^A i6o. 9 CAESARVM NOSTRORVM : VOT X ^ — CRISPVS NOB CAES (TLd) I -. (I); ? ' T^A ARLT ' fSÀR^-^^'Q^AR^'^' M., 4 em. XI, i. i6i. ^^ - FL IVL CRISPVS NOB CAES (BMLd) 'nMR^'^^' M., 4 em. XI, 4. 162. B' — CONSTANTINVS IVN NOB C (TLd) Q^*/A I 5; Q*AR M., 4 em. XI, 6. 163. ^^ — (come sopra) (BMLd) — L_6- Q*AR ' M., 4 em. XI, 7. 164. 9/ — CAESARVI hNOSTRORVM (sic): VOT X ^ — CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLd) f^^'^' M.. cf. 4em. XI, 7. ARELATE 324-326. 165. e* - PROVIDENTIAE AVGG ^' - CONSTANTINVS AVG (TLd) ' 4; -'-6; PA^RL^ SAWRL M, 5 em. I, I. •SA^RL P^AR ' S*AR I50 i66. ^ - PROVIDENTIÀE CÀESS B' — CRISPVS NOB CAES (BCLd) T^I^AR ' M, 5 em. 11,2. 167. B' — (come sopra) (BMLs) ' (o; TA^RL M , rovescio, 5 em. II. 68.^ - FL IVL CRISPVS NOB CAES (BMLd) l_ S*AR^' M. 5 cni. II, 4. 169.3^ — CONSTANTINVS IVN NOB C (TLci) -I— I- T^I^AR ' M.,5em.II,6. 170.^ — (come sopra) (BMLs) QAV^RL^^' M.. 5 em. II, 7. 171. ^' — FL CONSTANTIVS NOB C (BMdLd) I (I); Q*AR M.. rovescio, 5 em. II. 172. ÌB" — fi IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs) QAWRL^^^' M., 5 em. II, 9. 173- ^ — VIRTVS AVGG- con ali di porta. ^ — CONSTANTINVS AVG (TLd) I 3- I 3. PAWRL"^' SA^RL"^' M.. 5 em. Ili, i. 174. 9 — (come sopra) senza ali di porta. /B" — (come sopra) SVJAR ' M., cf. 5 em. Ili, i. 175. 9 — VIRTVS CAESS senza ali di porta. /B — CRISPVS NOB CAES (BMLs) 1 ^. TAWRL ' \r., cf. 5 em. IV, 3. I5T 176. 9 — (come sopra) con ali di porta. :& — CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLs) (2); QAWRL M., 5 em. IV, 6. 177- '^ — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs) 3; QA^RL . \ (X). M., 5 em., IV, 7. 178. 9 — SPES REIPVBLICAE B" — FLAV MAX • FAVSTA AVG (BMTd) M., 5 em. VI, 179. 9 — SECVRITAS REIPVBLICE ^^ - FL AELENA (sic) AVGVSTA (BMDd) — J— I. TA'w'RL ' M., cf.5em.VII. T*AR ' ARELATE 326-330. 180. 9 — PROVIDENTIAE AVGG B" — CONSTANTINVS AVG (TLd) PARL ' M , 6 em. I, i. SIP S I F I ; ~ — 2 : ARLP ' ARLS 181. ^ — (come sopra) (TDd) ARLS^ ^' M., 6 em. I, 2. SIP ^. SIP ^ . PCONST ' SCONST ' 182. R) - PROVIDENTIAE CAESS .B' — CONSTANTINVS IVN NOB C (BCLs) TIF ^. PCONST ' M., 6 em. Il, i. 183. ^^ — (come sopra) (BMLs) SiFi: -S_LF, ARLP ' ARLT ' M.. 6 em. II, i. 152 184. B' 185. I^ FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs) arlq"^' M., 6 em. II, 2. VIRTVS AVG& con ali di porta. CONSTANTINVS AVG (TDd) i; ARLS ' SI F PCONST ' SCONST SI F ARLP SI F M., 6 em. Ili, i. I ; 186.^ — (come sopra) (TLdj Si F ARLP :.i; M., rovescio, 6 em. IIL 187. I^ B' 188. 5^' [come sopra) senza ali di porta, [come sopra) (RMDd) PCONST^ M., et. 6 em. Ili (2). — VIRTVS CAESS con ali di porta. — CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLs) S I F . M.. 6 em. IV. ARLT SI F TCONST - I ; 189. B — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs) S ; F ARLQ ' M., 6 em. IV, 2. S ' F QCONST I ; 190. P — SECVRITAS REIPVBLICE (sic) ^^ - FL HELENA AVG-VSTA (l^MOd) ARLT M.. 6 em. V. ARELATE 330-333- 191. 9( — GLORIA EXERCITVS con due insegne. i& - CONSTANTINVS MAX AVG iBMDd) PCONST I : M., 7 em. I, I 153 192. B' — CONSTANTINVS IVN NOB C (BCLd) — *— I- SCONST ' M., 7 em. I, 3. 193. 9 — Vittoria. ^ — CONSTANTINOPOLIS (M : ELs : Se) * I PCONST 1; TICINVIVI 3i7?-324. 194. 9 ~ VICTORIAE LAETAE PRINC PERP : VOT P R ^ — IMP CONSTANTINVS MAX AVG (BC ; ELd) PT ' ST ' M., 5 em. V, 2. P tt'' PT ST ' TT Si; TT ' 195. ^ - FL IVL CRISPVS NOB C (BMRd) PT ' ST ' M., 5 em. V, 3. 196. ^ — CONSTANTINVS IVN NOB C (BMdRd) Tt""' M., cf. 5 em. V, 4. TICINVM 320-324. 197. R) — VIRTVS EXERCIT ; VOT XX ly — CONSTANTINVS AVG (BC : ECd) PT ST"^*^ TT^' M., 6 em. II, I. P9|tT'' J-3; I I T»T 198. Jy — IMP LICINIVS AVG (BC : ECd) TT ' ' M., 6 em. II, 3. 154 199./^ — CRISPVS NOB CAES (BCdLs: Is : S PT^ TT T»T M., 6 em. II, 4. (2); 200. /B' — CONSTANTINVS IVN NOB C (BCLs ; V; Sp) M., 6 em. II. 7. PT ST TT 201. 9 — D N CONSTANTINI MAX AVG : VOT XX — CONSTANTINVS AVO (TLd) 30; I : 34- _1 PT "" ST PT pt'^^ sf^^ ^(2); 3^(3); r" TT TT TT -^ 49 M., 6 em. Ili, i. ^(58); 202.^ — (come sopra) (TRd) TT 203. ^ — (come sopra) (BCLd) (I); M., 6 em. Ili, 2. TT ' 204. 9 205. 9 M., rovescio, 6 em. III. D N LICINI INVICT AVG : VOT XX IMP LICINIVS AVO (TLd) TT M., 6 em. IV. DOMINORVM NOSTRORVM CAESS : VOT V CRISPVS NOB CAES (BCLd) _L PT J_ TT 2: M., 6 em. V, i. 206. ^^ - CONSTANTINVS IVN NOB CAES (BMLd) _1 ST TT M., 6 em. V, 2. 207. I^ DOMINOR • NOSTROR • CAESS; VOT V CRISPVS NOB CAES (BCLd) ér^^'-^ fr^^^^ M. 155 208. ^ - DOMINOR • NOSTROR • CAESS ; VOT X ^ — (come sopra) (TLd) PT^'^' M., rovescio, 6 em. VI. 209. r^ — (come sopra) (BCLd) V^(»); M., 6 em. VI, i. PT^' ST^^ TT^^ .^T*^'' 210. ^' — (come sopra) (BMLd) Jf(.., M., rovescio, 6 em. VI. 211.^' - (come sopra) (BMdLd) p^(3); S<^'' M , rovescio, 6 em. VI. 212.^ — (come sopra) (BCdLs ; Is; S) I ST M., rovescio, 6 em. VI, p^(x); 213. 3" - CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLd) ST^' TT'^' M.. em. VI, 2. :j^(3); PT^^' ST ' TT^' QT 214. r^ — (come sopra) (BMLs) TT ' ' M., 6 em. VI, 3. S^^'^^ TICINVM 324-326. 215. ^ - DOMINOR • NOSTROR • CAESS : VOT XX ^' - CRISPVS NOB CAES (BCLd) PT^'^' Vo. C. j. T. 14. 156 2l6. I^ 217. ^^ PROVIDENTIAE CAESS CONSTANTINVS IVN NOB C (TLd) ST ' M., 7 em. II, 2, FL IVL CONSTÀNTIVS NOB C (BMLs) sV^^^^ M., 7 em. II, 3. QT (2); (0; 218. i^ 219. 9 220. 9 PfT ' SfT' ^' QfT SPES REIPVBLICAE FLAV MAX FAVSTA AVO (BMTd) SECVRITAS REIPVBLICE FL HELENA AVGVSTA (BMDd) I .. !.. I .. I (I); M., 7 em. III. I. PWT S^T TWT 2; QV^T M. em. IV. 221. 9 D N CONSTANTINI MAX AVO; VOT XXX CONSTANTINVS AVG (TLd) PT ^ ' ST ' TT "^ ' QT ^ ' M. 7 em. IV. _H_(i); JlCO; ST TT D N CONSTANTINI MAX AVG porta della fortezza. CONSTANTINVS AVG (TLd) -J-i. _L_i- -^4- -i--^- PV^T ' S'^T ' TV^^T^' Q^T M., 7 em. VII. 2; I ; 22^. ^^ SfT ' TfT*' QfT ' CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLd) PKjj ^ ^ ' M., rovescio, 7 em. VII. SISCIA 3^3-314- \ 223. ^ - lOVI CONSERVATORI ^ - IMP LIC LICINIVS PF AVG (TLd) SIS ' M., 6 em. I, 4. 157 SISCIA 317-320. 224. 1^ - PRINCIPIA IVVENTVTIS ^ - CRISPVS NOB CAESAR (BMLd) rsis^' €sis^' M., 8 eni. IV, 2. SISCIA 320 7-324. 225. ^ - VICTORIAE LAETAE PRINC PERP : VOT P R i& - IMP CONSTANTINVS AV(y (BC; EUs: Id : S) altare 15 alt. 15, 22, 14 ASIS* ' ' BSIS* M., 8 em. V, 2. 226. ^' - (come sopra) (BM: EUs: Id; [Se]: Sp) alt. 5 alt. I alt. 15 BSIS* ' ' ASIS*^' €SIS^ ^ ' M., cf. 8 oni. V, 3. 227. ^' - IMP CONSTANTINVS P F AVG- (BC; ELd) alt. 22 a. 1. 23 alt. i ASIS* ^ ' ASIS- ^ ' €SIS* ^ ' M., cf. 8 em. V, 4. 228. ^' - CRISPVS NOB CAESAR (BMLd) alt. 4 €SIS'^' M., 8 em. V, 5. 229. ^^ - IVL CRISPVS NOB CAES (BMLd) alt. 4 , ASIS» M., rovescio, 8 em. V. 230. fì" — (come sopra) (BCLs : Id ; S) s ASIS* ^' M., rov. 8 em. V. 231. ^^ - IVL CRISPVS NOB CAESAR (BMLd) mIi. I BSÌS- ^ ' M , 8 em. V, 6. 232. ^^ - CONSTANTINVS IVN NOB CAES (BMLd) alt. 14 alt. I BSIS- ' ' €SIS»^' M., 8 em. V, 8. S x; €SIS- ' I5B 233 ^ - LICINIVS IVN NOB CAES (BMLd) alt. 14 _ alt. I, 15 BSis* ' ' rsis» ^ ' 234.,^ - IMP LIC LICINIVS P F AVG (BCLd) M., 8 em. V, 9. alt. is I ; ASIS» ' M., 8 em, V, io. 235. 9< — VICI • LAETAE PRINC PERP ; VOT P R ^ - CONSTANTINVS AVG (BC ; EUs; Id: S) ASiS I •ASiS* M., 9 em. I, 2. 5 257. ^' — CRISPVS NOB CAES (BCdLs; Is: S) rsis* ' 258. R) — VIRTVS EXERCIT : VOT X fi' — IVL CRISPVS NOB CAES (BCdLs: Is: S) S I F , . Sì F ASIS* "' BSIS* ' M., 9 eni. X, i. SjF SiF |H- 4: Jk. i; BSIS* €SIS* 259-^ — (come sopra) (BCLd) S 1 F ,. rSIS* M., cf. 9 eiii. X. 2. 260. ^^ — CONSTANTINVS IVN NOB C (BCLs; V; Sp) €SIS* M., cf. 9 ein. X, 3. AlF ,. s^^ BSIS* ' €SIS*' F SjF H. 2: IK. I Bsis* rsis* S F IK. (2); €SISv^!t/ 261. rB' — CONSTANTINVS IVN NOB CAES (BMLs) €SIS^ M., rovescio, 9 eiii. X. 102 202. ,B^ — LICINIVS IVN NOB CAES (BCLs; V; Sp) rSIS* " M., cf. 9 em. X, 5. S|F Jh. (7); ASIS^ 263. i& — (come sopra) (BMLs) ASIS* ' M., 9 em. X,6. 264. ?l - CAESARVM NOSTRORVM ; VOT X i& — IVL CRISPVS NOB C (TLd) I . \ . I ^. I 6; r^^.^u. 5; .^.^u. ^; Asis* ' Bsis*^' Asis* ' esis**^' M., 9 em. XUI, i. 3* DOIO.a. ' |-OIO.».3> AOIO.^i'J' ASISO BSISO rSISO ASISO ' 48: „^ ' ^ 18; --!— 17 17; .^ ' ^ 28: —J— - 34; ASisySi^ BsisySi ' rsisyS: ' ASisyS: €SisyHi ASisf ' BSisf ' rsisf ' Asisf ' esisf BSIS^ 6 ; PTrTTTTS I 5 ASISQ ' rSISQ ' ASISQ ' €SISQ 265. ^' — CONSTANTINVS IVN NOB C (TLd) M., 9 em. XIII, 2. I _. I ^ ; .o.o». 7 ; ^o.o.«. 4 ; BSISO ASISO ' €SISO ASisySi" BSisyS: " rsisySi^^'^'ASisySi ' esisyS: [_.. I . i_ . L . l_-- ASisf ' Bsisf '^' rsisf^' ASisf^' €Sisf ■" I ,. I ,. I . BSISsis ' ASIS3IS ' €SIS3I©"' -i-li- I ,. I -. I ,. ? ' BsisQ ' rsisQ^' ASISQ ' SISCIA 324—? 266. 5( — PROVIDENTIAE AVGG ^^ — CONSTANTINVS AVG (TLd) BSIS ' rSIS ' M., IO em. I. i63 •AsTs- ^^ ' 'Bsis^ ^^ ■ • rsis"' ^ ' Tasìs"* ^ ' Il ili ■^— I : ■ — 147 ; 1^7 ; ^ 12 : ? AsiSt-? " bsisn=^ ^^'' ^sls^=^ ASis^ I ASIS' (2) 267. ,!>' — CONSTANTINVS MAX AVG (BMDd) ASIS^ ^' BSTs^ ' rSIS« ' M., rovescio, io em. I. 268. R; — PROVIDENTIAE CAESS ,B' — IVL CRISPVS NOB C (TLd) rSISQ M., IO ein. II, i. 8; •Asis* ' «esis- 269. ^^ — CONSTANTINVS IVN NOB C (TLd) L, M., IO em. II, 2. I €SIS* 1.0. -^3 ? ^' €818 "^ i; •A8I8* '-esis* ^' I I — — s ; — ■ — 129 ; A8I8^^' €8I8« ^' 270. ^' — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs) ASI8Q ' M., ioem:Il,3. A8I8 ' ASIS< I 138; 7^7^ i; A8l8s^ " €8I8« 271. 1^ — SECVRITAS REIPVBLICE ^' — FL HELENA AVGVSTA (BMDd) ' M., IO em. III. IO : — -T— IO rsi8 _ i_ • r'8i8« ^ 26 ; ! — 27 rsis»wj €sis^ 164 272. 9 — SPES REIPVBLICAE i& — FLAV MAX FAVSTA AVO (BMTdj BSISQ 'ASIS< ^3 5 (2); IO ; M., IO eri). IV. •ASIS» ^ ' •BSIS SISCIA 330-333. 273. 9. — GLORIA EXERCITVS con due insegne. ^ — CONSTANTINVS MAX AVG (BMDd) ASIS 213; •ASiS ASIS' 185; — L-(2); — ^(11); ASIS " €SIS^ ^' M., II CHI. I, I. 6; •€SIS« M. (12 CHI. !). 274. ^^ - CONSTANTINVS IVN NOB C (BCLd) ASIS I ASIS 209; €SIS M., II eni. I, 3. •ASIS--' .ASis-''^' -esis.^^^' M. (12 em.!). 275- '^' — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BCLd) _J 207 ; J_ ASIS (sic) €SIS M., II eiii. I, 2. _J 223; ' ,^. •ASIS (sic) 3; 276. ^ — Vittoria. rè' — CONSTANTINOPOLIS 'M; ELs; Se) BSIS 203 311 B' •BSIS' 277. I§ — La Lupa coi Gemelli, VRBS ROMA (M ; ECs) I 2 rsis •TsTs^ 131 : •€SIS* ' IM. (12 ein. :). M.. TI cm. II. ' : M., II em. in. M. (12 em. !). i65 278. 9 — (Incusus). ^^ — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BCLd) SIRMIVM — ?— 324. 279. Ri — ALAMANNIA DEVICTA ,£^ - FL IVL CRISPVS NOB CAES (TLd) •SIRM- ' M., I em. I, i. 280. ,B' — CONSTANTINVS IVN NOB CAES (BMLd) •SIRM* ' M., I em. I, 2. 281., !>' — CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLd) I _. •SIRM* "^' M., I em. I. 3. 282. FÒ - SARMATIA DEVICTA (TLdj ^' - CONSTANTINVS AVG (TLd) 33; SIRM^^'' M-, I em. Il, i. SIRMIVM 324-326. 283. ^ - PROVIDENTIAE CAESS ^' — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs) -' 8- SIRM ' M. 2 em. I, 2. 284. 1$ --- SECVRITAS REIPVBLICE ^^ — FL HELENA AVGVSTA (BMDd) -J-3- SIRM"^' M., 2 em. II. 285. 19 — SALVS REIPVBLICAE ^B' — FLAV MAX FAVSTA AVO (P>M ; Td) -J— 6- SIRM ' M., 2 em. III. ZECCA INCERTA (Sirmium?). 286. Ip — Stella in o^hirlanda. ' — CONSTANTINVS IVN NOB C (TLd) (Di TSBVI ^ ' M., 7 ^>n. I, 3. 291.,^' — (come sopra) (BMLs) i II ; M., 7 eni. I, 4. fsévT.^^^' 292. ^' — LICINIVS IVN NOB CAES (BMLs) TS6VI ' M., 7 eni. I, 5. TS6VI ' 293. ^ — (come sopra) (TLd) TS€VII ^ ^ M., 7 eni. 1, 6. 294.^ — IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLd) TS€VI^^^' Vo. C. j. Taf. 6. 295. ^' — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs) -J-(i); M.^ _ Vo. _ 296. I^^ — D N CONSTANTINI MAX AVG ; VOT XX ^ - CONSTANTINVS AVG (TLd) 66; TSAVI ^' TSBVI ' TSrVI ' TS6VI M., 7 ein. Ili, 167 297- y* — D N LICINI AVG; VOT XX ^ — IMP LICINIVS AVO (TLd) TSAVI ' M., 7 em. IV. — L-id; TSAVII ^ ' 298. :^ — D N LIC LICINI AVGVSTI ; VOT XX r^ — (come sopra) TSAVI ^' M., 7 em. VI. 299. I^ — VOT • V • MVLT • X • CAESS ^' — CRISPVS NOBILISS CAES (BMLd) M., 7 em. VII, I. 300. r^ — D N FL IVL CRISPVS NOB CAES (BMLd) I (2); M., 7 em. 301.^ — (come sopra) (BMLs; Id; Sp) TS«€* M., 7 em. VII, 3. (I); TS»€* M., cf. 7 cm. VII, 4. 302. ^ — CONSTANTINVS IVN NOB C (BCLd) (6) TS»B» ' M., 7 em. VII, 5. I .. •TS'B* ' 303. ^' — LICINIVS IVN NOB CAES (I) TS«A»^ ' M., 7 em. VII, 8. 304. I^ — VOT XX MVLT • XXX • i& — CONSTANTINVS AVG (BCLd) TS-'r» ^^^ ' TS"-a'» ^^^ ' M., 7 em. Vili. i. •TS«r« ' •TS«A« ' 305. ^' — (come sopr:)) (BMLs; Id ; Sp) Vjs^f* ^^^' M., cf. 7 em. Vili, 2. i68 306. a^ — IMP CONSTANTINVS ÀVG (BM ; EUs ; Id ; Sp) 1 TS»r» M., rovescio, 7 em. Vili. 307. ,5>^ — IMP CONSTANTINVS P F ÀVG (BC ; ELd) (I); TS»A» M-, 7 em. Vili, 4. 08. ^ - (come sopra) (BCLd) TS*A« M., rovescio, 7 em, Vili. 309. ,!>' — IMP LICINIVS AVG (BCLd) TSA^^' M., 7 em. Vili, 5. (6); TS«A- •TS'A* 310. 1> — VICTORIA AVGG NN rJ^ — CONSTANTINVS AVG (BCLd) 1 _ _ I • TS-r» ' •TS»A» ^ ' M-. 6 em. V, i. . \ (i); •T«s»r» (sic) 311.,©^ — (come sopra) (BMLs ; Id ; Sp) (I) TS«r« ^^' M., 6 em. V, 2. •TS*r- ' 312. ,1^' — IMP LICINIVS AVG (BCLd) • TS«A« ' -^^, 6 em. V, 3. 313. Kl — VICTORIA CAESS N N ,B' — D N FL IVL CRISPVS NOB CAES (BMLd) 3; •TS«€- M., 6 em. VI, 2. 314. ,D' — CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLd) ' 6; TS»B» ' M., 6 em. VI, 3. 169 LfCINIVS IVN NOB CAES (BMLd) •TS«A» ' ^I-, 6 em. VI, 4. 316. Ijii — VIRTVS EXERCIT; VOT XX fB' — CONSTANTINVS AVO (BC ; ECd) S i F S I F _ . •TS«r* ' «TS-e " M., 7 eiii. X. I. 317. ,D' — IMP LICINIVS AVCt (BC; ECd) S! F ^. •TS»A» ' M-? 7 em. X, 2. 318. ^ — LICINIVS iVN NOB CAES (BMLs) SIF •TS'A» ' M., 7 em. X, 3. 319. ,& — CRISPVS NOB CAES (BMLs) S I F . •TS'A»"^' M., 7em. X, 4. 320. (& — (come sopra) (BCLd) S i F ^ . S 1 F ^ •TS«A» *' •TS«€» ' M., rovescio, 7 em. X. 321. i& — CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLs) ^S»B« ' M.. 7 em. X, 5. 322. 9 — CAESARVM NOSTRORVM ; VOT X r^ — FL IVL CRISPVS NOB CAES (BMLs) TSAVI^^' M., 7em.XI, I. 323. .B' — IVL CRISPVS NOB C (BCLd) <2); ^^rw7<0; TSrVI ' TSAVI M., rovescio, 7 e!ii. XI. 324. ,ìy — CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLs) - -' - 66; ^ (2); TSBVI TSAVI ^' .M., 7 em. XI, 2. lyo THESSALONICA 324—? 325. 9 — PROVIDENTIAE AVGG ^' - CONSTÀNTINVS AVO (TLd) I .. I • .... I • -.. I • ,.,. I • ... i * ' SMTS( M., 8 em. I, i. - 4 : ' 140 : — — !- — 71 ; ' i^i : 21 : - — 11 1 ? ^'SMTSA 'SMTSB^ ' SMTSr "^ SMTSA ' SMTS6 326. ^ — (come sopra) (BMDd) A j.. I r ^. ^.. SMTS SMTS SMTS M., 8 em. I, 2. (37); ^, ' * (19); c>..lo^(^5); SMTSA ' ' SMTSr ' SMTS6 327. ^' — CONSTÀNTINVS MAX AVG (BMDd) SMTSA M.. rovescio, 8 em. I. '*(n; SMTS 328. I^ — PROVIDENTIAE CAESS fì' — IVL CRISPVS NOB C "; ^^. (0; SMTSr SMTS6 M.. 8 em. II. i. 329. .B^ — CONSTÀNTINVS IVN NOB C (BMLs) M., 8 em. II, 2. SMTSB ■^'^' SMTSA ^^'^' SMTS€^^^' SMTS "6; 330. ,B' - FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLd) I .... I o. 1 107; ^^.-r^. »i ^iTTiT-r^^ ^3 SMTSB " SMTSA ' SMTS6 M., 8 em. II, 3. I % «; SMTS 331. 9' - SECVRITAS REIPVBLICE 3' - FL HELENA AVGVSTA (BMDd) I I I I I SMTSA " SMTSB ' SMTSr SMTSA ' SMTS6 M.. 8 em. III. 171 332. 9 - SPES REIPVBLICAE 3' - FLAV MAX FAVSTA AVG (BM ; Td) SMTSA SMTSB^" SMTS€ M., rovescio, 8 eiii. IV. 333- 9 - SALVS REIPVBLICAE 3' — (come sopra) SMTSA ^' SMTSB^'^' SMTS6^^^' M., 8 em. V. THESSALONICA 330-333. 334- 9' — Vittoria. ^' - CONSTANTINOPOLIS (M ; ELs ; Se) 80 SMTSA M..9em..I. 335- 9' — ^-a Lupa coi Gemelli. ^' - VRBS ROMA (M ; ECs) ' 6,; SMTS6 M., 9 em. II. 336. 9/ - GLORIA EXERCITVS con due insegne. ^ - CONSTANTINVS MAX AVG (BMDd) SMTSA ^' M., 9 em. Ili, i. 337. ;D' - CONSTANTINVS IVN NOB C (BCLd) SMTSA ''' SMTSB ' SMTSf'' M., 9 em. Ili, 2. 338. ^' - FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BCLd) SMTSB ^^' Sivjfsr °' M., 9 em. III. 3. CONSTANTINOPOLIS 324?-326. 339. 1$ — PROVIDENTIAE AVGG ^ ~ CONSTANTINVS AVG (TLd) Al „. Bi_ CONS CONS M., I em. 1, i. 340. J^ — SECVRITAS REIPVBLICE 3' — FL HELENA AVGVSTA (BMDd) B I CONS^^ ■ M.,' 1 em. III. 172 CONSTANTINOPOLIS 326-330. 341. i^ — PROVIDENTIÀE CAESS i& — CONSTÀNTINVS IVN NOB C (BMLd) j\I., 2 em. II, I. CONS CONS CONS 342. (& — (come sopra) (BCLd) ri CONS ^ " ^52 eni. II, i. 343. ^ — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLd) Sj __. CONS"" M., 2 eni. II, 2. SI 344. i&' — (come sopra) (BCLs) Al CONS (2 : r I CONS (2) CONS* M., rovescio, 2 em. II. 345. 9 — GLORIA EXERCITVS l'imp. in piedi. ,iy — CONSTÀNTINVS MAX AVG (TDd) CONS CONS 4: M., 2 eni, IV. 346. ,B' — (come sopra) (TLd) 4: CONS ' ' M., t. II, pi. XV, n. 5. 347. Ij^ — GLORIA ROMANORVM siede a sin. ,i^' — (come sopra) (TDd) CONS 3; Zi CONS 348. ,& — (come sopra) (TLd) CONS 349- t^ - LIBERTAS PVBLICA ,iy — (come sopra) B 3; CONS 350. I>' — (come sopra) (TDd) Bl CONS ' M., 2 em. V, I. M., rovescio, 2 em. V. M.. 2 em. VI, I CONS 4: CONS 9: M., 2 em. VI, 2. 173 351. 9 — CONSTANTINIANA DAFNE fÓ" — (come sopra) (BMDdj Al B ! ^ Al 6 I ZI 3:;s^I7^4: ^^r.^ ^o^ ;.-:;^T^ 9 : CONS^ CONS CONS CONS^ CONS ' M.. 2 em. Vili. I. CONS* ■ CONS* -^-^—(2): ^-^(i) CONS* CONS- ^ 352. ^ — (come sopra) (TDcì) CONS CONS CONS M., cf. 2 em. Vili, 2. 353. ^' — (come sopra) (TDa Al ,,AL^,,n^,,AL.^Al^,,sA^, CONS CONS CONS CONS" CONS CONS" CONS I\I., 2 em. Vili, 2. CONSTANTINOPOLIS 330-333. 354- ^ "" Vittoria. ^ — CONSTANTINOPOLI (M ; ELs ; Se) CONSZ M., 3 em. I. 355- -^ — ^^ Lupa coi Gemelli. 3' - VRBS ROMA (M ; ECs) I C0NS6 " iM, 3 em. II CONSIA M. (4 em.!l 356. I^ — GLORIA EXERCITVS con due insegne. ^' - CONSTANTINVS MAX AVG (BMDd) I ... I , I . ^4;^^^.^» 5: CONSA ^'CONSB ' CONSA ^ M., 3 em. IH, i. I _. I . D CONSH 357"^' — CONSTANTINVS IVN NOB C (BCLd) _J CONSr^' M.. 3 em. Ili, 2. CONSe^ CONSI^^ 174 358. ^^ - FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLd) CONSA ^^^' CONSS ^^ ' M., 3 em. Ili, 3. coNse coNsr' HERACLEA 315-317. 359' ^ — PROVIDENTIAE AVGG con tre torri. ^ — IMP LICINIVS AVG (BMLs ; G ; Se ; F) I 4; uTi^S: Tr-ri:^'^ HTB"' HTr" HTA"' HT€" M.. 6 em. II. i. HERACLEA 317-320. 360. 9 — PROVIDENTIAE AVGG con tre torri. (^ — IIVIP LICINIVS AVG- (BMLs; G ; Se ; F) 1 „. '1 > ^ 1 . MHTA " MHTB' MHTr^ MHT£ i ,. M., 7 CÈii. 1, I SMHA " ' fil- 1 . •SMHB^" SMHA*' 1 • 1 • ^. SMHA ' I. i£y — (come sopra) (BMLd ; G ; Se; F) SMHA ^^' SMHB "■ M., 7 em. I, 2 362. .B' — IMP CONSTANTINVS AVG (BMLs; G ; Se ; F) MHTB ^' M., 7 em. I, 3. •SMHB I • 8; SMHB 175 363. 9 — PROVIDENTIAE CAESS con tre torri. /^ — D N VAL LICIN LICINIVS NOB C (BMLs; G; Se; F). I MHTA ^^' M., 7 em. II, I. MHTA* '' 1 .. •MHTA "' SMHA ^' .SMHr^^^^ sJhc'''^ 364. (B' — (come sopra) (BMLd ; G ; Se ; P^) _LA(iq). SMHr M., rovescio, 7 em. II. 365. ^B" — D N FL IVL CRISPVS NOB CAES (BMLs ; G; Se; F). ' 14: MHTr ^' M.. 7 em. II. 2. I I ; SMHr I 2 : •SMHr SMHT^ (2) SMHr 366. ^^ — DNFLCLCONSTANTINVSNOBC(BMLs;G;Sc;F) i io; MHT€ M., 7 em. II, 3. (I) •SMHA I • 6- SMH€ ' HERACLEA 324. 367. 5/ — DOMINOR • NOSTROR • CAESS ; VOT V ^ — CONSTANTINVS IVN NOB C iBMLd) SMHr M.. 9 em. I. 2. SMHr ' smha''' 176 368. 1^1 — D N CONSTANTINI MAX ÀVG ; VOT XX ;& — CONSTANTINVS AVG- (TLd) SMHA 49 SMHB 53 (17);^ - (16) (I); SMHA SMHA< 32: (4); *I.. 9em. II, (I); SMHe Vo. C. j. T. 5. >SMHB< 369. r^ — (come sopra) (TLDa) SMHA (I): (I): SMHÀ M., rovescio, 9 enr II. 370. 9' — DOMINOR • NOSTROR • CAESS ; VOT X ré' — CRISPVS NOB CAES (BMLd) 371. ^' SM H B " ■ SMHB^' SMHP (come sopra) (BCLd) y.., 9 em. Ili, I. 1^ SMHB M., 9 em. HI, I. 372. ]> — PROVIDENTIAE CAESS con tre torri. - X6--J- 12- ' s- SMHA* SMHB*"^' SMHr- ' SMHA- SMH€'^' • I • I ^ • I • I • I — 1 : — 8 : ^ — 20; ^ — 22; ■ 12: SMHA SMHB SMHT ' SMHA ' SMH€ ' SMHB ' SMHT^^' SMHA ' SMHC"^' 377. i> — SECVRITAS REIPVBLICE ^^ - FL HELENA AVGVSTA (BMDd) I ... I .. SMHB ' SMHA ' SMH€ M., 9 em. VI. I 8; I. 6; SMHB- ' SMH6- -J— 14; •SMH6 ^' 378. 9 — SPES REIPVBLICAE ^ — FLAV MAX FAVSTA AVO (BM ; Td) (7); 7::z^3', SMH6 ' SMHA" ' SMHA''' M, 9em.VII. L_ -. SMHA'^' 379. I^ — D N CONSTANTINI MAX AVO; VOT XXX fB" - CONSTANTINVS AV& (TDd) SMHA^' SMHB^' SMHT^' SMHA^*' M., cf. 9 t ni. Vili, I. T^' -sMnA^^'-SMns^^' -SMHr^' «smha '°' 380. 3' — (come sopra) (TDa) SMHA^' M..9em.VlII. I. I .. I p. _J ,. I ^. 7 j .^„L.a s ; .rs>^...- 5 : rxTTrrr 7 ; •SMHA' -SMHB ' •SMHT' •SMHA 381.,©' — (come sopra) (TLd) SMHA^' SMHB^' SMHr^' SMHA "' M., 9eni. VIir.2. SMHA^^°' SMHB- ^^' SMHr-"^' SMHT- ^ * _. I ^ I _ I •SMHA- '«SMHB^ -SMHT- ' «SMHA* ' (cf.M.4serieI). 12 178 382. ^^ — CONSTANTINVS MAX AVG (BMDd) SMHA (I); ? ^' «SMNA^' «SMHB 1 .. I 3: •SMHr ' «SMHA II : 4; M.. 9 eni. Vili. 3. 8; I 8 2; *SMHA""*SMHB *SMHr^'*SMHA ' *SMH€ ' HERACLEA 330-333- 383. ^ — La Lupa coi Gemelli. ^ — VRBS ROMA (M ; ECs) 3: SMH€ M., IO em. I. (9); •.SMH€» 384. l^ — Vittoria. ^' — CONSTANTINOPOLI (M ; ELs ; Se) SMHA ' I 3; •SMHA •SMHA» 7; SMHA M., loeiii. II. 385. 9 — GLORIA EXERCITVS con due insegne. ^' - CONSTANTINVS MAX AVG (BMDd) SMHA I 8; SMHB I D 1 •SMHA ' «SMHB ' •SMHA« (2); >SMHB< (6); SMHr 1 (4); SMHA •SMHB* ' «SMHr^ ' ' * * 3; SMHB M., IO eni. Ili, I. 179 386. ^' — CONSTAINTINVS IVN NOB C (BCLd) I .- ' SMHr ' SMHA^' M., ioem.!II.2. •SMHA ' I . . I__^ •SMHA'^' -SMHr- ^'' • • • 387. ,B^ — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLd) SMHA^' M., ioem.111,3. •SMHA ' >_J ' I -SMHA* ' -SMHr*'' • • • SMHr CYZICVS 317-319. 388. ^ — lOVI CONSERVATORI AVGG ^ — IMP LICINIVS AVG- (BMLs ; G; Se ; F) ii'6.2J_A,^.9lB QjLr^^.QiA 2J^€^.9ls^^.2J^^. SMK ^ SMK ''SMK 'SMK 'SMK 'SMK 'SMK ' SMK ' M., 7 eni. I, i. 389.,^' — IMP CONSTANTINVS AVG (BMLs; G ; Se ; F) Q_|A QJLBg. ?±r,o.^-^Q. 91 € QIS 9IZ SMK^' SMK ' SMK 'SMK^' SM K ^ ' SM K "^ SM K ' SM K ' M.. 7 em. I, 2. 390. ^ — lOVI CONSERVATORI CAESS ^^ — D N VAL LICIN LICINIVS NOB C (BMLs; G; Se; F) ±1. 2_LB^. ^Lr^. ^1^.. 2±ix.2is QAJ,. ? ' SMK"^' SMK ' SMK'^' SMK SMK"^' SMK ' SMK' M., 7 em. II. i. 391. ,^' — D N FL IVL CRISPVS NOB CAES (BMLs; G; Se; F) SMK ' SMK^' SMK"^ SMK'^'SMK'^' QJ_H,. * SMH ' M., 7 em II 2. i8o 392. B' — D N FL CL CONSTANTIVS NOB C BMLs; G; Se; F) 91A §_^. g €_9 s SMK ' SIIK"^' SMK SMK ' M.. 7 cm. IL 3. 393. B' — IMP LICINIVS AVO (BMLs ; G : Se : Fi 9-^rii- ^^ I • SMK SMK * M^ rov. 7 erri. II : dir. I. I. CVZ.^ . ^ 31^324- 394. lì — lOVI CONSERVATORI B — D N FL IVL CRISPVS NOB CAES ; 6: SMKA ^ ' SMKB^ SMKf SMKa SMK€ SMIcS^' M, 9eiii.I, i8i 398. !& — (come sopra) (TLd) SMKr^' SMKA^' 1 -z SMKS ' M., 9 ein. I, 3. 399. I^ — PROVIDENTIAE CAESS rB" — FL IVL CRISPVS NOB CAES (BMLs) SMKA ' SMKB ' SM Kf ' M , 9 em. II, 1-2. SMKA* ' SMKB* -I I •SMKr-'"' -SMKA» ' 400. ^^ — CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLs) I 8- ' 6- —Li- — L "• — L^. SMKA ' SMKB ' SM Kf ^' SMKA^' SMK€^' SMKS ' M., 9 em. 11,3-4. SMKA* SMKB- SMKf* ^' SMKA* " SMK€* SMKS* '' ! I (5); SMKA ^ ' SMKr ^^^ ' 401.^ — (come sopra) (BCLs) SMKB^' SMKr^' SMKe^' SMKS ' iM., rov. 9 em. II, 402. ^^ — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs) SMKA ' SMKB ' SMKf^' SMKA^' M., 9 em. II. 5-6. ' ^5; ^Lttt ^8; —-L- 14; L^ 16; ' - SMKA* ""SMKB* 'SMKf* ^' SMKA* ' SMK€* ' SMKS*^'' I 8; ....^7T-7; •SMKr* ' *SMKA SMKB ' SMKA l82 403. ^ — (come sopra) (BCLs) SMKA ^^■^^ M., rov. 9 em. II. 404. 5.' — SECVRITAS REIPVBLICE &' — FL HELENA AVG-VSTA (BMDd) SMKA ' SMKB ' SMKf ' SMKA ' M., 9 cui. III. 8; — 7-— i; ^,,;, , 3; ^„..^ i; SMKA-^'SMKB* 'SMKf* ' SMKA* ' SMKe* SMKS< •SMKr*^' •SMKA-"" 405. I^ - SPES REIPVBLICAE 3' — FLAV MAX FAVSTA AVG (BM ; Td) !.. . ; SMKB ' SMKr ' SMKA ' M., 9 cin. IV SMKA- ' SMKB-^ \ .. — 1— 7- •SMKr»-^' -SMKA*^' CYZICVS 330-333- 406. 9 ~ La Lupa coi Gemelli. ^ — VRBS ROMA (M ; ECs) SMKr^' SM'ka^' M., io cm. I. •SMKA'' 407. 9 — Vittoria. ^' - CONSTANTINOPOLI (M ; 1 ,. 1 ,. KLs; Se) ? 'SMKA? ' SMK€^' M., IO em. II, 1-2. •SMKB ' -SMKr ' 408. ^ — (come sopra) (M ; ECs ; Se) SMKA M., rov. io em. II. i83 409. I^ — GLORIA EXERCITVS con due insegne. ^' - CONSTANTINVS MAX AVG (BMLd) SMKr ' M., IO em. Ili, 3. 410. ,B' — CONSTANTINVS IVN NOB C (BCLd) I ; •SMKA ' «SMKr^' M.. IO em. Ili, 5. 410 a ÌQ' — (come sopra) (BMLd) ' 3= SMKA" SMKA I SMKS M., IO em. Ili, 6-7. 1 ,. •SMKS ' 41 1.^' — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BCLd) (0; ^ '... (I); •SMKr ' •SMKC M., IO em. Ili, 8. 412.3" — (come sopra) (BMLd) ^-i. ^i- -i-I. -Li- SMKA ' SMKB ' SMKA ' SM K€ ' 9 ^' .CMU-A'^^' SMKS ' M.. IO em. Ili, 9. I •SMKA NICOMEDIA. 413. Iji — lOVI CONSERVATORI AVGG- ^ — IMP LICINIVS AVO (MLs; G ; Se ; F) \lA,.MB..Mr^.^lA :\L€ . ^isMz^. SMNSMN'SMN 'SMN"^'SMN''SMN^'SMN ' M., 7 em. I, i. 414. i&' — (come sopra) (MLs ; G ; F) Mr ^ . \]j j . ^_Lz . SMN ' SMN ' SMN'^' M., et'. 7 em. I, I. 415. 3^ — IMP CONSTANTINVS AVG (MLs; G; Se; F) ? 'SMN 'SMN"^' SMN ' SMN 'SMN iM., 7 CHI. I. li. i84 416. T(i — PROVIDENTIAE CAESS Tuppiter. ^^ — D N VAL LICIN LICINIVS NOB C (BMLd) MA,. ìli.. iLiì,. M V,. ^;€ ^ s ^^;z SMN 'SMN^'SMN 'SMN''SMN 'SMN 'SMN^^' M., 7 em. Ili, I. 417.^ — (come sopra) (BMLs ; G; Se; F) SMN ' M., 7 eni. Ili, 2. 418. 3^ — DN FL IVL CRISPVS NOB CAES (BMLd) MAj. SMN ' SMN ' MS SMN ' M., 7 em. Ili, 3. 419. .B' — D N FL CL CONSTANTINVS NOB C (BxMLs; G; Se; F) SM N M., 7 em. III. 5. 420. ÌB' — (come sopra) (BMLd) SMN^' M., 7 cm. III. 6. NICOMEDIA 324. 421. ^ - PROVIDENTIAE AVGCr porta della fortezza. i& — CONSTANTINVS AVG (TDd) ? ^'SMNA "' SMNB ^^' SMNT ^^' SMN A ^^' SMN€ '^' SMNS^' M., 9 em. I, I. 422.^ — (come sopra) (TLd) 16;— rb^7; ;^7^^3: 4; 9; 2; SMNA 'SMNB" SMNr^ SMNA^' SMN€^' SMNS ' M., et'. 9 em. l, I 15; MNA "' MNB 1 8- NÀ^' MNA ' MN€ NA ■ ' N€ ' / ? 423 ^' — (come sopra) (TDd) (I); SMN€ M., cf. 9 em. I, I. i85 424. .& — CONSTANTINVS MAX AVG (BMDd) SMNB ' SMNr ' SMNA 'SMN€^' M, 96111.1,3. 425.^ — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs) NA ' AL, rov. 9 ein. I; dir. II, 4. 426. y» — PROVIDENTIAE CÀESS porta della fortezza. B' — FL IVL CRISPVS NOB C (BMLs) SMNB ' M., 9 tm. II, i. I IO : MNB ' 427. ^' — FL IVL CRISPVS NOB CAES (BMLs) SMNB ' M., 9 em. II, 2. 428. i& — CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLs) I 0. SMNr ' M., 9 em. II. 3. 429. ,B^ — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs) • 4; SMNA^' M., 9 em. II, 4. ^4= -^5; ^--■. MNB^ MNA^' MNS 430. ^ — PROVIDENTIAE CAES • i& — CONSTANTINVS IVN NOB C (BMLd) MNT^^^' MNS^'^' M., 9 em. Ili, 3. ±5 Nr^ 431. ^^ — (come sopra) (BMDd) I ,. I .. I 3; T^r.T^A SMNA ' SMNB ' SMNC"^' SMNS M., cf. 9 em. Ili, 3. 432. rB' — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs) SMNA"' SMN€ ' SMNS"' ìM , 9 em. Ili, 4. 7; k-kTV^; .-m.^3; I/m\^9 MNB " MNr ' MNA ^' MNS^' Wb^'^' ìL^'^' rrs<3" i86 433. gi — PROVIDENTIAE CAES (senza punto!) ^^ — FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs) SMNA 3; SMNS M., cf. 9 eiii. III. I .. 434- 9 — SALVS REIPVBLICAE ^ — FLAV MAX FAVSTA AVG (BM ; Td) SMNA I . (I); MNS ' M,, 9 eni. IV MNA ' 435. 9( — SPES REIPVBLICAE ^' — (come sopra) MN€ (I) MNf 436. R) - SECVRITAS REIPVBLICE rB^ — FL HELENA AVGVSTA (BMD) (I); I ; MN€ ' M., 9 em. V. SMNf 7; MNr MNA NA M., 9 em. VI. MNS^ NICOMEDIA 330-333. 437. 9 — GLORIA EXERCITVS con due insegne. ^' — CONSTANTINVS MAX AVG (BMDd) SMNr^' SMNA ■"' M., IO em. I, I. 438.3' — CONSTANTINVS IVN NOB C (BCLd) SMNr i; 2; SMNS M.. IO em. I. 2. 439- ^ — Vittoria. i& — CONSTANTINOPOLI (M ; ELs ; Se). SMNA ' SMNB 2; M., IO em. II. i87 440. 1$ — La Lupa coi Gemelli. f^' — VRBS ROMA (M ; ECs) -• (o) ■ • I • SMNB^'^^' SMN€ ' M., io eni. III. ANTIOCHIA 317-319. 441. 9' — lOVI CONSERVATORI AVGG 3' - IMP CONSTANTINVS AVO (MLs ; G ; Se ; F) I S SMANT^^^' M., 7 em. I, i. 442.3' — IMP LICINIVS AVO- (MLs; G ; Se ; F) I A . : B ! r I A le 4; ^^MA^,-r3; ^n^TTTT^^; ^,^^^.^1; ^.,,,.^2; SMANT SMANT" SMANT ' SMANT ' SMANT SMANT "^" SMANT'" M, 7 em. 1, 2. 443. y - lOVI CONSERVATORI CAESS 3' — D N FL IVL CRISPVS NOB CAES (MLs; G; Se; F) SMANT SMANT M., 7 eiiK li, I. 444. 3^ — D N VAL LICIN LICINIVS NOB C (MLs; G; Se; F) I A_ I r^. 1 A 3 ; 7i^)rz,^ 3 ; e>.>i.*...-r 2 ; SMANT^' SMANT" SMANT I S,. I Z^. I H SMANT^' SMANT ' SMANT^^' M., 7 em. II, 3. ANTIOCHIA 324—? 445. I^ — PROVIDENTIAE AVGG eon due torri. f& — CONSTANTINVS AVO (1 Ld) SMANTA 'SMANTB'^'SMANTr^'SMANTA'^'SMANTe ' M., 9 em. I, I. • • • • 3 ; ^^M^K.-r-r. 3 ; SMANTA"'SMANTB"'SMANTr ' SMANT6 A • € 4 ; ^--i-..^ I ; SMANTS SMANTZ"' SMANT 446. (D' (comu sopra) (TDd) f* ^' SMANTr^' SMAflTc"*' SMANTZ ' M., 9 em. I, i. i88 447. 9 — PROVIDENTIAE CAESS con due torri. ^^ - FL IVL CRISPVS NOB CAES (BMLs) SMANTZ 3; SMANT€" M., 9 em. II, I. SMANTA 448. ^^ — CONSTÀNTINVS IVN NOB C (BMLs] \ (,). SMANTr^ ^' SMANTS M., 9 eni. II, 2. SMANTB 5 ; (0; SMANTA 3; 7; SMANTS"' SMANTH"' SMANTI 449.^ ~ FL IVL CONSTANTIVS NOB C (BMLs) SMANTH ' 450. V^ — SALVS REIPVBLICAE i& — FLAV MAX FAVSTA AVG (BM ; Td) SMANTI ' M., 9 eni. II, 3. SMANTI i; SMANT6 ^^' M., cf. 9 ei7i. III, I. 451. ^ - SPES REIPVBLICAE ,^ — (come sopra) 452. l^ - SECVRITAS REIPVBLICE ,^ - FL HELENA AVGVSTA (BMDd) I SMANT€^'^' M., cf. 9 em. IV, i. SMANTS M., 9 em. V. •SMANTB i; I A€ SMANT SMANTI ANTIOCHIA 330-333. 453- ^ - GLORIA EXERCITVS con due insegne. ,^ - CONSTÀNTINVS MAX AVG (BMDd) i; SMANA SMANB SMANA ' M.ioem. I, I i89 454. ^' - CONSTANTIINVS IVN NOB C (BCLd) SMANS ^ ' 455. Ri — Vittoria. fy - CONSTANTINOPOLIS (M ; ELs ; Se) SMANI^' M., IO em. III. ALEXANDRIA 313-314. 456. li - lOVI CONSERVATORI AVGG- ^' - IMP C VAL LICIN LICINIVS P F AVG (TLd) ALE M, 5 em. II, i. ALEXANDRIA 317-319. 457. y> — (come sopra) ,B^ - IMP LICINIVS AVG (MLs ; G ; Se ; F) ^^_^A^. ^J B^. SMAL ' SMAL ' M., 7 em. I, i. 458. ^^ - IMP CONSTANTINVS AVG- (MLs; G; Se; F) SMAL ' M., 7 em. I, 2. 459. I^ - lOVI CONSERVATORI CAESS r^ - D N VAL LICIN LICINIVS NOB C (MLs ; G ; Se ; F) v^ I B ^. SMAL ' M., 7 em. IL i. 460. ^' - D N FL IVL CRISPVS NOB CAES (MLs; G; Se; F) v-M_A_j. SMAL ' M., 7 em. II, 2. ALEXANDRIA 324. 461. li; - PROVIDENTIAE AVGG- rD' - CONSTANTINVS AVG (TLd) 3; SMALA '^ SMALB " M., 9 em. I, i. 462. i> - PROVIDENTIAE CAESS fiy - FL IVL CRISPVS NOB CAES (BMLs) SMALA ' SMALB ' M., 9 em. II, i. 463. 3" - CONSTÀNTINVS IVN NOB C iBMLs) SMALB ' M., 9 em. II, 2, 9 1 1,. SMAL ' 464. 9 - SALVS REIPVBLICÀE FLAV MAX FAVSTA AVGVSTA (BM ' 2- ; a destra) ■ SMALB ' M., 9 eni. Ili, I. 465. 9 - SPES REIPVBLICÀE ^ - (come so[)ra) SMALB ^' M., 9 em. IV. 466. R) — SECVRITAS REIPVBLICE FL HELENA AVGVSTA (BiMDd) :a^' SMAL M, 9 em. V, FALSIFICAZIONI SINCRONE BARBARICHE. 1 TIPI CONTRAFATTI: 467. I^ — D N CONSTAIMTINI MAX AVG ; VOT XX 5 pezzi. 468. ^ — CAESARVM NOSTRORVM ; VOT V (X) 5 pezzi. 469. 9 — PROVIDENTIAE AVGG (CAESS) 4 pezzi. piij I pezzo fuso. 470. 9 — VICTORIAE LAETAE PRINC PERP; VOT PR 3 pezzi. 471. ^ — VIRTVS EXERCIT; VOT XX i pezzo. 472. ^ — BEATA TRANQVILLITAS ; VOT XX 2 pezzi. Pezzo ibrido sopr ab attuto. a l^ — Non è visibile. ,^ - LICIN (ECs) ^^^' ] b 1^ ~ CAESARVM NOSTRORVM ; VOT X :& - CONSTÀNTINVS AVG (TLd) ^- Budapest, Dicembre 1920. Andrea Alfoldl LA MONETAZIONE NELL'ITALIA BARBARICA {CoHiinuazione: vedi voi. Ili, 3» e 4° trimestre 1920). Parte II. — La legislazione monetaria II. I TIPI E LE EMISSIONI MONETARIE DEI LANGOBARDI E DI CARLO MAGNO. La questione che ora debbo trattare, il variare cioè dei tipi e delle emissioni monetane, è fra le pila oscure ed in- tricate, anche perchè presuppone in un certo qual modo la conoscenza di tutta la politica monetaria del tempo, cono- scenza che trova le sue basi d'altra parte in questa prima analisi e differenziazione delle emissioni. Questo studio non può essere quindi se non sommario e provvisorio, prima raccolta di materiali preparati per una successiva elaborazione. Quando i Langobardi invasero l' Italia si trovarono da- vanti al circolante bizantino: impadronitisi delle zecche, vi coniarono delle rozze imitazioni dell'aureo imperiale, pren- dendo a modello i tipi di Maurizio Tiberio e dei suoi suc- cessori. Parlare di emissioni in questo primo stadio è certo fuori di luogo: si coniava a casaccio, per opera di rozzi ed inesperti artefici, sì che ogni esemplare dei prodotti usciti dalle barbare officine si differenzia sempre, almeno per qual- che dettaglio, da tutti gli altri; tal che non è possibile stabi- lire una qualsivoglia classifica scientifica. Solo in epoca re- lativamente avanzata cominciano a comparire delle lettere nel campo, davanti al busto del sovrano: procedimento che meglio ricorda la contemporanea monetazione di Eraclio che non l'antica segnatura delle zecche imperiali romane. 192 La monetazione ufficiale dei Langobardi comincia con Rothari (636-652). Una moneta aurea di largo modulo, già nella collezione dell' Erba (D, reca: ^^ — DM ROTE PPV busto a destra. 9^ — Vie ROTAVTORII vittoria; esergo lONOI. Se la moneta è autentica ed è stata ben letta, essa segna rntrapasso fra la coniazione di pura imitazione bizantina e quella propria del regno, introducente il nome del sovrano langobardo al posto di quello dell'imperatore d'Oriente. In- fatti è evidente il confronto con le monete contemporanee di Foca coniate a Ravenna, che hanno : ^ — DN FOCAS PER AVG- busto. I^ — VICTORIA AVGG- vittoria ; esergo CONOB. E notevole il fatto che il langobardo prenda quale pro- totipo della sua monetazione l'aureo di Foca (602-610) e non quello del contemporaneo Eraclio (610-61 1) o quello di Co- stanzo Il (641-663), i quali portano non l' immagine della vit- toria, ma la croce su tre scalini. Un nuovo passo verso l'indipendenza del conio (e questa volta definitivo) fa in seguito Rothari con la coniazione di un aureo che porta (2) : ^' — DM AOTMAIV IVTOR III vittoria di faccia con croce a lunga asta ; esergo lONOI. I<) — MARINVS MON retrogradata, attorno al monogramma di Marinus. 11 diritto evidentemente presenta una barbarica grafia per DN ROTHARI VICTORIA ; deriva dunque dalle monete bi- zantine sostituendo la figura della vittoria, che su queste sta al rovescio, al busto del sovrano che non appare sull'aureo langobardo. Il rovescio poi è significativo: l'apparire del (i) Collection de AI. le chevalicr dell' Erba. Parigi, 1900, 11. 558; non vidi la moneta. (2) Cai. Morbio. Milano, 1857; Brambilla, Tremissi di Rotati, iSS'j, ecc. CNI, IV, pag. 455, n. i. Esemplare al Museo di Brescia. 193 nome del monetario attorno al suo monogramma mostra, ricordando le forme della monetazione merovingica, che il diritto regio della moneta non era ancora stato sancito : il nostro aureo può forse ritenersi coniato avanti la promul- gazione dell'editto. Oppure che il monetario fosse funzionario regio e il suo nome garantisse la bontà della moneta. Ai regni successivi di Rodwald (652), Aripèrt I (653-661), Perctarit e Godepert (661-662), Grimwald (662671) si attri- buiscono generalmente le imitazioni degli aurei di Costanzo II (641-668). Vi sarebbe dunque un passo indietro nel processo evolutivo della regalità monetaria. Però sotto Aripert ab- biamo due monete che portano il nome regio ; quella già studiata del duca IfFo e una, già nella raccolta Gnecchi (i), •che reca : /B" — DM ARIP€RT RGX busto del re a destra ; sul palu- damento M. 9( — VIVITklORVI VMTORIAAI vittoria di faccia col globo crucifero ; esergo COMOR ; nel campo +. La lettera M che appare al diritto non è una marca di emissione, ma un segno di zecca, cioè o il nome Mediolanum o r iniziale del monetario come meglio vedremo in seguito. A Grimwald si attribuisce (2) una moneta d'oro di un tipo che esce assolutamente da quelli usati nella serie lan- gobarda : esso porta sia da un lato quanto dall'altro un mo- nogramma formato con gli elementi del nome 9R"^0ALDVS REX. Qui manca assolutamente ogni segno di zecca o marca d'emissione. Al suo successore Perctarit (secondo regno 672-688) si attribuiscono delle monetine d'argento che hanno al diritto le lettere PE in legatura seguite da RX pure in legatura, e col rovescio o recante un busto, oppure vuoto. Il tipo è noto in infinite varianti, ma l'attribuzione è per me incertissima. Sino al ritrovamento in un ripostiglio sicuro non le credo (i) Catalogo Gnecchi, n. 3956. (2) Ipotesi emessa da Boyne, Annuaire Soc. frane, de Numism., X, 1886, pag. 461. La lettura RECIMPER///S emessa da Sambon, Rev. Numismatiquey 1898, pag. 303 è inainissibile. 194 langobarde. È con Cunincpert (688-700) che finalmente en- triamo in un campo più sicuro: di questo re si conoscono molte monete che possono essere divise in due tipi : a) quello con la vittoria al rovescio, di derivazione bizantina ; b) quello con l'arcangelo al rovescio, tipo che diverrà canonico nella serie langobarda. Il primo tipo così può essere descritto : ^ — + DN CVNINCPERT oppure + DN CVNINCPERT REX attorno a un busto a destra ; sul busto RX o le stesse lettere in legatura ft ; nel campo davanti al viso la lettera M oppure T. 9 — + DN CVNINCPERT REX seguito da f o FI o da I o II, il tutto attorno alla figura della vittoria. Le lettere che appaiono alla fine della leggenda del ro- vescio potrebbero essere dei segni di officina e, prendendo la r nel suo valore numerale, dare l = i; Il = 2; r = 3; n = 3 n I = 4. È questa un' ipotesi soltanto, basata come si vede su un indice assai poco sicuro, ma che può trarre appoggio dal confronto con la monetazione bizantina. Il secondo tipo delle monete di Cunincpert presenta in confronto col precedente la variazione del rovescio ove alla vittoria bizantina è sostituita la rappresentazione del santo protettore dei langobardi, l'arcangelo Miciiele. ^^ — DN CVNINCPER oppure CVNINCPEft attorno al busto a destra. 1? — SCS MIHAHIL attorno alla figura dell'arcangelo. Molte volte sia nel campo avanti al volto del Sovrano quanto sul suo paludamento sono delle lettere. Lo stesso tipo si riproduce sotto Liutpert (700), sotto Aripert II (701- 712) e sotto Liutprand (712-744). Non si conoscono monete per i regni di Raginpert, Ansprand e Hildeprand. Tutte le lettere isolate o i gruppi di lettere che appaiono su queste monete, al di fuori delle leggende, non possono essere dei segni di emissione: esse sono troppo numerose, compren- dendo non solo tutti i segni dell'alfabeto ma anche dei nessi 195 che non si possono ricondurre a numerali (Rr, PL, L '•* , ecc.)» Debbono quindi indicare qualcosa d'altro, delle zecche o dei monetari. Con Ratchis (744-749) siamo davanti ad una nuova tra- sformazione del tipo. Una prima moneta di questo sovrano ('> può essere così descritta : -B^ — DM RATCHIS {M e R in legatura) attorno al busto del sovrano di faccia ; nel campo a s. A e a d. Tt sul manto a s. A^T e a d. HI, sul petto Br. ^ — SCS IIIIIL (alterazione di SCS MIHAIL) attorno alla figura dell'arcangelo ; in basso a d. nel campo una stella a cinque punte. A questo tipo ne succede un altro, rivelatoci dal ripo- stiglio di Mezzomerico. La moneta reca : B" — + DN RATCHIS PRIN attorno al monogramma (^9r sotto la seconda lettera del quale sta +D. 9 — SCS llllll ^v attorno alla figura dell'arcangelo (fig. 6). Fij La moneta apre un problema assai importante : perchè Ratchis vi si intitola principe e non re? Si sa che Ratchis, duca del Friuli, fu acclamato re dei Langobardi alla morte di Hildeprand nel 744, ma già nel 749 doveva abdicare in favore del fratello Ahistulf, ben viso al partito nazionale. Dal chiostro dove si era ritirato, tentò ritornare al potere ai tempi di Desiderius e dal dicembre 756 al marzo 757 tiene (i) Ruggero, in là'v. It. di Ntnii., 1908, pag. 137. 196 la Tuscia e il palatium di Pavia. E a questo secondo periodo che attribuisco la moneta in quanto essa riproduce un tipo diffuso sotto Ahistulf e Desiderius: se fosse stata coniala nel primo periodo di Ratchis questi vi si sarebbe intitolato francamente Rex. Ora l'unica carta a noi giunta del secondo periodo, la pisana del febbraio 757 (i) reca la sola dicitura " Guvernante domno Ratchis „ : probabilmente egVi non era stato riconosciuto per re dopo la fuga dal chiostro e il titolo non osò mettere sulla moneta accontentandosi di uno ben minore. È questa la sola spiegazione che so dare e sulla quale ad ogni modo credo sarà bene richiamare l'attenzione degli storici, sperando ne trovino una migliore. Il titolo di " principe „ dato ad un duca langobardo ap- pare nella Vtfa Cor bimani episc. Baiuwariortim ove al § 16 è ricordato come nel castrum di Trento governasse " Hu- " singus Longobardorum rege ibi constitutus princeps „, mentre al § 22 lo dice " comis tribunus „, probabilmente da leggersi " comes Tridenti „. La vita contratta che pur sempre chiama Husingus col titolo di comes una volta pure lo dice princeps (§ xvi). Siamo davanti ad un testo della seconda metà del secolo Vili (l'autore, il vescovo Arbeone, morì nel 783) sul quale però bisogna osservare che Tautore chiama princeps, princeps totius gentis, princeps summus anche il re Langobardo, come lo stesso titolo usa per il duca di Ba- viera o per il maggiordomo di Francia. È vero che m una carta della fine del periodo langobardo il dux di Cremona è chiamato princeps : ma essa appartiene al più che sospetto gruppo delle dragoniane. Solo nel IX secolo il titolo è usato per il duca del Friuli da Andrea Bergomate (ma prima ri- corre di regola nella Lex romana raetica curiensis che tanti stretti rapporti ha col Friuli) e per il duca Boso da papa Giovanni Vili nel suo epistolario. Ma qui siamo troppo lon- tani dall'epoca che ci interessa. Gli stessi duchi di Benevento pur così potenti e prati- camente indipendenti, non si fregiarono del titolo di principe se non dopo lo sfasciamento del regno langobardo : il che (i) Trova, Cod. Dipi., n, 707. 197 affermano parecchi testi, dicendo che solo Arichi II osò pren- dere quel titolo (i). La nostra moneta non può quindi esser spiegata se non in due modi : o la batte Ratchis quando era duca del Friuli prima dell'elevazione al regno e allora rappresenta l'unico esempio del titolo di principe dato a un duca ; oppure la battè durante il suo secondo breve ritorno al potere e allora resta sempre a spiegarsi perchè usò il titolo di principe e non quello di re. Malgrado il problema che si deve ancora risolvere credo la seconda ipotesi preferibile alla prima. Ritorniamo dunque un passo indietro ad Ahistulf (749- 756). Con lui si inaugura il tipo che vediamo poi adottato da Ratchis, cioè : ^ — + DN AISTVLF REX intorno al monogramma 9* ^ 9Br in legatura. Alcune volte sotto il monogramma vi è + o una stella, oppure M oppure T oppure ÀV. Una volta il monogramma sembra formato da 9Br alla quale seconda lettera è collegata una C 9 — SCS IlillL (o varianti grafiche dell'iscrizione) attorno alla figura dell'arcangelo; nel campo sotto l'ala,. o un punto o una stella o •*• o una croce, oppure anche la lettera M. Un secondo tipo di Ahistulf è quello che i documenti chiamano " stellato „ : ^ — DN AISTVLF RCX attorno a croce potenziata. 1$ — + FLAVIA LVCA oppure + FLAVIA PIhA C attorno alla stella. Ma il re langobardo conia un'altra serie di monete tutto affatto indipendente dalle precedenti e derivata dai prototipi bizantini (fig. 7) forse a Ravenna : -f^' — DN AISTVLF Rr (o con varianti grafiche) attorno al busto del sovrano, di faccia, che alza con la de- stra il globo crucifero. (i) Cfr. la Chronica Sancii Benedicti Casincnsi e la Croii aca di S. Sofia di Benevento, oltre che le sue monete che portano appunto nel secondo periodo (dopo il 774) il titolo di principe. 198 ^ — i.^ variante. VICTORIA SA attorno ad una croce po- tenziata con A legata nell'asta verticale; nel campo 2. 2.* variante. VICTORIA SA^ attorno a croce poten- ziata, nel campo H e all'esergo CONOB. Desiderius (757-774) continua i due primi tipi di Ahistulf. Ha cioè una moneta rivelataci dal ripostiglio di Mezzome- rico con : ^ .— + D • N DEC/5IDERIVS RX attorno al monogramma 9R' sotto al quale è una croce. 1^ — SCS UHI ^^ attorno alle figure dell'arcangelo. Ha poi la seconda serie delle monete coi nomi delle zecche, gli stellati, abbondanti sia per nome di zecche quanto per varianti, differenziando i tipi con variazioni grafiche o con r inserzione di segni, cioè punti, gruppi di punti, stelle, segni lunati. È il tipo che si ripeterà sulla monetazione di Carlo Magno. * * Esposta così per sommi capi la tipologia delle monete regie langobarde, cerchiamo le ragioni fondamentali delle loro variazioni. Se con Rothari comincia una monetazione regia (e la prova l'abbiamo non nella sua sola moneta ma ancora nel testo dell'editto), fino a Cunincpert regna una incertezza nella 199 •monetazione: fino a lui ed ancora ai primi tempi del suo regno è il tipo bizantino della vittoria che si ripete. Ad un certo punto si sostituisce il tipo dell'arcangelo: metto ciò in rapporto con la sollevazione di Alahis, duca di Trento, e con la repressione del moto. E noto come la sollevazione coinvolgesse non solo i Langobardi del ducato trentino, ma ancora quelli di Brescia, di Vicenza, di Treviso ed in un certo qual modo anche quelli di Cividale che furono al campo di Coronate pur senza combattere contro il re. Un moto così vasto deve aver avuto delle ripercussioni anche dopo la sua fine e generata la necessità di una revisione in tutto Tordinamento del regno, aver cioè anche avuto il suo aspetto monetario come ebbe quello commerciale, se può essere ri- tenuta fondata l'ipotesi del Troya che attribuisce ai tempi di Cunincpert l'ordmamento per il commercio di Comacchio, confermato in seguito da Liutprando CO. E probabile anche una trasformazione nell'organizzazione delle zecche, come vedremo in seguito. Le monete del secondo tipo di Cunincpert, quelle di Ari- pert (II) e di Liutprand, portano molte lettere sia nel campo quanto fra gli ornamenti del paludamento: ma esse, ad una analisi, si palesano distintivi di zecca e non di emissione, giacché manca una serie progressiva di numerali o anche solo gli elementi che la lascino intravvedere. Altrettanto può dirsi per la monetazione di Ratchis, mentre invece il primo tipo di Ahistulf coi suoi segni -, .*.,+,* mostra embrio- nalmente qualcosa di ciò che, per una più tarda monetazione, i francesi chiamano " un dififérent „. Questi ancora si pale- sano nel secondo tipo di Ahistulf: prendiamo gli stellati di Lucca e vi vedremo oltre un variare della grafia, un variare del numero dei punti o segni e della loro posizione. Ripro- duco per esemplificazione le diciture del diritto : DN AISTVLF R€X DN Al • STVLF R6X + D • N Al • STVLX R€ + D • N AISTVLXP R€ A • N • AITTVLFV + VN AISTVLXF R€ (i) Trova, Della condizione de' Romani, pag. Ii8. 200 Quando avvenne il passaggio dal I al II tipo non sap- piamo dirlo : forse può essere messo in rapporto con la di- sfatta del 754 e, visto che il tipo è limitato alle sole zecche della Tuscia, ad un movimento autonomistico di questo ducato. Il III tipo, prettamente bizantino, può quasi certamente esser messo in rapporto con la conquista di Ravenna, e ri- tenersi che la serie sia stata coniata dai monetari di quella città. Nella monetazione degli stellati di Desiderio oltreché ripetersi le medesime varietà di punti o altri segni diversa- mente distribuiti nelle leggende del diritto, abbiamo ancora dei gruppi di lettere che seguono il nome della zecca al» rovescio : FLA/^IA TICINO C FLAVIA TICINO € oppure FL- An • A S • €BRIO I FL-A- S6PRIOU5 FLAVIA S6BRI0 S FLUA/IA S€BRIO T FL- AVIA S6BRIO 9 FL-A S6BRI0 PA/ FL • A • DAC6NTI AG FLV>0/INC€NCIA F9 FLA/IA TARCISIO C FL- AVIA TAR/ISIO CI FL- AVIA RITA CI FLvA PL-VMBIA H, un tratto orizzontale THI in legatura. FL-A PLVMBIA TE FL-A FL- VMBIA TI oppure TI legati da< in modo da formare Se si può ritenere sicura la spiegazione già data del nesso A6 (Augusta) per le monete di Piacenza, e proba- bile quella di C o CI (civitas) per Ticinum, Treviso e Pisa, oscuro ci rimane il significato delle lettere che seguono il nome delle altre città. Pensare a numerali di officina o di serie è assurdo: il problema dovremo riprenderlo trattando in seguito l'ordinamento delle zecche. 20I Osservo che nelle monete di FLAVIA NOVATE il nome non è invece seguito da nessuna lettera e lo stesso avviene per quelle di FLA(via) MEDIOLANO. Osservo ancora che le varianti d'emissioni nella serie di Desiderius sono marcate con punti o segni speciali nelle leggende; gli aurei di Milano hanno ad esempio: + FL • A'^MCDIOLANO (AM AN in nesso) + FL • AM : DIOL • ANO + FL'^AM : DIOL • AN3 + FL • AMDIOL • ANO + FL • AM : DIOL : ANO • + F • L • AM : DIOI • AN : O Ma SI appalesa anche un altro procedimento : il nome del sovrano è scritto al diritto attorno ad una croce poten- ziata : generalmente gli angoli fra le braccia della croce sono vuoti, ma alcune volte (come si osserva nelle monete di Pavia, Sebrio e Treviso del ripostiglio di Ilanz, n. 9, 11, 17, 18, 26, e in una di Milano del ripostiglio di Mezzomerico), vi sono dei tratti diversamente disposti, o dei punti sopra le braccia della croce (fig. 8). E un procedimento che qui appare allo stato embrionale ma che avrà non poca diffu- sione nel medio evo. Fig. 8. Nella monetazione aurea di Carlo Magno in Italia ve- diamo ripetersi gli stessi procedimenti che qui sopra abbiamo elencato: nulla quindi è il caso di dire. Una sola osserva- zione dobbiamo fare: le monete d'oro coniate in Pavia re- cano la dicitura abituale FLAVIA TICINO, mentre tutte le mo- nete d'argento che il re e iniperetore [)oi conierà nella stessa zecca portano il nome PARIA. Osserviamo che il termine Papia già sostituisce nella datazione e nel testo quello di Ticino anche nei primi di- plomi che Carlo rilascia dopo la conquista: ricordo quello del 19 febbraio 774 e i successivi del 5 giugno e 16 luglio 202 dello stesso anno, nonché quello dell'S giugno 781 (i). Così una lettera di Cathaulfus del 775 chiama la città Papia (2) e lo stesso nome sta suirepitaffio di Adelaide figlia di Carlo Magno morta nel 774 e scritto certamente poco dopo il de- cesso. Anche i testi del Codice Carolino mostrano chiara- mente il trapasso: l'epistola XX (forse del 760) e la XXVI (aa. 764-766) hanno ancora Ticinum, mentre la XLIX e la LV, rispettivamente del 774 e 775, hanno Papia. Non mi baso sui testi, prima perchè non sono documenti ufficiali, poi perchè sugli scrittori l'influsso classico ha fatto conti- nuare l'uso di Ticinum al posto del nome, che possiamo ri- tenere divenuto ufficiale della città con la conquista, di Papia. Ora abbiamo osservato come le monete d'oro continuassero a portare Ticino, come d'altra parte tale nome si riscontra nelle carte private relativamente lontane dal cauìbiamenlo del nome ufficiale: ricordo ad esempio il documento del 792(3). L'osservazione mi sembra abbia una certa importanza per questo fatto: non troveremo fra tutte le monete d'ar- gento dei primi tempi del dominio di Carlo in Italia (almeno fino all'anno 787 come poi dirò) alcuna che possa attribuirsi sicuramente alla zecca di Papia : quindi se è accettata l'af- fermazione del cambiamento di nome ufficiale, dovremo at- tribuire ad altra città che non sia Ticinum le monete che portano la semplice lettera T e dovendo scegliere la lettura fra i pochi nomi di zecca che sappiamo funzionanti in quegli anni, accetteremo l'interpretazione di Treviso. Ma della monetazione argentea di Carlo Magno in Italia ora dovremo parlare distesamente. * * La coniazione dell'argento di Carlo Magno in Italia presenta dei problemi non ancora risoluti e di una certa (1) M. G. IL, Dipi. Karoliìi., un. 79, 80, 81, 133. (2) M. G. H., Epist. Karol., II, ep. 7, pag. 502. (3) Porro, Cod. Dipi. Lang., n. 66. Il nome di Papia appare perla prima volta all'inizio del VI secolo nel Cosmografo ravennate: qui in- tendo solo stabilire quando divenne definitivamente ufficiale. 203 importanza. Due tipi fondamentali dei suoi denari si hanno da noi, come in Francia, lasciando da parte alcuni tipi par- ticolari di cui dovrò dire in seguito. Il primo di cui debbo occuparmi offre da un lato la leggenda CAROLVS scritta su due linee ed ha dei rovesci diversi. Il più semplice di questi rovesci reca la leggenda ftp cht^ non può essere letta se non rex francorum ; molte volte è sola, altre con lettere e monogrammi che sono : P-R i) la dicitura A che ci indica chi?.ramente la zecca M di Parma ; 2) la lettera E avanti (i) ; 3) la lettera V nel mezzo ; 4) la lettera T dopo la F; 5) le lettere ME in nesso fra loro e con la R (2); 6) le lettere C e E poste una avanti e l'altra in se- guito della ft ; 7) le lettere RR in legatura, che seguono la F(3); 8) le lettere ME in legatura, fra loro e con la ft (4) ; la moneta ha una grandezza ed uno stile di- verso di quella a sigle analoghe al n. 5. 9) le lettere MED in legatura fra loro e con la Rr LS) ; io) le lettere LR in legatura fra loro e avanti alla Rr (6). Cerchiamo la spiegazione di queste lettere. Il tipo fon- damentale ci ha dato la lettura " Rex francorum „ ; credo (i) Ixevue Num. frane. ^ 1856, tav. V, io e 1868, tav. XIV, 14. (2) In un denaro di questo tipo della collezione Gonaux, disegnato nella Revue Numismaiiqiie^ 1856, tav. V, io e 1868, tav. XIV, 14, si po- trebbe leggere solo E : ma ritengo tale denaro eguale al n. 103 del ri- postiglio di llanz, che mi serve di base per la descrizione. Cfr. anche Ilanz, n. 102. (3) Sarzana, Cai. Remedi, n. 2998; /\ev. Ntifìi., 1915, n. 895 a. Dia- metro maggiore dei tipi precedenti. (4) Ilanz, nn. 96-101, 104-105; Sarzana, Cut. Remedi, nn. 3000-3005; Prou, Monn. Car., n. 895, tutte di diametro maggiore dei tipi 1-5. (5) Ilanz, nn. 92-93; Sarzana, (ai. Reineiii, n. 2999. Sempre di dia- metro grande. (6) Ilanz, un. 94-95. Sempre di diametro grande. 204 che il n. io vada letto " Rex francorum (et) langobardorum „. e il n. 7 '^ Rex francorum (et) romanorum „. Il n. I va evidentemente letto Parma; i nn. 2, 3, 4, penso indichino le zecche di Eporegia, Vincencia e Tarvisio per la loro esistenza già in epoca langobarda; i nn. 5, 8 e 9 mi indicherebbero la lettura Mediolanum. Il n. 6 mi lascia molto dubbio: le lettere CE furono lette Cenomani e si pensò alla zecca di Brescia, il che è assurdo visto che il nome del popolo primitivo non aveva più alcun valore legale nel secolo Vili. Meglio pensare al nome di qualche città ducale langobarda, perchè evidente- mente le zecche di Carlo furono in un primo tempo le stesse che esistevano nel regno langobardo: probabilmente Ceneda. Ad un secondo periodo appartengono dei denari sui quali, al rovescio, appare il nome della zecca, scritta in modi diversi. Il primo che voglio ricordare è quello trovato a Grono in Val Mesocco (i) che reca il nome della zecca di Seprio, già zecca langobarda, scritto in monogramma cruciforme, forma piuttosto rara, ma già nota sia alla monetazione visi- gota quanto alla merovingica (fig. 9). Fig. 9. Ma più importanti sono i tipi di cui dobbiamo parlare. Alcuni denari di Carlo Magno coniati a Lucca presen- tano uno stile così diverso da tutte le altre monete italiane (i) Non Grosso come scrive Hahn in Revue Nuinism. Suisse^ 1912, pag. 89. Il denaro è al Landes Musenni di Zurigo e non è ricordato nel CNl. 205 contemporanee, da insospettire ^li studiosi. Così il Kunz(i) pubblicando uno di questi pezzi lasciava ben intendere che egli vi sospettava la falsificazione. La moneta sta nella rac- colta di Brescia: al diritto essa porta la leggenda CARO LVS in due linee, separate da un arabesco formato da una serie di punti terminati ad ogni estremità da una decorazione che fa sembrare il tutto T immagine di una doppia ancora. In alto è una piccola croce fiancheggiata da quattro punti e sotto è il segno ~D che, come vedremo ha una notevole im- portanza. Al rovescio è un quadrato a linee curve terminate ad ogni angolo da una specie di giglio di Firenze: corri- spondono ai quattro lati le quattro lettere del nome della zecca LVCA. Tanto al diritto quanto al rovescio molti punti sono sparsi per tutto il campo della moneta (fig. io). Fio. IO. Il prototipo di tale moneta bisogna cercarlo fuori d'Italia, •non nella moneta carolingica d'oltre alpe come ci si atten- derebbe che essa non conosce un tipo analogo, bensì nella monetazione anglo-sassone e piìi specialmente in quella di 'Offa re di Mercia, contemporaneo a Carlo Magno. La mo- neta del Gabinetto di Brescia è assolutamente identica a tre denari che per il re di Mercia ha coniato il monetario Alhmund (2). Non si può pensare aU'emJgrazione del mone- tario anglo-sassone in Italia, prima perchè conosciamo il (i) KuNZ C, Opere Niimismaticlie. Milano, 1906, pag. 136 e tav. XII, 1. (2) Cfr. R. C. LocKETT, The Coinage of Offa^ in The Numismatic Chronicle, 1920, tav. Vili, 4, 5, 6. Il primo e l'ultimo esemplare sono conservati al British Museum, il secondo sta nella collezione deirautore. Presentano qualche leggera dififerenza di conio. Essi sarebbero stati -coniati vivente l'arcivescovo laenberht, cioè innanzi l'anno 790-91. 2o6 nome dei vari monetari lucchesi dell'epoca di Carlo Magno (Perisindo nel 767, Grasolfo nel 768, Alperto nel 773, Agi- frido nel 780, Teudipert nel 782, Succulo nel 796, Raprando nel 798, Asperto nel 813), e il nome del nostro non si trova, poi perchè un dettaglio della moneta lucchese dà la prova vidente della copia. Trascrivo qui a fianco le leggene del diritto lucchese e del rovescio anglo-sassone : + + CARO TCLH LVS MUN 11 segno che si vede sotto il nome Carolus non è pro- prio spiegabile se non pensando che l'incisore italiano avente innanzi a se l'esemplare anglo-sassone non ha compreso il (1 corsivo e rovesciato che termina il nome Alhmund e l'ha copiato come un ornamento. Così al diritto le tre monete anglo-sassoni portano le leggende O F ft M, oppure O F Rr CO, oppure O F A Rr ; cioè quattro lettere, alle quali è stato facile sostituire le quattro di LVCA. Il motivo decorativo che sta al rovescio del denaro luc- chese si riscontra anche su altre monete anglo-sassoni, oltre le tre citate: così su una quarta dello stesso monetario Alhmund ma che ha un rovescio diverso, su una del monetario Babba, su due di Eadhun, su una di Ealmund, su otto di Ibba, su una di Oethelred, su una di Wihtred, su quattro di Winoth e su altre monete (i), con la variante di sostituire qualche volta la croce allo pseudo giglio di Firenze. Il motivo deriva dal quadrato a linee curve che si trova su alcune monete di Offa (2), e che non è se non l'alterazione stilistica della croce celtica assai frequente (3). (i) LocKETT, Op. cit., tavv. Vili. 7; VI, 3; VII, 11, 12; Vili, 3; X. 5-12; XI, 4 (cfr. mia figura 2 d.) ; XII, 3; XII, 7-10; VII, io e XII, 2. (2) LocKETT, Op. cir., tav. VIII, 2; Vili, 11. (3) LocKETT, Op. cit., tavv. V, 4; VI, i; VII, 5; Vili, 12, 13; IX. 8: X, i|; XI, 9-11, 16. Tale croce si trova anche su molte sceatta. 207 La stessa origine ha il motivo decorativo che sta al diritto del denaro lucchese, che ho definito una doppia an- cora; esso si trova non solo sui denari di Offa del mone- tario Alhmund (i) che già ci ha dato il prototipo della de- corazione del rovescio, ma anche su quello del monetario Dud, che lo presenta tanto al diritto quanto al rovescio (2) e su molte altre (3) (fig. 11). V\ Moneta Augusti (Cohen n 556). I ■ L „ Temporum F elici tas (C, n. 8.3). I ■ * rovesci consunti 18 4- FAVSTINA. 9 limoni Reginae (C, n. 2: rovesci incerti .... (6) 1 2 5- MARCO AVRELIO. rovesci incerti . . 6 6. FAVSTINA IVNIORE. I^ limo (C, I2i) . rovesci incerti ■ • ■ 2 6 7- COMMODO. 5 8. CARACALLA. . I 9- GIVLIA MAESA. r IO. ALESSANDRO SEVERO. \jt Aequitas Aug. (Cohen, n. 20) I ,; Annona Aug. ( ■» 36) 3 „ lovi Conservatori ( » 74) I „ Mars Ulior ( }) 763) 6 „ P.M Tr. Fot. VI ( » 326) I VII ( >f 342) I viin tt 390) I idem ( f) 393) I XI ( )) 429) 3 XII ( » 412) 2 XIII { » 454) 2 „ „ data incerta • 5 „ Frovidentia Aug. ( ff 493) • 3 idem ( V 504) • 3 „ idem ( V 513) 2 „ Spes Fublica ( n 547) 5 „ Securitas Ferpeiua ( )) 538) I rovesci incerti • • . . 22 a riportare 112 221 riporto 112 11. GIVLIA MAMMEA. ^ Fecunditas Aug, (Cohen, n. 8) „ Felicitas Pnhlica ( „ 7) „ Venus Felix ( „ 69) ,; Venus Vidrix ( „ 78) „ Veneri Felici ( „ 66) . Vesta ( „ 83) rovesci incerti .... 12. MASSIMI NO. f$ Fides Militum (Cohen, n. io) „ Pax Aug. ( „ 34) „ Providentia Aug. ( „ 76) ,; Salus Aug. ( „ 88) >, idem ( „ 92) „ Victoria Aug. ( „ 100) „ Victoria Germ. (C, variante n. 109) rovesci incerti .... P Pietas Aug. (Cohen, n. 5) ,; Principi luvent. ( „ 12) rovesci incerti .... 9 Concordia Aug. (Cohen, n. 4) R) Pax Publica (Cohen, n. 23) 13. MASSIMO. 14. BALBINO 15. PVPIENO. 16. GORDIANO PIO. 9 Aequitas Aug. „ Aeternitati Aug. „ Concordia Aug, „ Felicitati Temporiim yy Felicit. Tempor, yy Fides Militum „ Fortuna Reduci „ Jovi Statori yy Laetitia Aug. „ Libertas Aug. yy Mars Propugnai, yy Pax Aeternae „ P. M. Tr. P. II III (Cohen, n. 26) • 3 ( ,; 44) . 14 ( . 56) 2 ( . 82) I ( V 73) • 5 ( . 88) I ( . 99) 4 ( V III) • 19 ( V 132) . IO ( ,; 153) • 5 ( . 156) • 3 ( . 169) • 3 ( V 209) I ( V 231) • 3 a riportare 251 222 riporto 251 17- (segue G-ORDIÀNO PIO). ^ P. M. Tr. P. Ili (Gordiano) ( Cohen, n. 241) . I ly ( ff 251) . 3 „ ,; IV (Gordiano) ( V 254) • 4 „ „ V ( V 262) . 6 „ „ V (Gordiano) ( » 266) . 3 VI ( }f 273) • 2 VII ( V 280) . I data incerta . 2 „ Providentia Aiig. ( V 300) . I V ìì y V 304) • I „ Salus Aug. ( V 320) . I „ idem ( n 324) I „ Securitas Perpet. f 329) 4 „ Securitas Aug, » 332) . 2 „ Victoria A eterna \ V 354) 4 „ Virtits Aug. ■f 384) 2 I ovesci incerti 6 FILIPPO PADRE. yi Adventus Augg. (Cohen, n. 6) 2 „ Aequitas Aug. i V 13) 1 1 „ Aeterniias Aug. ' M 18) • 4 ,y Annona Aug. \ f> 20) . 11 „ Felicitas Temp. \ '> 44) • 3 „ Felicit. Temp. ( ^ 45) • 7 „ Fides Exercitus \ >f 51) 2 j, Fides Militum \ ìì 59) • 4 „ Fortuna Redux \ n 67) 2 „ Laetitia Fundata \ n 73) • 3 „ Liheralitas Aug. \ » 88) • 3 „ Pax Ai' terna \ }} 105) • 4 „ idem \ V no) . 3 „ P. M. Ir. P. II \ » 121) • 3 III \ » 125) 2 mi \ >f 138) 5 V \ f) 148) I „ „ data incerta . . . 2 ì) '/ a riportare 767 ;23 (segue FILIPPO PADRE). 9 Saeadares Aug. (lupa) „ Saectilum Novum „ Salits Atig. „ Seciiritas Orbis „ Victoria Aug. rovesci incerti i8. OTACILIA. I^ Concordia Aug. „ idem „ Pietas Aug. „ Pudicitia „ Saeculares 19. FILIPPO FIGLIO. 1>: Liheralitas Aug. „ Liberalitas Aug. Ili „ Pax A eterna „ Principi luvent. „ Saeculares Aug. „ Virtus Aug. 20. TRAIANO DECIO. ^ Dacia scettro a testa d'asino „ idem (insegna) ,; Genius Illyrici „ Genius Eserc. Illyrician. „ Pannoniae. „ Pax Aug. „ Securitas Aug. „ Victoria Aug. riporto 367 Cohen, n. 172; 179) « 201) 206) 216) 232) [Cohen, n. 'Cohen, n. 5.) IO) 40) 65) 65) 15) 18) 25) 55) 73) 89) Cohen, n. 14) 28) 47) 59) 87) 93) (variante n. 103) ( ,; Ilo' rovesci consunti 21. ETRVSCILLA. H' Fecunditas Aug. (Cohen, n. 9) „ Pudicitia Aug. ( „ 122) rovesci consunti 22. ERENNIO. r^ Pietas Aug „ Principi Juvnitiitis (Cohen, n. 3) 23. OSTILIANO I^ Principi luventutis. Apollo (Cohen, n. 31) „ idem Ostiliano ( „ 35) rovesci consunti a riportare •24 riporto 511 24. TREBONIÀNO. 9' ^4pollo Saliitaris (Cohen, n. 21) . I „ Felicitas Publica ( „ 40) . I „ lunoni Martiali ( 52). 4 „ Liberalitas Aug. I „ Ltbertas Aiig. 7 „ P«a; ^w^. { „ 78). 5 ■ ^^H „ P/>/<75 Aìlgg. ( ., 86) 6 ■ ^^H „ Roma, e Aeternae ( „ 106) 2 ■ ^^H „ SecnrUas Aìig. ( „ 123) . 2 1 ^^H „ Saliis Aìig. ( „ 115) I -m ^^" „ Virttis Aiig. ( 134) • 3 rovesci cons VOLVSIANO. 9 Aeqiiitas Aitgg. unti , 6 25- (Cohen, n. 9) I „ Concordia Augg. ( „ 26) 2 „ Felicitas Publica ( 36) 4 „ lunoni Martiali ( „ 4O 5 „ Liberalitas Augg. ( „ 49) I „ Ltbertas Augg. ( „ 56) . 4 „ p. M, Tr. p. un ( 96) r „ Pax Augg. ( 74) . 8 „ Salus Augg. ( „ 120) 1 rovesci consunti . . 6 26. EMILIANO. ^ Votis Decennalibus (Cohen, n. 65) I 27. VALERIANO. 9' Concordia Exercitus (Cohen n. 40) 2 „ Victoria Augg. ( „ 2j8) 2 „ yirtus Augg. ( „ 269) 3 28. MARINIANA. ,!>' Diva Mariniana 5^ Consecratio, pavone di fronte (Coli., 7, ) I 29. GALLIENO 9 Concordia Augg. (Cohen, n. 118) I „ Securitas Augg. f 969) I „ Victoria Augg. ( . 1140) I „ Votis Decennalibus ( „ 1342) . 3 rovesci consunti . 3 I 30. SALONINA. 9 luno Regina (Cohen, n. 62) . Monete consunte ed indecifrabih • 74 . Totale 676 Cagliari. Antonio Taramelli. NOTIZIE VARIE Il ricupero delle Medaglie e Placchette rubate al Museo di Schifanoia in Ferrara. II Corriere della Sera del 15 dicembre 1921 dava la se- guente notizia : " Come fu ricuperata a Berlino una colle- zione di medaglioni italiani rubata „. Berlino, 14 dicembre, notte. (A. M.). " Una collezione italiana di medaglioni rubata a Ferrara tempo fa è stata scoperta a Berlino col concorso di un famoso ex-commissario americano di polizia, Dougherty. Dougherty, arricchitosi in America, è venuto a passare T in- verno in Europa, e si trova da qualche tempo a Berlino ove ha fatto visita ai suoi ex-colleghi della polizia tedesca. Uno di essi, il commissario criminale Trettin, invitò il milionario americano a prestargli il piccolo servigio di fingersi amatore di collezioni antiche, avendo egli ragione di ritenere che i medaglioni di Ferrara si trovassero a Berlino. Dougherty aderì e allora il commissario tedesco fece spargere m certi circoli sospetti la voce che un milionario, abitante all'albergo tale, era un appassionato collezionista e comprava senza ba- dare troppo all'origine delle cose propostegli. Nello stesso tempo fece pubblicare annunzi sui giornali. " Si presentarono poco dopo all'americano due signori a descrivergli una collezione di medaglioni di cui dispone- vano: chiedevano 750.000 marchi. L'americano si disse di- sposto a giungere sino a mezzo milione. Volle però, come è naturale, vedere la collezione. Partirono dunque insieme in 15 220 automobile. Ad una certa distanza seguiva quella della po- lizia in cui si trovavano il commissario e qualche agente. Dougherty salito all'appartamento dei due collezionisti diede ad un certo momento il segnale convenuto accendendosi una sigaretta alla tìnestra. Gli agenti penetrarono nell'abitazione, arrestarono i due ladri e sequestrarono la collezione che era intatta nei suoi 3000 pezzi e più „. Ci siamo rivolti immediatamente all' egregio senatore Pietro Niccolini, direttore del Museo, per avere notizie più precise ma lo stesso per quanto si sia rivolto ed al Sotto- segretario alle B. A. e al nostro Ambasciatore a Berlino non ha ancora ricevuto alcuna conferma del ricupero. La notizia come è data dal Corriere ci farrebbe supporre si tratti del ricupero non delle sole medaglie e placchette rubate a Schifanoia ma anche delle altre collezioni di monete forse rimaste sino ad oggi miracolosamente unite. ATTI DELLA SOCIETÀ NVMISMATICA ITALIANA (Estratto dai verbali). Assemblea ordinaria del 3 aprile 1921. Convocata dal Consiglio della Società, 1*8 marzo 1921 per le ore 15 del 3 aprile nei locali sociali col seguente ORDINE DEL GIORNO '. I. — Lettura del verbale dell'Assemblea del 25 gennaio 1920; II. — Presentazione del conto consuntivo al 31 dicembre 1920 e pre- ventivo 1921 ; III. — Nomina di tre Consiglieri in sostituzione dei signori Marco Strada e Guglielmo Grillo scaduti per anzianità e rieleggibili; Lodovico Laffranchi dimissionario ; IV. — Relazione in merito ai crediti della Società ed eventuali azioni per il loro ricupero; V. — Eventuali. Alle ore 16 il Presidente dichiara aperta TAssemblea. Sono presenti i Soci Strada con procura Ricci, Johnson con procura Corradini, Gavazzi con procura Vicenzi, Tribolati con procura Cramer, Cag7ioni, Grillo, Bosco, Del Corno e Sola Cablati. I. — L'Assemblea delibera all'unanimità di approvare il verbale del- l'ultima Assemblea del 25 gennaio 1920 omettendone la lettura essendo già stato pubblicato per intero sulla Rivista dei MI fa- scicolo 1920 ; 228 li. — Il Tesoriere presenta il conto consuntivo al 31 dicembre 1920 ed il preventivo 1921 come segue: Situazione patrimoniale della Società al 31 Dicembre 1920. Atiività : Cassa esistenza L. 7. 574.85 Mobiglie ^ 1.220. — Biblioteca 7.838 60 Raccolta Monete ^ i.ooo. — Pubblicazioni sociali „ i.ooo.— Scorta carta e clichés , 2.64780 Quote sociali arretrate , 560. — Crediti vend. pubbl. e abbon. arretrali ..." 2411.55 L. 24 252.80 Passività: Contributi anticipati Soci L. 120. — „ ^ speciale 200. — Abbonamenti alla Rivista ,, 89. — Riserva per svalutazione e quote inesigibili . „ 842.55 I- i-25io5 Patrimonio sodate netto L. 23001.25 L. 24.252.80 Rendiconto dell'esercizio 1920. Entrata: Contributi Soci annuali L. 1.270.— „ anticipati 120. — „ arretrati „ 310 — Contributo speciale del sig. StefaiiO Carlo Johnson ^ 2.450. — ^ „ anticipato ., 200 — !.. 4-350>- Abbonamenti Rivista „ 2.525. — „ anticipati 89. — , arretrati „ I-354-— L. 3968.— Vendita libri L. 25. — ^ pubblicazioni sociali ^ 1.018.30 „ monete ^ 5.840.30 Realizzo mobili 130. — L. 7.01360 Interessi su depositi L. 345.25 Sopravvenienze attive ., 5.10 Totale generale L. 15.681.95 li Uscita Rivista ed estratti . Stampati sociali Affitto ed illuminazione Sede Spese postali .... Sconti a Librai .... Spese generali .... Acquisto mobili » libri e rilegature . Spese anticipate Rivista. Regolamenti Fornitori 1919 . 229 1 . 9.112.20 330-30 267.95 421.85 211.80 872.95 220. — 838.60 „ 2.647.80 .; I-330-— L. 16.25345 Eccedenza uscita L. 571.50 L. 15.681.95 Bilancio preventivo 1921. Entrata: Contributo Soci L. 2.000.— „ arretrati _ 200. — Abbonamenti Rivista > 2.000. — „ arretrati 300. — Vendita pubblicazioni i.ooc.— „ monete „ 500. — Interessi su depositi 300. — Tota/e entra/a L. 6.300. — Uscita : Rivista ed estratti L. 5.000. — Affitto „ 300.— Spese postali „ 3oo. — „ generali „ 500.— Totale uscita L. 6.300. — Tanto il consuntivo 1920 come il preventivo 1921 vengono appro- vati all'unanimità; III. — Vengono acclamati Consiglieri i sigg. Strada e Grillo scaduti per anzianità, e Vicenzi in sostituzione del dimissionario La/- f ranchi-, IV. — Il Presidente prega Gavazzi di riferire sulle pratiche dallo stesso esperite per il ricupero dei crediti. Gat/a^f^ri riferisce lungament< Cagnoni presenta il seguente ordine del giorno : " L'Assemblea della Società Numismatica impressionata dal ritardo che subisce il ricupero dei crediti della Società rinnova il ^jitt ampio mandato al Presidente per sollecitarne la soluzione valendosi di tutti quei mezzi che crederà pili opportuni ^. L'ordine del giorno Cagnoni viene approvato airiinaniiiiità ; 230 V. — Cagnoni propone un sincero voto di plauso alla Presidenza per la sua opera costantemente indirizzata al miglioramento della Società e raccomanda ai Soci di trovare proseliti per rafforzare la compagine sociale. L'Assemblea unanime si unisce al Cagnoni nel plauso. Alle ore 17.15 la seduta è tolta. Il Presidente 11 Segretario Marco Strada G. Cornaggia. NUOVI SOCI. 15 dicembre 1920 — Negriolli Guido. „ „ ,; — Lentati Giuseppe. „ „ „ — De Vitt Francesco. ,, „ „ — Stassano Luigi. „ „ — Vita Michele. „ ,, „ — Rosasco Giuseppe fu Ag."° 8 marzo 1921 — Vicenzi dott. Carlo. „ „ „ — Santamaria P. e P. „ „ „ — Fiorani Gallotta dott. Pier Luigi. „ „ „ — Boschi avv. Antonio. „ „ „ — Pogliani gr. uff. Angelo. 29 ottobre „ — Catemario di Quadri duca Enrico. — Mucci avv. Giovanni. DONI RICEVUTI AL 30 NOVEMBRE 1921 PUBBLICAZIONI. Vittorio Giuseppe Salvaro. — La moneta veneziana in Vrrona dal 1421 al 149S' Estratto dagli Atti dell'Accad. d'Agricoltura, Scienze e Let- tere di Verona. Serie IV, voi. XXII, anno 1920, pagg. 22. Verona, 1920. — Dono dtXVautore. Istruzione antiquaria numismatica o sia Introduzione allo studio delle antiche medaglie in due libri proposta dall'Autore deW Istituzione An- tiquaria-Lapidaria. Roma, 1772, illustrato. — Dono del socio Sola Cahiati. 231 LuciEN Naville. — Fragments de Metrologie Antique, Estratto RSN. tomo XXII, pagg. 20. Genève, 1920. — Dono dé[Vautore. Carlo Arno. — Antichità Mandtirine. Catalogo descrittivo e illustrativo della mia collezione di oggetti di scavo a cui fa seguito quello delle monete antiche greche e romane. 130 pagg. con XVI tavole. Lecce, 1920. — // IV Centenario della morte di Raffaello Sanzio. 16 pagg. Lecce, 1920. — Doni déiVaulore. G. Majer. — Le medaglie battute dai Veneziani per le alleanze coi Cri- gioni. Estratto. Misceli. Numismatica, anno II, pagg. 4. Napoli, 1920. Nuovo contributo alla medaglistica del periodo napoleonico. Londra, Spink & Son LTD, 1920, pagg. 6. — Le Monete di Venezia descritte ed illustrate da Nicolò Papadopoli- Aldobr andini. Parte III, da Leo- nardo Dona a Lodovico Manin (i6o6-iypy). Estratto dal N. C. 1921. Londra, 1921. — Doni àeWautrice socia. Luca Beltrami. — Leonardo, Cecilia e la " Destra Mano „ a proposito di una Nota Vtnciana del prof. Antonio Favaro. Milano, 1920. — Dono doWauiore. G. Castellani. — Zecchieri di Fano e loro sigle dal carteggio di Maffeo Barberini Governatore di Fano (i;g2-iJ9^). Estratto. Misceli. Num., anno II, Napoli, 1921, pao^g. 4. — Dono deWautore socio. Mons. Giuseppe De Ciccio. — Di un tetradramma Siracusano di Eucleida. Estratto. Boll. Circ. Num. Nap., anno 1921. Napoli, pagg. 8 con ta- vola zinc. — Dono óeWautore. Lorenzo Ravajoli. — Di un nuovo quattrino di Astorgio Manfredi di Faenza. Estratto dal III voi. degli Atti e Memorie dell' Istit. Ital. di Numismatica, pagg. 8 con ili. Roma, 1919. — Dono àtWautore socio. Conte Alessandro Magnaguti. — Le Medaglie Mantovane descritte e com- mentate per opera del conte Alessandro Magnaguti, pagg. 192. Man- tova, 1921. — Dono d^Wautore socio. L. Laffranchi. La translation de la monnaie d' Ostie a Arles dans la Typologie Nitmisntatiquc Constantinienne. Estratto dalla RBN., 1921, pagg. 16. — Gli ampliamenti del Pomerio di Roma nelle testimo- nianze numismatiche. Estratto dal Bull, della Comm. Arch. Com. 1919, pagg. 32 con tavola zinc, Roma, 1921. Doni deW autore socio. Bassano Martani, — Catalogo del Museo Storico Artistico di Lodi com- pilato con prefazione e schiarimenti epigrafici dal segretario della De- putazione Bassano Martani. Lodi, 1883, P^'^gg- 84. — Dono del socio dott. P. L. Fiorani Gallotta. MONETE. 16 falsificazioni di bronzi romani, i falsificazione di moneta d'argento romana ed i di piombo. — Doni del socio Lodovico Laffranchi. 232 6o falsificazioni di bronzi romani (i gb. di Brittannicoj, 7 falsificazioni di monete d'argento romane e i falsificazione di moneta d'argento medioevale. — Dono del socio dott. Pompeo Bonazzi. I falsificazione di moneta coloniale romana in argento, — Dono del signor Ottavio Cornaggia. 17 falsificazioni di monete greche e romane (4 in bronzo e 13 in ar- gento). — Dono del socio Gianluigi Cornaggia. I medaglia satirica austriaca in metallo bianco. — Dono del signor Giorgio Provenzali. J INDICE METODICO D E L l' A N N O I 9 2 T NVMISMATICA ANTICA- Iconografia numismatica ciei tiranni sicelioti (con 24 illustra- zioni). Salvatore Mìrotte ^<'g' 5 Una moneta d'oro inedita di Leontini (con 2 illiistraziciii). Silvio Sboto „ 65 Ritrovamento di monete consolari a Orzivecchi (Brescia). P. B. „ 67 Ritrovamenti: Lucerà „ 68 Il tesoro di Nagj'-tétèny (con tavola eliotipica), ^«tìfr^rt Aljùldi „ 113 Nuovo ripostiglio di bronzi imperiali rinvenuto in Sardegna. Antonio Taramelli ......... 219 NVMISIVIATICA MEDIOEVALE. Monete Saluzzesi della collezione di S. E. il marchese Marco di Saluzzo (con 37 illustrazioni). Barone A. Cunieiii- Gonnet Pag. 31 Le prime monete e i primi " aspri „ dell' impero ottomano (con 22 illustr.). Colonnello Aly » 11 Una nuova moneta della zecca di Solferino (con 4 illustr.). Guglielmo Grillo ,,107 La monetazione nell'Italia Barbarica: Parte li. La legisla- zione monetaria. II. I tipi e le emissioni monetarie dei Langobardi e di Carlo Magno (con 9 illustr.). Ugo Moit- neret de Villard 191 TESSERE. Le tessere veneziane dell'olio (con 16 illustr.). G. Majer . Pug. 94 234 MEDAGLISTICA. Le rivendicazioni Italiane del Trentino e della Venezia Giulia nelle medaglie. Parte III. L'Italia in guerra (1915-1918) (seguito) (con 115 illustrazioni). S. C. Johnson. Appendice da pag. 209 a pag. 266 Idem, Parte IV. L'armistizio (novembre 1918-dicembre 1920) (con 98 illustr.). S. C Jolinson. Appendice da pag. 267 a pag. 304 Bibliosr: BIBLIOGRAFIA. ibliografia Pag. 69 Bibliografia Numismatica delle Zecche Italiane. Casale (se- guito), Casanova, Cascia, Casole, Castel di Monte, Castel Durante, Castel Genovese o Castelsardo, Castelleone, Castello della Fava, Castel Seprio, Castel Vetrajo, Ca- stiglione de' Gatti, Castiglione del Lago, Castiglione delle Stiviere, Castro, Catabiasco, Catania, Catanzaro, Cattaro, Cefalonia, Cellamare, Ceva, Chambery, Charleville o Car- lopoli, Chiarenza (segue). Appendice da pag. 81 a pag. 96 MISCELLANEA. Vendite: Roma, Monaco Pag Notizie Varie: Roma, Milano, Bruxelles, Parigi . . . „ „ ; Il furto al Museo di Schifanoia in F'errara . „ „ ; Il ricupero delle medaglie e placchette rubate al Museo di Schifanoia in Ferrara „ 225 Atti della Società Nvmismatica Italiana .... Pag. 227 RoMANENGHi Angelo Francbsco, Gerente responsabile. Industrie Grafiche AMEDEO NICOLA & C* - Milano- Varese. 1>^ t 1 CJ Rivista italiana di nuinisma« 9 tica e scienze affini R6 PLEASE DO NOT REMOVE CARDS OR SLIPS FROM THIS POCKET UNIVERSITY OF TORONTO LIBRARY